Storia della Thailandia

di Mario Lorenzato

 

INTRODUZIONE



La stesura di questa breve Storia della Thailandia vuol essere anzi tutto un tributo di riconoscenza da parte mia verso quel Paese che mi ha ospitato per alcuni anni e verso quel Popolo che mi ha dimostrato tanta finezza d’animo; per i quali ho conservato sempre il più caro ricordo e la più cordiale simpatia.
Ma vuol essere anche un modesto contributo inteso a colmare la immensa e, diciamo pure chiaramente, riprovevole ignoranza che esiste tra noi sulla civiltà e storia dei popoli orientali.
Nelle nostre scuole si continua a considerare la razza bianca l’unica razza civile, superiore a tutte le altre in ogni manifestazione ed evoluzione umana, quando invece la razza bianca vera e propria non esisteva ancora o viveva nelle caverne, allorché quella gialla o di pelle Scura aveva già costruito numerose città, organizzato vasti regni e imperi, elaborato leggi, adottato usi e costumi di avanzata civiltà. E non è valsa, a cambiare tale mentalità, neppure la terribile e tragica condanna, con la recente scomparsa delle aberranti dittature che osarono proclamare e sostenere la superiorità dogmatica e priorità indiscussa della razza ariana. Nelle nostre scuole ancora oggi non si fa altro che parlare dei Grandi Imperi Coloniali, dei Grandi Conquistatori Europei, del Grande Impero Romano, del Vasto Dominio Arabo, della perfezione estetica, politica e letteraria Greca, dei Regni d’Egitto, degli Imperi Assiro-Babilonesi, giungendo al massimo fino all’Indo, solo per parlare delle imprese di Alessandro il Grande, ma senza interessarci minimamente dei popoli dell’immenso Continente Asiatico che pure hanno una storia, una civiltà ben più antiche e, in certi periodi, ben più progredite delle nostre.
Cosicché si esce dalla scuola conoscendo nulla o quasi di quei grandi e sterminati popoli dell’Estremo Oriente, della loro antichissima civiltà, della loro letteratura, della loro religione, della loro arte delicata e maestosa, elaborate e perfezionate prima delle nostre; si esce dalla scuola completamente ignari del Celeste Impero, il più esteso di tutti gli imperi mai esistiti al mondo nel tempo e nello spazio (4000 anni! dal 2000 a.C. al 2000 quasi dc.) con la sua plurimillenaria civiltà che ebbe origine e pieno sviluppo quando l’occidente era ancora agli albori della sua storia.
E altrettanto dicasi dell’impero Giapponese, dell’impero Indiano (Vedico-Bramanico-Buddista-Indù) e dell’impero Indonesiano. Tutti popoli che continuiamo a ritenere barbari, incivili e sottosviluppati, mentre ci hanno preceduti di millenni sia nella storia che nella civiltà.
E c’è da precisare che i Cinesi furono a loro volta preceduti da altri popoli, i «THAI» di cui ci occuperemo in questa Storia. I Thai che, come vedremo, avevano già dei centri abitati ben organizzati ed avevano sviluppato un eccellente sistema di agricoltura, soprattutto per la produzione del riso e della frutta, ed erano forti di una avanzata organizzazione politica, civile, economica e militare da incutere rispetto e timore agli altri popoli mongoli. E chi ha mai sentito parlare di loro?
Eppure non sono esseri immaginari o personaggi usciti dalla penna o dalla fantasia di qualche estroso romanziere come Verne o Salgàri, ma popoli realmente esistiti in una prosperosa civiltà ancora prima che i Cinesi arrivassero dal centro dell’Asia all’Estremo Oriente e chiamassero quella parte dei Continente Asiatico, coi loro nome, Cina. Chi ha mai sentito parlare della Thailandia (o Siam) che negli ultimi tre secoli, anche se a prezzo di sacrifici e rinunce territoriali, è riuscita a mantenere la sua indipendenza nazionale, quando tutti gli altri Paesi limitrofi cadevano, uno dopo l’altro, vittime del Colonialismo Anglo-Francese e nei 1882 riuscì, non solo a frenare ma addirittura, a fermare ai suoi confini l’inesorabile processo di colonizzazione delle due più grandi potenze del tempo, l’Impero Britannico e l’Impero Francese? Proprio, come oggi, un secolo dopo, ha neutralizzato e sta neutralizzando l’influenza delle due attuali superpotenze, il Comunismo e il Capitalismo che si stanno contendendo il predominio economico più che politico di tutto l’Estremo Oriente, mantenendo fieramente la sua indipendenza politica e integrità nazionale libere da ogni ingerenza straniera.
