NORME PER LA CORRETTA PRONUNCIA DEI NOMI THAI
Per dare alle parole thai la più corretta pronuncia
possibile, ho abbandonato completamente la grafia o
romanizzazione abituale inglese, francese o di altre
lingue europee, scrivendo le parole thai come le
pronunciamo in italiano, sicuro che ciò renderà più
facile la lettura ed eviterà tante dannose storture
delle parole stesse.
Non si meravigli dunque il lettore se troverà, in questo
testo, tali parole thai scritte diversamente da quelle
che è solito vedere nei giornali e riviste (che le
prendono alla lettera da fonti americane, inglesi e
francesi) o in altri testi specialmente geografici, i
quali seguono pedissequamente la grafia straniera,
facendoci un brutto servizio perché si è tentati di
leggerle all’italiana mentre invece vanno lette secondo
la pronuncia inglese o francese, che non tutti
conoscono, creando così una grande confusione, e
facendoci adottare dei termini che in definitiva nessuno
capisce, né gli Inglesi, né i Francesi e tanto meno i
Thai o gli Orientali.
Prendiamo l’esempio classico dell’antico nome della
stessa Thailandia, il Siam. Noi diciamo appunto Sìam con
l’accento sulla ì. Ma la sua vera pronuncia è Saiàm come
dicono i Thai e che gli Inglesi hanno mutato in Sàiam
scrivendo però Syam, da cui i Francesi hanno dedotto
Siàm e gli Italiani Sìam mutando la y in i, senza tener
conto però che queste due vocali in inglese hanno anche
il suono del nostro dittongo ai. E così abbiamo un nome
che non capisce nessuno all’infuori di noi Italiani.
Altro esempio ancora più paradossale è quello del nome
dell’isola indiana Ceylon che noi pronunciamo tale e
quale è scritta; naturalmente per non farci intendere da
nessuno. Gli Inglesi infatti pronunciano Sìlan e i
Francesi Silàn: si avvicinano alquanto alla pronuncia
originale indiana di Silàngkha o Sìlang.
Ma il più recente di questi incomprensibili e
inspiegabili svarioni, adottato, con tutta tranquillità,
dalla nostra lingua, è quello del fiume Kuài (sic) reso
noto in tutto il mondo dal celebre film «Il ponte sul
fiume Kwai». In Thailandia non esiste nessun fiume Kuài
e nessun Thailandese saprà mai indicare la strada al
turista italiano in cerca di quel luogo divenuto così
tristemente celebre, per i noti fatti della Seconda
Guerra Mondiale, e ora méta di continue visite. Infatti
quel fiume si chiama Khuè.
Perché dunque noi Italiani diciamo Kuài? Perché
l’abbiamo tolto pedissequamente e direttamente o dal
romanzo francese «Le pont sur la rivière Kwai (sic)» o
dal film che ne ha ripetuto la grafia senza preoccuparsi
di darcene la corretta pronuncia francese che infatti è
Kuè; perché il dittongo ai per i Francesi suona è. Da
notare però che alla k bisogna aggiungere l’h (quindi si
scriva e si pronunci khuè), comunque scrivano i Francesi
o gli Inglesi,
E si potrebbe continuare di questo passo per un bel po’.
Ma il lettore attento potrà rilevare da solo tali
anomalie e differenze dal confronto tra i due elenchi di
nomi che sono riportati in appendice.
Ritornando alle nostre norme di pronuncia premettiamo
che abbiamo dovuto ricorrere anche all’uso di lettere e
dittonghi stranieri, dato che il nostro alfabeto non è
sufficiente a rendere tutti i suoni della lingua thai
(basti dire che questa ha 74 lettere, tra consonanti e
vocali). Ed è particolarmente di questi gruppi o lettere
che ci occupiamo qui, dando loro la corretta pronuncia o
interpretazione. Sono ridotti al minimo indispensabile
appunto perché il lettore li possa apprendere facilmente
e velocemente prima di iniziare la lettura del testo.
Essi sono:
H - l’h è sempre aspirata come in: hà, Hùa Hìn, ma-hà,
ra-hù, ecc.
J - usiamo la j lunga quando vi sono due ii, per meglio
distinguerne il doppio suono, come in: Jì, Jìng, ecc.
K - viene usata in sostituzione della nostra c dura, ch
e q.
Kh - ha un suono diverso dalla precedente perché la k è
aspirata. Questa differenza ha un’importanza vitale
nella lingua thai. Le parole infatti cambiano
significato se scritte con la k semplice o con la kh
aspirata. La loro pronuncia non è difficile perché: la
prima si ottiene con un colpo di fiato in gola
(gutturale), mentre la seconda si ottiene spingendo il
fiato contro il palato (gutturale-palatale).
C - la c semplice la usiamo per indicare il suono aspro
(di chi starnutisce) con le vocali e i come nelle
parole: céra, cìngolo.
Ci - la c con la i la usiamo per indicare lo stesso
suono della c semplice, ma con le vocali a, o, u, eu, ü
davanti alle quali non diventa dura come in casa, cosa,
cuna ecc., ma resta molle come se fosse cia, cio, ciu,
cieu, ciü; la i comunque non si dovrebbe far sentire
perché serve solo a ricordare questo suono come nella
parola ciasa dei nostri Friulani. Es.: ciàng, cion,
ciut, cieu, ciü.
Allorché la i dovesse essere pronunciata viene
accentata. Es.: Cìeng Mài, Cìeng Rài, cìat, vicìen ecc.
Ç - la ç col puntino sotto la usiamo per indicare il
suono dolce e quasi moscio che fanno sentire i bambini
quando dicono, cìài-ciai, ciào-ciào. Es.: ciài, cià,
ciùt, ciòn ecc.
Ng - questo gruppo ha un suono tutto particolare ed
assai difficile da spiegare e far apprendere con norme
teoriche. Solo la viva voce può darcene la corretta
pronuncia. Tuttavia tentiamo di spiegarci ponendo il suo
suono tra il nostro gn di gnocco e ng di inghippo, ma
spiccatamente nasale (come quello che emettono coloro
che hanno il labbro leporino). Quindi la parola ngu non
si pronuncia gnu (con la gn dolce) né ngu (con la g
dura) ma con una n gutturale-nasale molto spiccata. Es.:
ngu, ngiep, ngan, ngeun, ngài ecc.
Ph - la ph ha suono di p aspirata e non già di f come in
latino o in altre lingue straniere; diverso comunque da
quello della p semplice e lo si emette soffiando
leggermente tra le labbra. Es. pho, pha, phu, phi,
pheung, phung, ecc.
Th - anche la th ha suono di t aspirata, diverso dalla t
semplice. E per quanto riguarda la loro differenza vale
quanto già detto a proposito della kh aspirata e della k
semplice, cioè che le parole cambiano significato. Es.:
tai = morire, thai = thailandese-libero; pa = foresta,
pha = stoffa; ecc.
Eu - il dittongo eu ha il suono caratteristico francese
di peu = poco, simile al nostro lombardo di feu = fuoco.
Es.: keun = troppo, cieun = invitare, deun = camminare,
ecc.
Ü - la ü con i due puntini sopra ha il suono tipico
della u francese come in mur = muro o della ü tedesco di
führer, simile al suono lombardo di nü = noi. Es.: düm =
bere, tün = svegliarsi, pün = fucile, ecc.
— - usiamo talvolta il trattino (-) per separare le
sillabe di alcuni nomi thai per evitare confusione.