Neppure la tanto deprecata e lunga guerra trentennale del Vietnam, Cambogia e Lao (ex Indocina Francese) combattuta ai suoi confini è stata sufficiente a suscitare nella stampa e nel pubblico italiano un interesse culturale vero e proprio per quei paesi del Sudest Asiatico. Si è parlato della Cina col suo Maoismo, del Giappone con la sua avanzata tecnologia, dell’India con fa sua bomba atomica nonostante la fame che la distrugge; ma del Vietnam, della Cambogia, del Lao, della Thailandia che erano più direttamente interessati e coinvolti in questa tragica avventura, paesi ricchissimi di arte, letteratura, tradizioni, usi e costumi antichissimi e capaci di suscitare il massimo interesse in qualsiasi lettore; nulla o quasi nulla è stato detto o scritto. Nulla almeno di storia, di politica, di arte, di religione, di letteratura, di cultura, ma c’è stata data solo una scarna e macabra cronaca di violenze, distruzioni, sopraffazioni, dolore e morte.
E d’altronde mancano in Italia testi, libri e documenti adeguati, mentre gli Inglesi, i Francesi, gli Olandesi, i Portoghesi, i Tedeschi e ultimamente gli stessi Americani posseggono una vastissima letteratura su tutta la storia, l’arte, le letterature, le religioni dei Paesi d’oriente, nonché una vasta documentazione diplomatica, prodotta e raccolta in tanti secoli di colonizzazione, di viaggi, di scoperte, di esplorazioni, di missioni culturali e di ricerche archeologiche. Noi abbiamo soltanto il Milione di Marco Polo (l’unico in commercio), gli scritti di Nicolò di Conti, di Gerolamo di Santo Stefano, di Bartolomeo Vartema, dei padri Ricci e Marignolli e di qualche altro missionario, tutti introvabili nelle librerie e difficilissimi da scovare nelle biblioteche private. Il che è troppo poco!
È assolutamente necessario dunque colmare questa lacuna. E non potendo sperare che la scuola, già impegnata in tante altre riforme, possa ampliare i suoi programmi in questo senso, mi sono proposto (e mi auguro vivamente che l’esempio sia seguito da altri) di curare una serie di pubblicazioni sulla storia, la letteratura, la religione, l’arte, la politica, la cultura, il folclore della Thailandia (per ora, da estendere poi ad altri paesi dei Sudest Asiatico), in modo che chi ha finito la scuola, completamente ignaro e sprovveduto in questo campo, possa (con una lettura facile e speriamo anche piacevole, senza particolare impegno, ma quasi a tempo perso nelle ore di svago e nel tempo libero) farsi una cultura oggigiorno più che mai indispensabile ad ogni uomo civile.
Se si pensa che la classe colta di quei Paesi che noi (per i predetti inveterati e quanto mai riprovevoli pregiudizi) continuiamo a ritenere inferiori e sottosviluppati, per il 90% perfeziona o compie interamente i suoi studi nelle Università Europee e Americane, apprendendo non solo tutti i nostri problemi attuali, ma anche tutta la nostra storia, la nostra cultura, la nostra civiltà, le nostre lingue, dovremmo certamente vergognarci di sapere, a nostra volta, così poco di loro.
La Thailandia da secoli, guidata saggiamente da una lunga serie di re abili e coraggiosi, fatta qualche rara eccezione, e ultimamente da una Dinastia reale discendente da un grande stratega, il generale Ciàkrì, e oggigiorno sorretta dai suoi migliori uomini ammessi, con la Costituzione del 1932, al Parlamento, ha saputo battersi intelligentemente e uscire vittoriosamente dalle più difficili congiunture politiche, economiche e sociali, mantenendo la sua libertà nazionale intatta e formando «non una diga di bambù», ma «una barriera di uomini liberi, i Thai», fieramente decisi a difendere la loro terra, la loro cultura, le loro tradizioni, la loro religione e soprattutto la loro prima virtù: la «libertà», e quindi giovare indirettamente anche a noi, al nostro benessere, alla nostra tranquillità.