Infatti noi saremmo tentati di pronunciare la parola
Phangua dividendola nel modo seguente: Phan/gùa, mentre
invece la sua corretta pronuncia e divisione in sillabe
è Pha-ngùa (col caratteristico suono gutturale-nasale di
ng) o anche Phang-ùa ma mai Phan-gùa. Così dicasi di:
Tuangu (Tua-ngu), Benghek (Beng-hek), Bangiang
(Bang-iàng), Ciengrài (Cìeng-rài), Thongu (Thong-u),
Fangum (Fa-ngum), ecc.
ò è ó è - gli accenti grave e acuto li usiamo, come in
italiano (pòllice, pèlle, Róma, régno) per indicare
rispettivamente i suoni larghi o stretti delle vocali, o
ed e. Es.: pòt = polmoni, pèt = otto, pók = copertina di
libro, pét = anitra.
Altre peculiarità.
E’ da notare inoltre che, a riguardo degli accenti,
alcune parole thai non hanno alcun accento tonico
particolare e debbono quindi essere lette con voce
uguale per tutte le loro sillabe, senza alcuna
inflessione. Es.: Bang-kok, Ban-don, Khlong-thom,
Bang-bo, Bang-pong, lun-nan, Ta-li-fu. Fu-nan, ecc.
Anche questa è una peculiarità propria della lingua thai
e a noi sconosciuta, per cui riuscirà un po’ difficile,
all’inizio, la corretta pronuncia, ma con un po’ di
esercizio non si tarderà a farne un corretto uso. Altre
parole invece hanno due o più accenti o inflessioni come
per es.: Aiùtthaià, Krung-thép-mahà nakhòn; ma queste
non presentano particolari difficoltà.
Per chiarezza e semplicità è stato assolutamente
necessario trascurare in blocco la distinzione fra le
vocali brevi e lunghe coi rispettivi segni ( ˘ ) ( — ) e
soprattutto l’indicazione dei famosi 5 toni della lingua
thai: alto o acuto ( ^ ), discendente (ֻ ) , retto ( —
), basso ( v ), ascendente ( / ) che danno alle medesime
parole significati ben diversi.
Tutti questi segni infatti avrebbero complicato talmente
la grafia da mettere a dura prova la pazienza del
lettore più volonteroso e ottenere quindi l’effetto
contrario e decisamente negativo di confondere anziché
chiarire la pronuncia stessa.
Penso che i soli accenti tonici nostrani e i pochi segni
e lettere stranieri adottati, siano sufficienti a dare
al lettore una pronuncia molto vicina al moderno
thailandese, anche se non perfetta in tutte le sue
difficili e innumerevoli inflessioni.
Ho creduto infine opportuno riportare, in appendice, un
duplice elenco dei nomi thai più ricorrenti nel testo,
nella grafia italiana da me adottata e nella grafia
straniera o romanizzazione comunemente usata dagli
Inglesi, dai Francesi e dagli stessi Thai, per dare al
lettore un punto di riferimento e di confronto per altri
testi o scritti che gli capitassero tra mano, come
giornali, riviste, testi geografici, opuscoli turistici
e altre pubblicazioni sia straniere che nostrane.
PREMESSA
Brevi nozioni geografiche sulla
Thailandia
Non spiaccia al lettore se,
prima di iniziare la nostra
storia della Thailandia,
premettiamo qualche notizia
geografica, onde meglio
ambientare e localizzare le
varie vicende storiche di quel
popolo che, a somiglianza di
quasi tutti i gruppi etnici
della terra, ha avuto origini
ben lontane dall’attuale sua
sede e in seguito a emigrazioni,
spostamenti, lotte e conquiste,
è riuscito a trovarsi una
patria, a darsi un linguaggio,
una scrittura, una cultura, una
religione sue proprie nettamente
differenti da tutte le altre.
Precisiamo anzitutto che la
Thailandia ha preso questo nome
ufficialmente intorno al 1940 e
che prima era chiamata Siam (che
i Thailandesi pronunciano Saiàm,
gli Inglesi Sàiam, i Francesi
Siàm e gli Italiani Siam). Nome
di origine molto incerta e
oscura che molti studiosi
spiegano col significato di
«nero o scuro» dovuto al colore
della pelle giallo-bruno scuro
dei suoi primi abitanti.
Ho detto che la Thailandia era
chiamata e non si chiamava Siam.
I Thailandesi infatti hanno
sempre usato da secoli e
millenni il termine Thai per
autodefinirsi e furono gli
stranieri, particolarmente dal
1500 in poi, con l’inizio delle
grandi scoperte, esplorazioni e
imprese coloniali, che
lanciarono nel mondo occidentale
il nome di Siam (da Saiàma il
nome di una minoranza etnica di
aborigeni della Thailandia
centrale e meridionale,
attualmente ridotti a poche
tribù che vivono nelle foreste e
montagne ancora quasi allo stato
brado). Furono gli Europei che
adottarono questo nome e lo
imposero agli stessi Thailandesi
anche negli atti ufficiali,
mentre i Thailandesi hanno
sempre preferito e continuato a
far uso dei loro particolari
appellativi di Thai per indicare
il popolo siamese, di Müang Thai
per indicare il loro stato o
regno e di Prathét Thai per
indicare la loro nazione. (Thai
= liberi: Müang = città, stato,
regno; Prathét = nazione).
Il francese Laloubère, che fece
parte dell’ambasciata francese
alla corte del re Narai ad
Aiùtthaià, nel 1680 scriveva:
«Il nome Siam è sconosciuto ai
Siamesi... I Siamesi usano
appellarsi col nome di Thai che
nella loro lingua significa
“liberi”, proprio allo stesso
modo in cui i nostri antenati si
chiamavano “Francs” (affrancati,
liberi); e «Müang” significando
regno in siamese, essi chiamano
la loro patria “Müang Thai” o
“Regno dei liberi”». Il vescovo
Mons. Pallegoix delle Missioni
Estere di Parigi ribadiva a sua
volta nel 1854: «La nazione che
gli europei chiamano Siam, qui è
chiamata «Müang Thai” (Regno dei
liberi)». E il Dr. Rong
Sayamananda, professore
dell’Università Ciulà Longkòn di
Bangkok, precisa nel suo libro
«Fondamenti della storia Thai»:
«Saiàm o Syam divenne nome
ufficiale solo durante il regno
del re Mongkùt o Rama IV
dell’attuale Dinastia Ciakrì
(1851-1868). Quando egli firmò
il trattato con la Gran Bretagna
il 18 aprile 1855, nel documento
originale era ancora usato il
termine “Müang Thai”, ma nella
successiva ratificazione di
detto trattato, firmata il 5
aprile 1856, fu introdotto per
la prima volta e imposto
ufficialmente il termine “Syam”
in sostituzione di «Müang
Thai”». (Da notare che Syam
viene dagli Inglesi pronunciato
Sàiam).
Con la incruenta e quasi
pacifica rivoluzione del 1932
che portò al Governo la
rappresentanza popolare e
trasformò la «Monarchia
Assoluta» in «Monarchia
Costituzionale», il termine
«Thai» fu nuovamente portato
alla ribalta e rimesso in uso
anche negli atti ufficiali. Ma
fu il Primo Ministro Phibùn
Songkhràm, asserisce il
sunnominato professor Rong
Sayamananda, che divenuto capo
del Governo nel 1938 con un
programma di totale rinnovamento
e ristrutturazione nazionale,
decretò l’abbandono definitivo
del nome Siam, sia nella lingua
Thai che nelle lingue straniere,
sostituendolo con l’autentico e
originario nome nazionale di
«Müang Thai» o «Prathét Thai».
Anche questa denominazione
tuttavia non poté sfuggire alla
prepotente ingerenza straniera,
particolarmente Anglo-Americana,
che la mutò in «Thailand»
(sostituendo i termini Müang e
Prathét con la parola
anglosassone «Land» che vuoI
dire terra, nazione), da cui
derivano i nostri vocaboli
Thailandia e Thailandese. Noi
faremo uso anche del semplice
termine Thai per dire
Thailandese. E speriamo che il
travagliato e bistrattato nome
sia finalmente giunto al suo
epilogo e accezione definitiva.
Avremo comunque occasione di
riparlarne più a lungo nella
narrazione storica.
La Thailandia oggigiorno non ha
l’estensione che aveva nei suoi
tempi migliori e particolarmente
durante i regni dei re Ràma
Kam-hèng e U Thong o Ràma
Thibodì I nel XIII e XIV secolo,
allorché in seguito a fortunose
imprese riuscì ad estendere i
suoi confini su tutta la
penisola di Malacca fino a
Singapore e su quasi tutti i
territori del Lao, della
Cambogia e della Birmania.
(Tavv. I - VI)
Attualmente la sua superficie si
estende da nord a sud per 1650
km. e da est ad ovest per 800
km. nella sua pane più larga e
15 km. nella sua parte più
stretta. È posta esattamente tra
il 6° e il 21° parallelo e tra
il 97° e 106° meridiano, con
un’area complessiva di 518.000
km2 e una popolazione di
45.000.000 di abitanti. Confina
a nord con la Birmania e il Lao,
a est ancora con il Lao, la
Cambogia e il Mar della Cina che
forma il Golfo Thai, a sud con
lo Stato della Malesia e a ovest
con l’oceano Indiano nella parte
meridionale, e con la Birmania
nella parte settentrionale.
È una caratteristica penisola,
chiamata tradizionalmente
Penisola d’oro dai Thailandesi
(Lem Thong o Suvànna Phùm) per
la prodigiosa ricchezza del
suolo, che presenta una certa
rassomiglianza con la nostra
Italia, coronata al nord da
montagne (anche se più modeste
delle nostre Alpi) e percorsa a
sud per tutta la sua lunghezza
da una dorsale montuosa e
collinosa, molto simile ai
nostri Appennini. Ma mentre
l’Italia ha la forma
inconfondibile di uno stivale,
la Thailandia disegna
chiaramente i contorni di una
immensa scure che estende il suo
manico da nord a sud e volge la
sua lama verso oriente.
E solitamente divisa in quattro
parti: Settentrionale,
Orientale, Centrale e
Meridionale; ognuna con
caratteristiche organiche e
inorganiche, flora e fauna
alquanto diverse. E insistendo
sulla figura della scure vediamo
che la parte Orientale forma la
sua lama, mentre le parti
Settentrionale, Centrale e
Meridionale formano il suo
manico o impugnatura.
Parte Orientale. Cominciamo
proprio con la sua Parte
Orientale, perché quasi si
stacca e si aliena dal corpo o
asse principale che forma il
nerbo e la continuità di tutta
la Thailandia. Tale suo distacco
dalle altre parti è ancora più
marcato dal clima, dal suolo,
dall’ambiente, dalla flora e
dalla fauna tanto da non
sembrare dello stesso contesto
geografico. Ed è purtroppo anche
la zona più povera e brulla di
tutta quella fertilissima e
opima terra che forma la maggior
parte della Thailandia. Essa
confina ad ovest con le due Zone
Settentrionali e Centrali, a
nord e ad est con il Lao ed al
sud con la Cambogia. È compresa
tra i meridiani 102° e 106° e
tra i paralleli 14° e 18°. (Tav.
I)
La Regione Orientale è nota
anche con il nome di Altopiano
di Khoràt o Ràtciasìma, due nomi
della stessa città, che è il più
importante capoluogo di
provincia e fu talvolta anche la
capitale temporanea del l’intera
Regione. L’Altopiano di Khoràt
ha la forma pressoché quadrata o
quadrangolare con due lati (nord
e est) delimitati dal fiume Mè
Khòng, e due lati (sud e ovest)
chiaramente marcati da due
catene di montagne o alture
denominate Phu Khao Phétciabùn —
Phu Khao Phrajà Ién sul lato
ovest e Phu Khao San Kamphèng —
Phu Khao Dong Ràk sul lato sud e
corrono rispettivamente da nord
a sud e da ovest ad est,
formando un angolo retto a mezza
via tra Khoràt e Aiùtthaià.
Pare che l’origine di questo
tavoliere sia dovuta a cause
sismiche che spezzando la crosta
terrestre l’hanno innalzata su i
due lati montagnosi occidentale
e meridionale dando a tutto
l’Altopiano una inclinazione
che, dall’altezza media di 300
m. scende verso i lati opposti a
livello del fiume Mè Khòng che è
a 50 m. sul mare.
Il lato più spettacolare e
suggestivo di questo tavoliere è
quello meridionale che divide
l’Altopiano Thai dalla pianura
Cambogiana. Si presenta quasi
come una lunga e gigantesca
parete rocciosa che culmina nel
Dong Ràk, famoso centro di
rovine storiche Khamén, e corre
in direzione della longitudine
terrestre. Esso segna il confine
naturale tra la Cambogia e la
Thailandia. La sua altitudine
oscilla mediamente tra i 400 e i
700 m. sul livello del mare.
Allorché ci si affaccia sul
bordo di questa parete rocciosa
o si sale sulla cima di una
delle sue maggiori alture si
gode un panorama così vasto
sulla pianura sottostante da
abbracciare, con un solo
sguardo, quasi l’intero
territorio della Cambogia.
La superficie dell’Altopiano di
Khoràt non è piatta e liscia, ma
ineguale e quasi bugnata per cui
durante la stagione delle piogge
hanno origine innumerevoli
temporanei rivoli, torrenti e
corsi d’acqua che scendono
precipitosi verso i fiumi
principali il Ci e il Mun,
formando con essi la figura di
un gigantesco albero dai
numerosissimi rami piccoli e
grandi, il cui tronco,
rappresentato dal Mun, ha le sue
radici nel Mè Khòng. Il fiume Ci
nasce tra i monti Phétciabùn e
si immette nel Mun nei pressi
della città di Ubòn, mentre il
Mun ha le sue sorgenti nel Phu
Khao Phraià Ièn ed è a sua volta
tributario del Mè Khòng nel
quale sfocia poco più a est
della predetta città.
Le piogge che cadono abbondanti
durante la stagione dei monsoni
(maggio-ottobre) scorrono subito
giù dalle predette catene di
monti in numerosissimi corsi
d’acqua gonfi e precipitosi,
giacché la scarsità di piante e
la pendenza del terreno non
danno il tempo e la possibilità
di trattenerle ed assorbirle.
Ciò causa un apporto anormale di
masse d’acqua nei fiumi Ci e Mun
che non riescono ad accoglierle
e a scaricarle tempestivamente
nel Mè Khòng, per cui, ogni
anno, la pianura di Ubòn viene
completamente e abbondantemente
allagata. Per fortuna tali
annuali alluvioni sono più di
beneficio che di danno, giacché
con l’apporto del caratteristico
e fertilizzante limo rendono i
terreni particolarmente adatti
alla coltivazione del riso.