La Thailandia infatti è diventata oggigiorno, in seguito agli ultimi avvenimenti politici mondiali, il fulcro sul quale poggia la bilancia dell’equilibrio tra le massime potenze che si contendono il predominio economico di tutto il mondo, Si sa che una terza guerra mondiale, a detta di tutti, sarebbe la distruzione dell’intera umanità e tale pericolo incombe più che mai nell’Estremo Oriente. La Thailandia potrebbe essere l’unico Paese catalizzatore capace di frenare tale reazione a catena, come una barra di cadmio in una pila atomica.
Non possiamo più pensare, come i nostri padri, che quei popoli di Oriente siano troppo lontani per interessarcene. Oggigiorno, con i mezzi che la tecnica ha prodigiosamente sviluppato e divulgato, quali il telefono, la radio, la televisione, le comunicazioni aeree, frantumando tutte le distanze, quei popoli li abbiamo sull’uscio di casa e non possiamo più permetterci di ignorarli. Dobbiamo fare qualche cosa per conoscerli e comprenderli prima che sia troppo tardi.
Sarà questo anche un contributo alla preparazione e realizzazione di quello che, per il momento, è solo un sogno utopistico, ma che in un domani, forse non lontano, dovrà diventare una realtà, l’unione o convivenza di tutti i popoli della terra in una pace universale.
Prima di chiudere voglio ringraziare sentitamente il dr. M. L. Manìt Ciùmsài, una personalità nella cultura Thai, che mi ha dato l’ispirazione a quest’opera e fornito i testi necessari ad un’ampia consultazione; di lui dirò più a lungo in altri volumi di questa Collana, scritti dal medesimo e da me solo tradotti, per fornire al lettore un campo di informazioni sempre più vasto, esauriente e genuino.
Il mio ringraziamento va pure ai Padri Missionari Salesiani Don Sala, Don Castellino, al Gesuita Don Cerutti e particolarmente al Vescovo Missionario Mons. Pietro Carretto nonché ai Sacerdoti Thailandesi Don Praxum e Don Sanit per la loro preziosa collaborazione e assistenza nell’invio di notizie e sulla scelta e fornitura di numerosi volumi da consultare.
La più viva riconoscenza debbo anche al caro amico Ferruccio Pivetta per la preziosa collaborazione di disegnatore e cartotecnico e aiuto revisore del testo in dattiloscritto e in bozza.

L’Autore
MARIO LORENZATO

 

 

NORME PER LA CORRETTA PRONUNCIA DEI NOMI THAI


Per dare alle parole thai la più corretta pronuncia possibile, ho abbandonato completamente la grafia o romanizzazione abituale inglese, francese o di altre lingue europee, scrivendo le parole thai come le pronunciamo in italiano, sicuro che ciò renderà più facile la lettura ed eviterà tante dannose storture delle parole stesse.
Non si meravigli dunque il lettore se troverà, in questo testo, tali parole thai scritte diversamente da quelle che è solito vedere nei giornali e riviste (che le prendono alla lettera da fonti americane, inglesi e francesi) o in altri testi specialmente geografici, i quali seguono pedissequamente la grafia straniera, facendoci un brutto servizio perché si è tentati di leggerle all’italiana mentre invece vanno lette secondo la pronuncia inglese o francese, che non tutti conoscono, creando così una grande confusione, e facendoci adottare dei termini che in definitiva nessuno capisce, né gli Inglesi, né i Francesi e tanto meno i Thai o gli Orientali.
Prendiamo l’esempio classico dell’antico nome della stessa Thailandia, il Siam. Noi diciamo appunto Sìam con l’accento sulla ì. Ma la sua vera pronuncia è Saiàm come dicono i Thai e che gli Inglesi hanno mutato in Sàiam scrivendo però Syam, da cui i Francesi hanno dedotto Siàm e gli Italiani Sìam mutando la y in i, senza tener conto però che queste due vocali in inglese hanno anche il suono del nostro dittongo ai. E così abbiamo un nome che non capisce nessuno all’infuori di noi Italiani.
Altro esempio ancora più paradossale è quello del nome dell’isola indiana Ceylon che noi pronunciamo tale e quale è scritta; naturalmente per non farci intendere da nessuno. Gli Inglesi infatti pronunciano Sìlan e i Francesi Silàn: si avvicinano alquanto alla pronuncia originale indiana di Silàngkha o Sìlang.