Lungo le sponde dei due fiumi Ci
e Mun, inoltre, gli abbondanti
detriti alluvionali depositati
formano sempre più vaste zone
coltivabili.
Tuttavia la discesa e quasi fuga
precipitosa delle acque dalle
alture e dalle zone più elevate
rende quel tavoliere facilmente
soggetto a siccità e sterilità
nella lunga stagione asciutta
creando il problema dell’acqua
insufficiente non solo per
l’irrigazione delle culture, ma
anche per la sopravvivenza degli
uomini e degli animali. Al
contrario, nelle vicinanze del
fiume Mè Khòng, dove la
superficie del terreno non ha
sufficiente pendenza, le acque
ristagnano in estesissimi
acquitrini e paludi rendendo la
zona inadatta a qualsiasi
sfruttamento agricolo e
industriale. Il territorio viene
comunque sfruttato per la pesca
e per vivai ittici di vario
genere e anche per la caccia.
Per la presenza di numerosi e
ameni laghi, tra i quali
predomina il Nong Lahàn, si
stanno formando ora dei centri
turistici con attrazioni
sportive di vario genere, dalla
pesca alla caccia, dalle gare
motonautiche a quelle a vela,
dallo sci d’acqua al
canottaggio. Numerosi sono anche
gli stranieri che accorrono in
quella regione attratti dalle
imponenti ed interessantissime
rovine dell’antica civiltà
Khamén che fiorì tra il V e il
XIII secolo, di cui rimangono
vistose vestigia nel Phra Vihàn
(Sacro Tempio o Santuario) del
Dong Ràk, a Phimài (l’antica
Phimà Purà, capitale di tutto
l’Altopiano e sede del Principe
Ereditario Khamén con funzione
di Viceré), a Iasò Thon e in
altre città e centri minori dove
stanno venendo alla luce
scoperte archeologiche di
inestimabile valore e interesse
storico.
Il Governo Thailandese nel
frattempo non ha risparmiato
denaro e particolari attenzioni
per risolvere i problemi di
questa Regione a cominciare
dall’acqua. Sono stati così
trivellati numerosi pozzi
artesiani per assicurare l’acqua
potabile a tutti i centri
abitati e per tutto l’anno. Sono
stati innalzati sbarramenti e
dighe per trattenere le acque
nelle zone più aride e scavati
canali e drenaggi per meglio
distribuirle in quelle più basse
ed agevolare così l’agricoltura,
Furono aperte nuove grandiose
strade, la più importante delle
quali è quella chiamata della
Pace che attraversa l’intero
Altopiano da occidente ad
oriente e da sud a nord. Di
comune accordo con i Paesi
limitrofi che si affacciano
sulle sponde del fiume Mé Khòng
è stata predisposta una carta
fluviale per lo studio e la
progettazione di lavori atti a
sfruttare il suo corso e le sue
acque a favore dell’agricoltura,
dell’industria, delle
comunicazioni e del commercio.
Questa Regione pertanto, che lo
storico thai Phra Sàrasàt
descriveva 50 anni fa come la
zona più povera e spopolata di
tutta la Thailandia, è oggi
divenuta, dalla Seconda Guerra
Mondiale in poi, una delle più
progredite e popolose per
l’apporto datole dagli Americani
che se ne sono serviti per le
loro basi militari nella
deprecata, quanto tristemente
nota, guerra del Vietnam e della
Cambogia. Furono quindi creati
nuovi posti di lavoro nei
magazzini, nelle officine, negli
aeroporti, nelle stazioni
autostradali, nei porti
fluviali, negli scavi
archeologici, nei campi di
lavoro e bonifica a fianco delle
truppe americane, non solo per i
Thai ma anche per i profughi e
rifugiati politici Vietnamiti,
Cambogiani e Lao che sono
fuggiti dai loro rispettivi
paesi per tema di rappresaglie
da parte dei comunisti o per
rifiuto di quel regime politico,
È stato dato dunque non solo
incremento all’agricoltura, ma
avviata anche una incipiente
industria meccanica e sviluppato
un grande movimento e scambio
commerciale, che continuano
anche dopo la dipartita degli
Americani. La sua popolazione,
da poco più di due milioni di
abitanti, di 50 anni fa, come
riferisce il predetto Phra
Sàrasàt, è oggi salita a dieci
milioni, portando la Regione
Orientale al secondo posto nella
graduatoria delle altre regioni,
stando alle statistiche
ufficiali del Ministero
dell’interno del 1966.
Bisogna dunque dire che in pochi
decenni quella Regione ha fatto
un enorme balzo in avanti. E
diventata tra l’altro la zona
più attraente per bellezze
naturali, rovine
storico-archeologiche e
attrazioni turistiche. È una
Regione dal passato storico e
politico molto importante per
cui avremo occasione di
riparlarne spesso nominando
parecchie sue città delle quali
riportiamo qui si seguito, per
il momento, solo i nomi: Nakhòn
Ràtciasìma (Khoràt), Phimài
(l’antica Phimà Purà Khamén),
Burì Ram, Surìn, Sì Sakèt, Ubòn
Ràtcia Thani, Iasò Thon, Roi Et,
Khòn Khèn, Phétciabùn, Leui,
Udòn Thani, Nong Khai, Sakòn
Nakhòn, Nakhòn Phanòm.
Parte Settentrionale. È vasta
cinque volte la Svizzera ed è
caratterizzata dalle più alte
montagne di tutta la Thailandia
che, partendo dai suoi margini
meridionali, salgono verso nord
lentamente prima e si elevano
poi improvvisamente sopra i 2000
m., formando crinali, vallate,
impluvi, lungo i quali scorrono
un gran numero di ruscelli,
torrenti e fiumi di piccola e
grossa portata. Di essi i più
importanti sono il Ping, il
Vang, lo Iòm e il Nan, che,
confluendo quasi
contemporaneamente nella zona
centrale, formano il Ciào Phraià
che va a sfociare nel Golfo
Thai. Due altri fiumi importanti
che scendono da nord e
interessano anche questa zona
settentrionale della Thailandia
sono il Sàlvin e il Mè Khòng. Ma
essi non appartengono alla
Thailandia che in minima parte,
giacché ne lambiscono appena i
bordi segnando il confine con la
Birmania il primo e con il Lao
il secondo.
La Regione Settentrionale della
Thailandia è indubbiamente la
più varia e pittoresca di tutte
le altre. Alle grandi distese
infatti di risaie e coltivazioni
varie, si alternano aspre e
ristrette vallate dove
scrosciano torrenti impetuosi
spezzati in mille cascatelle e
rivoli, tra un verde cupo di
foreste vergini tropicali,
ricche dei legni più pregiati, e
tra montagne le cui cime, tutte
coperte da lussureggianti
vegetazioni e avvolte da
costanti vapori sprigionati
dalla terra umida e calda sotto
un sole torrido e talvolta
implacabile, si confondono col
blu del cielo reso verdognolo
dal riflesso della foresta. E
questa, pullula di selvaggina e
d’ogni sorta di animali di
grossa taglia, dall’elefante
alla tigre, dall’orso al bufalo
selvatico, dal cervo al
rinoceronte, dalla scimmia al
cinghiale. E il paradiso del
cacciatore europeo, anche il più
esigente che voglia provare
tutte le emozioni di un gran
safari.
Delle sue montagne più alte
ricordiamo il Doi Inthanòn di
2575 m., mentre l’altitudine
massima dei centri abitati e
delle città di tutta la
Thailandia non supera i 400 m.
sul livello del mare; il Doi
Cìeng Dào di m. 2285; il Doi
Phaçiò di m. 2012, il Doi Suthép
di m. 1767 che fanno quasi tutti
corona all’antica e storica
città Cìeng Mài, già capitale
dei primi regni thai e centro
culturale ed artistico dei più
rinomati per lo studio delle
antichità thai. Essendo venuti
dal nord i Thai, è qui che
costruirono le prime loro città.
Hanno quindi altrettanta
importanza storica quelle che
citiamo qui di seguito: Müang
Fang (l’antica Umongkhaséla,
estremo caposaldo del dominio
Khamén), Cìeng Sèn, Cìeng Rài,
Cìeng Khòng, Lamphùn, Lampàng,
Nàn, Phrè, Phaiào, Savànkhalòk,
Uttararadìt, Si Satcia Nàlai,
Tak, Sukhòthai (già capitale del
regno thai di Sukhò Thai),
Phitsanulòk, Kamphèng Phét,
Phiçìt, Phétciabùn, Nakhòn
Savàn, Uthài Thani.
Parte Centrale. È la parte
migliore di tutta la Thailandia,
grande 5 volte il Belgio, e fa
da impluvio a tutte le acque che
scendono dalla Regione
Settentrionale in numerosi
fiumi. Questi confluiscono quasi
tutti nel maggiore fiume del
paese, il Mè Nam Ciào Phraià che
l’attraversa tutta da nord a
sud, e durante la stagione delle
piogge la trasforma in un
immenso lago o risaia,
apportandovi quell’incomparabile
ricchezza del limo (come fa il
Nilo in Egitto) che la rende
straordinariamente fertile di
ogni sorta di prodotti agricoli
tropicali.
I suoi ingenti detriti tuttavia
hanno causato e causano
costantemente l’ostruzione del
delta e parte del golfo
antistante rendendo difficile e
precaria la navigazione delle
navi fino al porto della
capitale Bangkok che sorge a 30
km. dal mare, sulle sue sponde,
ed ha quindi bisogno di continui
lavori di drenaggio.
Altro fiume importante in questa
zona centrale è il Mè Klòng, che
scende da nord-ovest e sfocia in
mare a poco più di sessanta km.
dal delta del Ciào Phraià,
divenuto famoso durante l’ultima
guerra mondiale per il celebre
ponte, fatto costruire dai
Giapponesi invasori su uno dei
suoi affluenti il Khuè (e non
Kuài come abbiamo spiegato nelle
norme di pronuncia), che doveva
collegare la Thailandia alla
Birmania mediante la tristemente
nota ferrovia della morte,
chiamata così per l’alto numero
di vite umane di prigionieri di
guerra crudelmente sacrificati
per la sua costruzione.
E in questa Regione Centrale che
viene prodotto il migliore riso
del mondo, l’alimento base non
solo dei Tailandesi, ma di tutti
i popoli d’Oriente. Viene quindi
coltivato in quantità superiore
al consumo ed esportato in tutto
il mondo. È la risaia dunque che
predomina nel panorama di questa
zona; ma non mancano moltissime
altre piantagioni di cocco,
banane, mango, ananas, limoni,
mandarini, mais, arachidi,
peperoni, fagioli, caffè, tè,
palma da zucchero, canna da
zucchero, e di tante altre
piante da frutto a noi
sconosciute, nonché del bambù,
il quale fornisce, oltre che un
saporito pollone commestibile,
anche il legno-tutto-fare dai
più svariati impieghi nella vita
dei Thai.
La regione è praticamente una
immensa pianura a perdita
d’occhio, dai 2 ai 40 m. sul
livello del mare, rotta solo qua
e là da alcune alture e colline
non superiori ai 200 m. che,
durante le alluvioni, si
trasformano in tanti isolotti.
A sud, sulle rive del Mè Nàm
Çiào Phraià, a 30 km. dalla sua
foce, sorge la capitale Bangkok
(che i Thailandesi chiamano
Krung Thép Mahà Nakhòn che vuol
dire Città del Divo Re (altri
traducono: Città degliAnglei,
degli Dei, delle Divinità),
Grande Capitale o anche
semplicemente Phrà Nakhòn ossia
Veneranda (Sacra) Capitale, la
quale supera già i tre milioni
di abitanti e conserva splendidi
monumenti dell’arte thai in
numerosissime pagode, in vari
palazzi reali e pubblici, ed è
ricca di canali, parchi e
giardini, ma è purtroppo
oggigiorno anche inesorabilmente
soggetta alla fatale
deturpazione di mastodontiche e
stridenti costruzioni moderne
che, se servono al suo sviluppo
industriale, turistico e
commerciale, ne deturpano
irreparabilmente l’incomparabile
unica bellezza di metropoli
orientale.
È da notare che i Thailandesi
fanno ancora netta distinzione
tra la città di Bangkok, che si
estende sulla sponda sinistra
del fiume Ciào Phraià, e la
primitiva cittadella Thon Buri,
situata sulla sponda destra ed
elevata al rango di capitale dal
re Tàk Sin nel 1768, l’anno dopo
la distruzione della precedente
capitale Aiùtthaià. Tutte e due
unite insieme formano la grande
capitale Krung Thép per i Thai e
Bangkok per noi.
Della Regione Centrale, che è la
più popolosa e progredita, sono
da ricordare anche le seguenti
città: Aiùtthaià, anche se oggi
è solo un ammasso di ruderi, ma
che fu la più splendida capitale
del Regno Thai durante il suo
migliore periodo di potenza ed
estensione territoriale; Lop
Burì, l’antichissima Lavò già
capitale del Regno dei Lavà poi
assoggettata dai Khamén e quindi
residenza estiva dei re di
Aiùtthaià, ricchissima di
vestigia storiche e religiose; U
Thong, città assai antica anche
questa, che diede i natali a
Phaià U Thong che fondò la
capitale Aiùtthaià e ne divenne
primo re col nome di Ràma
Thibodì I; e Suphàn Burì, che
con le predette città si trova a
Nord di Bangkok, mentre a est e
lungo il litorale orientale del
Golfo Thai si trovano: Sarà
Burì, Nakhòn Naiòk, Cià Ceung
Sao, Samùt Prakàn, Ciòn Burì, Si
Ràcià e Phattaià che sono due
rinomate spiagge e residenze
estive delle più frequentate da
turisti thailandesi e stranieri;
Raiòng, Çiantha Burì e Trat. A
est della capitale e verso sud
vi sono: Nakhòn Pathòm o Phrà
Pathòm, antichissima capitale
del Regno Suvànna Phùm o
Thavàravadì dei Mon, che
custodisce nel suo celebre Çedi
preziose reliquie di Budda ed è
il centro religioso più
importante di tutta la
Thailandia; Kançianà Burì o Kan
Burì nei cui pressi sorge il
tristemente noto ponte sul fiume
Khuè (non Kuai), Ràtcia Burì o
Ràt Burì, Phétcia Burì o Phét
Burì che si trovano lungo la
penisola, mentre sul litorale
del Golfo Thai abbiamo ancora
Samùt Songkhràm e Samùt Sàkhon;
Hùa Hìn, riviera balneare assai
nota e frequentatissima e
Praciùap Khirikhan.