Ma il più recente di questi incomprensibili e inspiegabili svarioni, adottato, con tutta tranquillità, dalla nostra lingua, è quello del fiume Kuài (sic) reso noto in tutto il mondo dal celebre film «Il ponte sul fiume Kwai». In Thailandia non esiste nessun fiume Kuài e nessun Thailandese saprà mai indicare la strada al turista italiano in cerca di quel luogo divenuto così tristemente celebre, per i noti fatti della Seconda Guerra Mondiale, e ora méta di continue visite. Infatti quel fiume si chiama Khuè.
Perché dunque noi Italiani diciamo Kuài? Perché l’abbiamo tolto pedissequamente e direttamente o dal romanzo francese «Le pont sur la rivière Kwai (sic)» o dal film che ne ha ripetuto la grafia senza preoccuparsi di darcene la corretta pronuncia francese che infatti è Kuè; perché il dittongo ai per i Francesi suona è. Da notare però che alla k bisogna aggiungere l’h (quindi si scriva e si pronunci khuè), comunque scrivano i Francesi o gli Inglesi,
E si potrebbe continuare di questo passo per un bel po’. Ma il lettore attento potrà rilevare da solo tali anomalie e differenze dal confronto tra i due elenchi di nomi che sono riportati in appendice.
Ritornando alle nostre norme di pronuncia premettiamo che abbiamo dovuto ricorrere anche all’uso di lettere e dittonghi stranieri, dato che il nostro alfabeto non è sufficiente a rendere tutti i suoni della lingua thai (basti dire che questa ha 74 lettere, tra consonanti e vocali). Ed è particolarmente di questi gruppi o lettere che ci occupiamo qui, dando loro la corretta pronuncia o interpretazione. Sono ridotti al minimo indispensabile appunto perché il lettore li possa apprendere facilmente e velocemente prima di iniziare la lettura del testo.
Essi sono:
H - l’h è sempre aspirata come in: hà, Hùa Hìn, ma-hà, ra-hù, ecc.
J - usiamo la j lunga quando vi sono due ii, per meglio distinguerne il doppio suono, come in: Jì, Jìng, ecc.
K - viene usata in sostituzione della nostra c dura, ch e q.
Kh - ha un suono diverso dalla precedente perché la k è aspirata. Questa differenza ha un’importanza vitale nella lingua thai. Le parole infatti cambiano significato se scritte con la k semplice o con la kh aspirata. La loro pronuncia non è difficile perché: la prima si ottiene con un colpo di fiato in gola (gutturale), mentre la seconda si ottiene spingendo il fiato contro il palato (gutturale-palatale).
C - la c semplice la usiamo per indicare il suono aspro (di chi starnutisce) con le vocali e i come nelle parole: céra, cìngolo.
Ci - la c con la i la usiamo per indicare lo stesso suono della c semplice, ma con le vocali a, o, u, eu, ü davanti alle quali non diventa dura come in casa, cosa, cuna ecc., ma resta molle come se fosse cia, cio, ciu, cieu, ciü; la i comunque non si dovrebbe far sentire perché serve solo a ricordare questo suono come nella parola ciasa dei nostri Friulani. Es.: ciàng, cion, ciut, cieu, ciü.
Allorché la i dovesse essere pronunciata viene accentata. Es.: Cìeng Mài, Cìeng Rài, cìat, vicìen ecc.
Ç - la ç col puntino sotto la usiamo per indicare il suono dolce e quasi moscio che fanno sentire i bambini quando dicono, cìài-ciai, ciào-ciào. Es.: ciài, cià, ciùt, ciòn ecc.
Ng - questo gruppo ha un suono tutto particolare ed assai difficile da spiegare e far apprendere con norme teoriche. Solo la viva voce può darcene la corretta pronuncia. Tuttavia tentiamo di spiegarci ponendo il suo suono tra il nostro gn di gnocco e ng di inghippo, ma spiccatamente nasale (come quello che emettono coloro che hanno il labbro leporino). Quindi la parola ngu non si pronuncia gnu (con la gn dolce) né ngu (con la g dura) ma con una n gutturale-nasale molto spiccata. Es.: ngu, ngiep, ngan, ngeun, ngài ecc.
Ph - la ph ha suono di p aspirata e non già di f come in latino o in altre lingue straniere; diverso comunque da quello della p semplice e lo si emette soffiando leggermente tra le labbra. Es. pho, pha, phu, phi, pheung, phung, ecc.
Th - anche la th ha suono di t aspirata, diverso dalla t semplice. E per quanto riguarda la loro differenza vale quanto già detto a proposito della kh aspirata e della k semplice, cioè che le parole cambiano significato. Es.: tai = morire, thai = thailandese-libero; pa = foresta, pha = stoffa; ecc.
Eu - il dittongo eu ha il suono caratteristico francese di peu = poco, simile al nostro lombardo di feu = fuoco. Es.: keun = troppo, cieun = invitare, deun = camminare, ecc.
Ü - la ü con i due puntini sopra ha il suono tipico della u francese come in mur = muro o della ü tedesco di führer, simile al suono lombardo di nü = noi. Es.: düm = bere, tün = svegliarsi, pün = fucile, ecc.
— - usiamo talvolta il trattino (-) per separare le sillabe di alcuni nomi thai per evitare confusione. Infatti noi saremmo tentati di pronunciare la parola Phangua dividendola nel modo seguente: Phan/gùa, mentre invece la sua corretta pronuncia e divisione in sillabe è Pha-ngùa (col caratteristico suono gutturale-nasale di ng) o anche Phang-ùa ma mai Phan-gùa. Così dicasi di: Tuangu (Tua-ngu), Benghek (Beng-hek), Bangiang (Bang-iàng), Ciengrài (Cìeng-rài), Thongu (Thong-u), Fangum (Fa-ngum), ecc.
ò è ó è - gli accenti grave e acuto li usiamo, come in italiano (pòllice, pèlle, Róma, régno) per indicare rispettivamente i suoni larghi o stretti delle vocali, o ed e. Es.: pòt = polmoni, pèt = otto, pók = copertina di libro, pét = anitra.
Altre peculiarità.
E’ da notare inoltre che, a riguardo degli accenti, alcune parole thai non hanno alcun accento tonico particolare e debbono quindi essere lette con voce uguale per tutte le loro sillabe, senza alcuna inflessione. Es.: Bang-kok, Ban-don, Khlong-thom, Bang-bo, Bang-pong, lun-nan, Ta-li-fu. Fu-nan, ecc. Anche questa è una peculiarità propria della lingua thai e a noi sconosciuta, per cui riuscirà un po’ difficile, all’inizio, la corretta pronuncia, ma con un po’ di esercizio non si tarderà a farne un corretto uso. Altre parole invece hanno due o più accenti o inflessioni come per es.: Aiùtthaià, Krung-thép-mahà nakhòn; ma queste non presentano particolari difficoltà.
Per chiarezza e semplicità è stato assolutamente necessario trascurare in blocco la distinzione fra le vocali brevi e lunghe coi rispettivi segni ( ˘ ) ( — ) e soprattutto l’indicazione dei famosi 5 toni della lingua thai: alto o acuto ( ^ ), discendente (ֻ ) , retto ( — ), basso ( v ), ascendente ( / ) che danno alle medesime parole significati ben diversi.
Tutti questi segni infatti avrebbero complicato talmente la grafia da mettere a dura prova la pazienza del lettore più volonteroso e ottenere quindi l’effetto contrario e decisamente negativo di confondere anziché chiarire la pronuncia stessa.
Penso che i soli accenti tonici nostrani e i pochi segni e lettere stranieri adottati, siano sufficienti a dare al lettore una pronuncia molto vicina al moderno thailandese, anche se non perfetta in tutte le sue difficili e innumerevoli inflessioni.
Ho creduto infine opportuno riportare, in appendice, un duplice elenco dei nomi thai più ricorrenti nel testo, nella grafia italiana da me adottata e nella grafia straniera o romanizzazione comunemente usata dagli Inglesi, dai Francesi e dagli stessi Thai, per dare al lettore un punto di riferimento e di confronto per altri testi o scritti che gli capitassero tra mano, come giornali, riviste, testi geografici, opuscoli turistici e altre pubblicazioni sia straniere che nostrane.

 

 

PREMESSA

Brevi nozioni geografiche sulla Thailandia



Non spiaccia al lettore se, prima di iniziare la nostra storia della Thailandia, premettiamo qualche notizia geografica, onde meglio ambientare e localizzare le varie vicende storiche di quel popolo che, a somiglianza di quasi tutti i gruppi etnici della terra, ha avuto origini ben lontane dall’attuale sua sede e in seguito a emigrazioni, spostamenti, lotte e conquiste, è riuscito a trovarsi una patria, a darsi un linguaggio, una scrittura, una cultura, una religione sue proprie nettamente differenti da tutte le altre.