Parte Meridionale. Questa
regione ha un’area due volte
quella della Danimarca e si
estende dai confini della sua
prima provincia settentrionale
Cium Phon fino ai confini della
Malesia, tra il 12° e il 6°
parallelo. È bagnata a oriente
dal Mare della Cina lungo tutta
la sua estensione ed a occidente
dall’oceano Indiano solo nella
parte meridionale, mentre dal
capo Vittoria in su confina con
la regione Tenàsserim che
appartiene alla Birmania.
Tempo addietro, ci informa Phra
Sàrasàt, quel territorio, con le
importanti città portuali di
Tenàsserim, Mergùi, Tavoi e
Martabàn, apparteneva alla
Thailandia che confinava quindi
da capo a fondo con l’Oceano
Indiano, ma l’Inghilterra nel
secolo scorso, temendo che
venisse aperto l’istmo di Kra
che poteva dare un duro colpo al
traffico marittimo del porto di
Singapore, suo possedimento con
il quale esercitava l’egemonia e
l’assoluto controllo di tutti i
traffici d’Oriente, si intromise
negli affari della Thailandia e
con la forza si impossessò di
quella fascia costiera
annettendola alla Birmania sua
colonia. Con l’indipendenza di
questa il territorio non venne
restituito alla Thailandia ma
rimase parte integrante di
quella nuova nazione.
La Regione Meridionale è
un’autentica penisola che dal
nord s’inoltra nel mare per 1000
km. verso sud, ora
assottigliandosi fino a 15 km.
ed ora allargandosi fino a 200
km. di ampiezza. La sua
superficie, a somiglianza di
quella della zona
settentrionale, è movimentata e
resa oltremodo piacevole da
alture e montagne che, pur non
raggiungendo le altezze di
quelle del nord, si elevano dai
500 ai 1700 m. sul livello del
mare. Il monte più alto è il
Khao Lùang (Montagna Reale) che
sorge quasi al centro della
penisola e raggiunge i 1700 m.
di altezza. Ma ve ne sono
numerosi altri che raggiungono e
superano i 1500 m. lungo il
confine del Tenasserim e danno
origine ad una dorsale (molto
simile al nostro Appennino) che
percorre quasi il centro della
penisola da nord a sud fino
all’isola di Phùket.
La Regione è bagnata da non meno
di una mezza dozzina di fiumi ed
è costituita da vaste pianure
poste ad est nella parte
settentrionale e su ambo i
versanti (est ovest) nella parte
meridionale. Numerosissime sono
le isole che la attorniano, da
un capo all’altro, delle quali
la maggiore e turisticamente più
conosciuta è Phùket che ha una
superficie di 620 km2 ed è il
centro industriale, per la
lavorazione dello zinco, più
importante di tutto il Paese,
«Lo scenario naturale di questa
Regione, scrive Phrà Sàrasàt,
sembra un quadro uscito
dall’abile mano di un grande
artista nel quale sono messe in
risalto l’armonia delle cerulee
acque che la circondano, le
ridenti spiagge da paradiso
terrestre, i nitidi villaggi
adagiati e sonnecchianti
all’ombra di alti palmizi, con
lo sfondo di una fitta coltre di
foreste ondeggianti tra
un’altura e l’altra lungo la
dorsale montuosa e terminanti in
alte vette che si confondono con
l’azzurro del cielo. La terra è
particolarmente fertile e
preparata a produrre qualsiasi
erba e pianta coltivabile e può
quindi nutrire un gran numero di
uomini ed animali. Le sue acque,
sia dolci che salate, sono
oltremodo ricche di pesce, tanto
che la gente talvolta lo butta
via per risparmiare il sale,
giacché, per quanto il sale sia
a buon mercato per la presenza
di numerose saline nella zona,
il pesce costa ancora meno.
L’agricoltura e la pesca sono
dunque le due maggiori attività
e risorse degli abitanti il cui
benessere e abbondanza
contrastano con la povertà della
regione orientale. La loro
condizione è delle più
fortunate, giacché con tale
abbondanza di cibo e con un
clima pressoché costante e
buono, che li libera da molte
malattie, essi non conoscono
affatto la dura fatica».
E questo si può dire in generale
di tutta la Thailandia, terra
fertile e generosa per tutto
l’arco dell’anno, dove si può
ancora vivere una vita
tranquilla allo stato di natura,
lontano da ogni preoccupazione e
assillo della moderna civiltà.
Di tutte le piante tropicali che
abbiamo già ricordato per altre
regioni, quella che più eccelle
qui nella Thailandia Meridionale
è il caucciù, per l’estrazione
della gomma, le cui piantagioni
si estendono a perdita d’occhio.
Anche il sottosuolo di tutta la
Thailandia, ma particolarmente
di questa regione, è ricco di
ogni sorta di minerali, dall’oro
all’argento, dallo stagno al
rame, dal petrolio al ferro,
dall’antimonio al manganese, dal
piombo al tungsteno,
dall’argilla alle pietre
preziose.
Le città più importanti di
questa regione sono: da nord a
sud: Cium Phon, Krà Burì dove la
penisola si fa più stretta e
forma l’istmo di Krà; Ranòng,
Suràt Thani (l’antica Ban Don),
Nakhòn Si Thammaràt (l’antica
Ligor o Laiko), Phatthalùng,
Songkhlà, Pattàni, Narà Thivàt,
Ialà, Satùn, Trang, Krabì, Phang
Ngà e Phùket nell’isola omonima.
Clima. Il clima della Thailandia
è tropicale, caratterizzato
quindi da un caldo umido
piuttosto elevato per tutto
l’anno che viene diviso
solitamente in due sole
stagioni: quella asciutta da
novembre ad aprile, e quella
delle piogge da maggio ad
ottobre. Nella seconda, le
piogge abbondanti e torrenziali
fanno straripare, per gran parte
della loro lunghezza, tutti i
fiumi, allagando le pianure e
apportandovi quel limo
provvidenziale e l’acqua
necessaria alle coltivazioni
soprattutto del riso e di altre
tipiche piante tropicali che
amano particolarmente questo
elemento, come il cocco, la
banana, il mango, la canna da
zucchero, la palma da zucchero,
ecc. Verso la fine di ottobre le
piogge cessano quasi
improvvisamente e del tutto e si
entra nella stagione asciutta,
rallegrata dal raccolto delle
messi e da feste religiose e
folcloristiche, ma resa quasi
insopportabile da un sole
accecante e implacabile che
difficilmente un europeo può
affrontare a capo scoperto,
senza correre il rischio del
noto colpo di sole o
insolazione. E delle due
stagioni, penso che
l’occidentale preferisca quella
delle piogge perché, nonostante
l’umidità e l’afa, ha
l’illusione d’un certo benessere
dovuto alla pioggia, che
raramente scende incessante e
uggiosa, ma piuttosto a scrosci
di poche ore, come una piacevole
doccia; mentre i Thai
preferiscono decisamente la
stagione asciutta, perché meno
cupa e triste e più congeniale
al loro temperamento e ai loro
svaghi e passatempi Si dice
infatti che il maggior numero di
suicidi avvenga durante la
stagione delle piogge che
apporta nell’animo dei Thai un
senso di opprimente malinconia,
talvolta letale come da noi
l’autunno.