Precisiamo anzitutto che la Thailandia ha preso questo nome ufficialmente intorno al 1940 e che prima era chiamata Siam (che i Thailandesi pronunciano Saiàm, gli Inglesi Sàiam, i Francesi Siàm e gli Italiani Siam). Nome di origine molto incerta e oscura che molti studiosi spiegano col significato di «nero o scuro» dovuto al colore della pelle giallo-bruno scuro dei suoi primi abitanti.
Ho detto che la Thailandia era chiamata e non si chiamava Siam. I Thailandesi infatti hanno sempre usato da secoli e millenni il termine Thai per autodefinirsi e furono gli stranieri, particolarmente dal 1500 in poi, con l’inizio delle grandi scoperte, esplorazioni e imprese coloniali, che lanciarono nel mondo occidentale il nome di Siam (da Saiàma il nome di una minoranza etnica di aborigeni della Thailandia centrale e meridionale, attualmente ridotti a poche tribù che vivono nelle foreste e montagne ancora quasi allo stato brado). Furono gli Europei che adottarono questo nome e lo imposero agli stessi Thailandesi anche negli atti ufficiali, mentre i Thailandesi hanno sempre preferito e continuato a far uso dei loro particolari appellativi di Thai per indicare il popolo siamese, di Müang Thai per indicare il loro stato o regno e di Prathét Thai per indicare la loro nazione. (Thai = liberi: Müang = città, stato, regno; Prathét = nazione).
Il francese Laloubère, che fece parte dell’ambasciata francese alla corte del re Narai ad Aiùtthaià, nel 1680 scriveva: «Il nome Siam è sconosciuto ai Siamesi... I Siamesi usano appellarsi col nome di Thai che nella loro lingua significa “liberi”, proprio allo stesso modo in cui i nostri antenati si chiamavano “Francs” (affrancati, liberi); e «Müang” significando regno in siamese, essi chiamano la loro patria “Müang Thai” o “Regno dei liberi”». Il vescovo Mons. Pallegoix delle Missioni Estere di Parigi ribadiva a sua volta nel 1854: «La nazione che gli europei chiamano Siam, qui è chiamata «Müang Thai” (Regno dei liberi)». E il Dr. Rong Sayamananda, professore dell’Università Ciulà Longkòn di Bangkok, precisa nel suo libro «Fondamenti della storia Thai»: «Saiàm o Syam divenne nome ufficiale solo durante il regno del re Mongkùt o Rama IV dell’attuale Dinastia Ciakrì (1851-1868). Quando egli firmò il trattato con la Gran Bretagna il 18 aprile 1855, nel documento originale era ancora usato il termine “Müang Thai”, ma nella successiva ratificazione di detto trattato, firmata il 5 aprile 1856, fu introdotto per la prima volta e imposto ufficialmente il termine “Syam” in sostituzione di «Müang Thai”». (Da notare che Syam viene dagli Inglesi pronunciato Sàiam).
Con la incruenta e quasi pacifica rivoluzione del 1932 che portò al Governo la rappresentanza popolare e trasformò la «Monarchia Assoluta» in «Monarchia Costituzionale», il termine «Thai» fu nuovamente portato alla ribalta e rimesso in uso anche negli atti ufficiali. Ma fu il Primo Ministro Phibùn Songkhràm, asserisce il sunnominato professor Rong Sayamananda, che divenuto capo del Governo nel 1938 con un programma di totale rinnovamento e ristrutturazione nazionale, decretò l’abbandono definitivo del nome Siam, sia nella lingua Thai che nelle lingue straniere, sostituendolo con l’autentico e originario nome nazionale di «Müang Thai» o «Prathét Thai».
Anche questa denominazione tuttavia non poté sfuggire alla prepotente ingerenza straniera, particolarmente Anglo-Americana, che la mutò in «Thailand» (sostituendo i termini Müang e Prathét con la parola anglosassone «Land» che vuoI dire terra, nazione), da cui derivano i nostri vocaboli Thailandia e Thailandese. Noi faremo uso anche del semplice termine Thai per dire Thailandese. E speriamo che il travagliato e bistrattato nome sia finalmente giunto al suo epilogo e accezione definitiva. Avremo comunque occasione di riparlarne più a lungo nella narrazione storica.