La temperatura media annua,
all’ombra, a Bangkok, si aggira
intorno ai 28°C, con punte
massime di 41°C e minime di
11°C.
Viabilità e Comunicazioni. Le
vie e i mezzi di comunicazione
più importanti sono stati
sempre, sono e saranno ancora
per molto tempo, in Thailandia,
i corsi d’acqua e i natanti, a
causa appunto della sua
caratteristica predominante
conformazione idrica. Vie
d’acqua d’ogni sorta, dal mare
al lago, dal fiume al canale,
dallo stagno naturale al bacino
artificiale; e natanti d’ogni
tipo, foggia e grandezza dalla
barca ad un remo, simile alla
gondola veneziana, alla peata
spinta con la pertica, dalla
canoa grande quanto un guscio di
noce, alla giunca cinese a vele
di stuoia che serve anche da
abitazione per una e più
famiglie, dal motorino fuori
bordo al motoscafo, dal
traghetto alla nave di grosso
tonnellaggio.
Ma da un secolo la Thailandia
vanta anche una buona rete
ferroviaria che la attraversa da
un capo all’altro da nord a sud,
da est ad ovest, collegandola
con tutti i paesi limitrofi dal
Lao alla Malesia, dalla Birmania
alla Cambogia.
Dalla Seconda Guerra Mondiale in
poi essa è dotata inoltre di
magnifiche strade rotabili che
la percorrono in ogni suo angolo
remoto, mentre solo mezzo secolo
fa, le sue foreste erano
impenetrabili o percorribili
soltanto a dorso di elefante,
mezzo di trasporto ancora oggi
usato, ma quasi esclusivamente
per motivi turistici.
Infine la Thailandia è
oggigiorno attrezzata di un
magnifico aeroporto
internazionale a Don Müang, 25
km. a nord di Bangkok, divenuto
in breve tempo lo scalo aereo
più importante di tutto
l’Oriente e da una serie di
aeroporti minori per la
navigazione aerea interna, tra
le città più importanti, secondo
l’evoluzione dei tempi e le
esigenze della più avanzata
tecnologia, dando uno sviluppo
enorme al turismo nazionale e
soprattutto internazionale,
sostenuto da una catena di
alberghi di gran classe e
lussuosamente dotati di ogni
confort moderno.
Ma dobbiamo necessariamente
lasciare tanti altri particolari
sulle sue risorse economiche,
industriali, agricole,
commerciali e di altre branche,
perché esulano dal nostro
compito, mentre per quanto
riguarda la sua cultura, l’arte,
l’istruzione, la religione, il
governo, avremo modo di parlarne
nella narrazione storica.
Lo scopo infatti di questo
inserto era solo di dare brevi
ed essenziali notizie della
carta geografica della
Thailandia, sulla quale,
muoveremo i personaggi della sua
storia, come le pedine di una
scacchiera, nella speranza e con
l’augurio che il lettore ci
possa seguire più facilmente e
più piacevolmente.
STORIA – RELIGIONE – ARTE – LETTERATURA
PARTE PRIMA
STORIA
CAPITOLO I
ORIGINE DEI THAI
E loro migrazione dall’Asia Centrale al Sudest Asiatico
Secondo i migliori storici orientalisti, le principali
razze aborigene che abitavano in particolare l’odierna
Thailandia e in generale l’intera Indocina o Penisola
d’Oro, erano i Saiàma o Samang (da cui Syam, Sayam,
Siam), i Sakài, i Karìeng, i Lavà, i Kha, i Lin-jì.
Questi aborigeni furono successivamente sopraffatti,
assorbiti, ridotti in schiavitù o relegati sui monti e
nelle foreste da altri popoli invasori o nomadi, quali
gli Indiani da ovest, i Cinesi da est, i Thai da nord, i
Khamén da sud, i Mon e Phamà o Birmani da nord-ovest.
I Thai dunque, che dovevano popolare e dare il loro nome
alla Thailandia, vivevano ben lontani da quella che
doveva diventare la loro patria. Essi infatti,
appartenenti al ceppo fondamentale mongolo sorto e
sviluppatosi intorno ai Monti Altai dell’Asia Centrale,
si erano staccati e stabiliti definitivamente, dopo
secoli di vita nomade, nelle fertili valli dei fiumi
Hùang Ho (Fiume Giallo) e dello Iang Tze Kiàng, col nome
di AI LAO il cui significato andò perduto. (Tav. II)
Qui essi avevano sviluppato una progredita agricoltura,
avevano fondato delle città, si erano organizzati in
regni ben amministrati e difesi da un efficiente
esercito ed avevano una lingua ed una cultura proprie.
La terra che occupavano non si chiamava ancora Cina,
perché il popolo che doveva darle questo nome viveva, a
sua volta, ancora più lontano e precisamente nelle vaste
pianure o steppe ad oriente del Mar Caspio (nell’odierno
Kasahstan). Di là, a causa della loro condizione ancora
nomade, di cacciatori e pastori, i futuri Cinesi si
spostarono lentamente verso oriente e, attraversando
tutta l’Asia, giunsero anch’essi nel bacino del Fiume
Giallo.
Alla vista e contatto degli Ai Lao, che li avevano
preceduti ed erano assai progrediti nell’agricoltura,
nell’organizzazione civile e militare, i Cinesi non
poterono fare a meno di esprimere la loro ammirazione e
rispetto chiamandoli THAI (che vuol dire grande,
glorioso); parola che assunse poi anche il significato
di libero, giacché la libertà è la maggiore grandezza e
gloria dell’uomo.
Ed ecco l’origine del nome e del popolo Thai. Nome che
da allora gli Ai Lao assunsero e conservarono
fieramente, attraverso molteplici generazioni e
peregrinazioni, fino ai nostri giorni. Ciò avveniva in
un lasso di tempo lungo e impreciso e cioè dal 5000 al
2500 a.C.
I Cinesi, che in un primo tempo si erano adattati a
vivere in pace accanto a loro, cominciarono poco per
volta a penetrare nei tessuto sociale dei Thai e a
impadronirsi lentamente dei posti di comando fino ai
punto di dominarli, sottometterli e perseguitarli.
I Thai allora, non potendo rassegnarsi a tali
umiliazioni e anziché lasciarsi assimilare dai nuovi
arrivati, né potendo ormai far nulla contro la
preponderanza cinese, ma fieri ugualmente della loro
indipendenza e superiorità civile, preferirono in
massima parte abbandonare tutto ed emigrare in cerca di
altre terre dove fondare le loro città, sviluppare la
loro agricoltura e organizzare i loro regni. Si
spostarono così verso il sud-ovest dell’Asia e fondarono
i Regni di Lung e di Pa.
Il professore W. Eberahrd dell’Università della
California, nella sua «Storia della Cina», asserisce che
intorno al 2000 a.C. i Thai vivevano ancora nella valle
dei Fiume Giallo e prima della venuta dei Cinesi avevano
sviluppato una civiltà loro propria, com’è dimostrato
dai bronzi e oggetti vari venuti alla luce sul luogo e
che non hanno alcuna attinenza con la civiltà cinese.
«Secondo la cronologia Ussher, commenta il Dr. Dodd
eminente storiografo orientalista, nel 2000 a.C.
Babilonia e Assiria erano sorte da appena 20 anni, e
Mene o Mizrain non aveva ancora riunito l’Egitto. Ciò
vuol dire che gli Ai Lao o Thai sono popoli di una
civiltà ancora più antica».
D’altronde numerosi altri studiosi orientalisti
attestano che in tutta la Cina centro-meridionale si
trovano continuamente tracce non solo archeologiche ma
anche etniche, linguistiche e culturali dei Thai o Ai
Lao.
Di fronte a tali asserzioni dobbiamo dedurre che gli
Ebrei di Mosè, i Troiani di Priamo, i Greci di Omero, i
Romani di Romolo e Remo non erano ancora apparsi sulla
scena della storia, quando già i Thai prosperavano in
un’avanzata civiltà nel cuore della Cina dal Fiume
Giallo ai Golfo del Tongkino, ponendo le basi dello
stesso Celeste Impero dei Cinesi che dovevano seguirli e
strapparne l’eredità civile e culturale.
E’ nell’attuale Cina Meridionale che i Thai fondarono i
loro nuovi regni, dopo l’emigrazione dalle valli del
Fiume Giallo e dello Ièng Si Kìeng (o Yang Tze Kyang),
regni che dovevano però cadere lentamente e
inesorabilmente sotto il giogo dei Cinesi. (Tav. VI)
E a più riprese le stesse Cronache Cinesi ci parlano
della lotta dei Tartari-Cinesi contro i Thai per la
conquista dei loro regni, narrando come nell’843 a.C. la
città di Lung, una delle prime capitali fu conquistata e
sottomessa. I Thai furono allora costretti a scendere
più a sud nell’altro Regno di Pa. Ma nuovamente
perseguitati e sconfitti anche qui nel 215 a.C. i Thai
dovettero emigrare ancora e stabilirsi ai confini del
Tonkino,, dove fondarono numerose città, tra di loro
indipendenti prima e poi riunite nel regno di Thai Ai
Lao o Tìen Ai Lao, sotto il re Khun Muang nel 122 a.C.,
con capitale Pe Ngài o Ngai Lao. Anche questo regno
tuttavia non sempre poté mantenere la sua assoluta
libertà e indipendenza, ma fu più volte ridotto dai
Cinesi in condizioni di vassallaggio.
E in questo periodo che il Buddismo cominciò a penetrare
fra i Thai, allorché nel 68 d.C. l’Imperatore cinese
Meng Te inviò una missione al re thai Khun Luang Mao del
Regno Ai Lao e lo convinse a convertirsi al Buddismo
insieme a tutti i suoi sudditi che assommavano a
553.711. Questo atto religioso però creò un malinteso
politico, giacché i Cinesi ritennero questa adesione al
Buddismo come una formale sottomissione anche al potere
politico, per cui, subito dopo la missione religiosa,
inviarono un funzionario della corte imperiale quale
Governatore Generale di tutto il Regno Thai con
residenza nella loro capitale Ngai Lao o Pe Ngài. Quando
però i Thai si resero conto dell’inganno, reagirono
immediatamente, ma invano; perché troppo tardi per
potersi opporre alle preponderanti forze militari cinesi
e dovettero accettare il fatto compiuto dell’annessione
del loro regno quale provincia del Celeste Impero.
Il loro amore per l’indipendenza tuttavia era tale che
non cessarono di lottare e approfittare di ogni
occasione per potersi riscattare dal giogo cinese. E
l’occasione più propizia si presentò particolarmente
verso il 222 d.C. allorché gli intrighi sorti alla corte
imperiale spezzarono il Grande Impero Celeste nei noti
TRE REGNI. Allora le singole città thai insorsero e
tentarono di rendersi indipendenti ciascuna per conto
proprio. Ma il regno cinese cui era toccata la parte
meridionale della Cina non si rassegnò a perderne il
dominio e, per mano del suo saggio e forte primo
ministro Khung Min, non tardò ad avere la meglio su
quelle città ribelli, che nel frattempo, dinanzi al
comune pericolo, si erano riunite sotto la guida del re
thai Beng Hek ed avevano opposto una lunga e valorosa
resistenza.
(Le eroiche gesta di questa epica lotta dei Thai contro
i Cinesi sono state narrate e tramandate fino a noi nel
celebre romanzo a fondo storico «I Tre Regni»)
Questa nuova lotta e oppressione dei Cinesi contro i
Thai provocò una ennesima massiccia emigrazione di
questi ultimi verso altre terre; in parte nel Tonkino
(Vietnam del Nord) dove si stabilirono lungo le valli
del Fiume Rosso e Nero passando alla storia coi nomi di
Thai Rossi e Thai Neri e successivamente Ciam, in parte
verso occidente nell’attuale Lao dove fondarono i regni
dei Sip Sòng Phan Na (12 mila campi) e dei Sip Song Ciu
Thai (12 principati) dandovi poi il loro antico nome Ai
Lao o Lao; in parte nella provincia di Nan Ciào (attuale
Iun Nan) situata al nord della Thailandia; in parte
ancora più a occidente nella Birmania settentrionale
dove fondarono numerosi staterelli col nome di Ciàn
(Shan) e infine lungo il corso medio del fiume
Bramaputra nell’Assam, provincia nord-orientale
dell’India, dove presero il nome di A Hòm. (Tavv. IV e
VI)
Bisogna dire che in tutte queste regioni i Thai erano
già stati preceduti da altre ondate di emigrazioni di
loro antenati, allo stesso modo di ciò che è avvenuto
per i nostri emigranti europei verso le Americhe dopo la
loro scoperta, e non durarono quindi fatica ad
ambientarsi e a rimettersi al lavoro per recuperare
quanto avevano abbandonato o perduto.
Ma è particolarmente nella regione di Nan Ciào (Iun Nan)
che i Thai riuscirono a fondare molte prosperose città e
riunirle poi in un potente regno. Infatti tra le
montagne di quella regione quasi impervia, lontani
quindi dalla sfera d’influenza dei Cinesi, con un
terreno molto meno allettante delle precedenti fertili
pianure e quindi meno esposti alle brame insaziabili
degli eserciti del Celeste Impero, essi poterono
finalmente godere una relativa tregua e prosperare
indisturbati per parecchi secoli. Ed è di loro che noi
dovremo più che mai occuparci, trascurando tutte le
altre ramificazioni, perché è proprio da questo flusso
centrale che scenderanno verso la Thailandia i Thai che
dovranno diventare il suo popolo, darle il nome e
perpetuarne nella storia fino a noi l’integrità
razziale, etnico-culturale, mentre tutti gli altri
gruppi, compreso quello rimasto nello Iun Nan o Nan
Ciào, furono inesorabilmente assorbiti da altri popoli e
perdettero quindi l’originale integrità razziale di Ai
Lao o Thai. Lo stesso Lao che è stato occupato e
organizzato in regno dai Thai prima ancora della
Thailandia, che ha assunto il loro antico nome di Ai
Lao, che conserva molte caratteristiche Thai e parla una
lingua quasi uguale a quella Thailandese, deve questa
sua particolare indipendenza e differenziazione dagli
altri gruppi al fatto di essere stato per lungo tempo un
dominio e regno vassallo della Thailandia. E avremo
occasione di riparlarne ampiamente nel corso della
nostra narrazione.
Ma, per il momento, dobbiamo lasciare da parte i Thai
per fare una digressione e occuparci, seppur brevemente,
di due altri popoli che avevano già preso possesso del
Sudest Asiatico e prosperavano da tempo nel Siam e
nell’intera Penisola d’Oro: i Khamén e i Mon.