La Thailandia oggigiorno non ha l’estensione che aveva nei suoi tempi migliori e particolarmente durante i regni dei re Ràma Kam-hèng e U Thong o Ràma Thibodì I nel XIII e XIV secolo, allorché in seguito a fortunose imprese riuscì ad estendere i suoi confini su tutta la penisola di Malacca fino a Singapore e su quasi tutti i territori del Lao, della Cambogia e della Birmania. (Tavv. I - VI)
Attualmente la sua superficie si estende da nord a sud per 1650 km. e da est ad ovest per 800 km. nella sua pane più larga e 15 km. nella sua parte più stretta. È posta esattamente tra il 6° e il 21° parallelo e tra il 97° e 106° meridiano, con un’area complessiva di 518.000 km2 e una popolazione di 45.000.000 di abitanti. Confina a nord con la Birmania e il Lao, a est ancora con il Lao, la Cambogia e il Mar della Cina che forma il Golfo Thai, a sud con lo Stato della Malesia e a ovest con l’oceano Indiano nella parte meridionale, e con la Birmania nella parte settentrionale.
È una caratteristica penisola, chiamata tradizionalmente Penisola d’oro dai Thailandesi (Lem Thong o Suvànna Phùm) per la prodigiosa ricchezza del suolo, che presenta una certa rassomiglianza con la nostra Italia, coronata al nord da montagne (anche se più modeste delle nostre Alpi) e percorsa a sud per tutta la sua lunghezza da una dorsale montuosa e collinosa, molto simile ai nostri Appennini. Ma mentre l’Italia ha la forma inconfondibile di uno stivale, la Thailandia disegna chiaramente i contorni di una immensa scure che estende il suo manico da nord a sud e volge la sua lama verso oriente.
E solitamente divisa in quattro parti: Settentrionale, Orientale, Centrale e Meridionale; ognuna con caratteristiche organiche e inorganiche, flora e fauna alquanto diverse. E insistendo sulla figura della scure vediamo che la parte Orientale forma la sua lama, mentre le parti Settentrionale, Centrale e Meridionale formano il suo manico o impugnatura.
Parte Orientale. Cominciamo proprio con la sua Parte Orientale, perché quasi si stacca e si aliena dal corpo o asse principale che forma il nerbo e la continuità di tutta la Thailandia. Tale suo distacco dalle altre parti è ancora più marcato dal clima, dal suolo, dall’ambiente, dalla flora e dalla fauna tanto da non sembrare dello stesso contesto geografico. Ed è purtroppo anche la zona più povera e brulla di tutta quella fertilissima e opima terra che forma la maggior parte della Thailandia. Essa confina ad ovest con le due Zone Settentrionali e Centrali, a nord e ad est con il Lao ed al sud con la Cambogia. È compresa tra i meridiani 102° e 106° e tra i paralleli 14° e 18°. (Tav. I)
La Regione Orientale è nota anche con il nome di Altopiano di Khoràt o Ràtciasìma, due nomi della stessa città, che è il più importante capoluogo di provincia e fu talvolta anche la capitale temporanea del l’intera Regione. L’Altopiano di Khoràt ha la forma pressoché quadrata o quadrangolare con due lati (nord e est) delimitati dal fiume Mè Khòng, e due lati (sud e ovest) chiaramente marcati da due catene di montagne o alture denominate Phu Khao Phétciabùn — Phu Khao Phrajà Ién sul lato ovest e Phu Khao San Kamphèng — Phu Khao Dong Ràk sul lato sud e corrono rispettivamente da nord a sud e da ovest ad est, formando un angolo retto a mezza via tra Khoràt e Aiùtthaià.
Pare che l’origine di questo tavoliere sia dovuta a cause sismiche che spezzando la crosta terrestre l’hanno innalzata su i due lati montagnosi occidentale e meridionale dando a tutto l’Altopiano una inclinazione che, dall’altezza media di 300 m. scende verso i lati opposti a livello del fiume Mè Khòng che è a 50 m. sul mare.
Il lato più spettacolare e suggestivo di questo tavoliere è quello meridionale che divide l’Altopiano Thai dalla pianura Cambogiana. Si presenta quasi come una lunga e gigantesca parete rocciosa che culmina nel Dong Ràk, famoso centro di rovine storiche Khamén, e corre in direzione della longitudine terrestre. Esso segna il confine naturale tra la Cambogia e la Thailandia. La sua altitudine oscilla mediamente tra i 400 e i 700 m. sul livello del mare. Allorché ci si affaccia sul bordo di questa parete rocciosa o si sale sulla cima di una delle sue maggiori alture si gode un panorama così vasto sulla pianura sottostante da abbracciare, con un solo sguardo, quasi l’intero territorio della Cambogia.
La superficie dell’Altopiano di Khoràt non è piatta e liscia, ma ineguale e quasi bugnata per cui durante la stagione delle piogge hanno origine innumerevoli temporanei rivoli, torrenti e corsi d’acqua che scendono precipitosi verso i fiumi principali il Ci e il Mun, formando con essi la figura di un gigantesco albero dai numerosissimi rami piccoli e grandi, il cui tronco, rappresentato dal Mun, ha le sue radici nel Mè Khòng. Il fiume Ci nasce tra i monti Phétciabùn e si immette nel Mun nei pressi della città di Ubòn, mentre il Mun ha le sue sorgenti nel Phu Khao Phraià Ièn ed è a sua volta tributario del Mè Khòng nel quale sfocia poco più a est della predetta città.
Le piogge che cadono abbondanti durante la stagione dei monsoni (maggio-ottobre) scorrono subito giù dalle predette catene di monti in numerosissimi corsi d’acqua gonfi e precipitosi, giacché la scarsità di piante e la pendenza del terreno non danno il tempo e la possibilità di trattenerle ed assorbirle. Ciò causa un apporto anormale di masse d’acqua nei fiumi Ci e Mun che non riescono ad accoglierle e a scaricarle tempestivamente nel Mè Khòng, per cui, ogni anno, la pianura di Ubòn viene completamente e abbondantemente allagata. Per fortuna tali annuali alluvioni sono più di beneficio che di danno, giacché con l’apporto del caratteristico e fertilizzante limo rendono i terreni particolarmente adatti alla coltivazione del riso. Lungo le sponde dei due fiumi Ci e Mun, inoltre, gli abbondanti detriti alluvionali depositati formano sempre più vaste zone coltivabili.
Tuttavia la discesa e quasi fuga precipitosa delle acque dalle alture e dalle zone più elevate rende quel tavoliere facilmente soggetto a siccità e sterilità nella lunga stagione asciutta creando il problema dell’acqua insufficiente non solo per l’irrigazione delle culture, ma anche per la sopravvivenza degli uomini e degli animali. Al contrario, nelle vicinanze del fiume Mè Khòng, dove la superficie del terreno non ha sufficiente pendenza, le acque ristagnano in estesissimi acquitrini e paludi rendendo la zona inadatta a qualsiasi sfruttamento agricolo e industriale. Il territorio viene comunque sfruttato per la pesca e per vivai ittici di vario genere e anche per la caccia.
Per la presenza di numerosi e ameni laghi, tra i quali predomina il Nong Lahàn, si stanno formando ora dei centri turistici con attrazioni sportive di vario genere, dalla pesca alla caccia, dalle gare motonautiche a quelle a vela, dallo sci d’acqua al canottaggio. Numerosi sono anche gli stranieri che accorrono in quella regione attratti dalle imponenti ed interessantissime rovine dell’antica civiltà Khamén che fiorì tra il V e il XIII secolo, di cui rimangono vistose vestigia nel Phra Vihàn (Sacro Tempio o Santuario) del Dong Ràk, a Phimài (l’antica Phimà Purà, capitale di tutto l’Altopiano e sede del Principe Ereditario Khamén con funzione di Viceré), a Iasò Thon e in altre città e centri minori dove stanno venendo alla luce scoperte archeologiche di inestimabile valore e interesse storico.
Il Governo Thailandese nel frattempo non ha risparmiato denaro e particolari attenzioni per risolvere i problemi di questa Regione a cominciare dall’acqua. Sono stati così trivellati numerosi pozzi artesiani per assicurare l’acqua potabile a tutti i centri abitati e per tutto l’anno. Sono stati innalzati sbarramenti e dighe per trattenere le acque nelle zone più aride e scavati canali e drenaggi per meglio distribuirle in quelle più basse ed agevolare così l’agricoltura, Furono aperte nuove grandiose strade, la più importante delle quali è quella chiamata della Pace che attraversa l’intero Altopiano da occidente ad oriente e da sud a nord. Di comune accordo con i Paesi limitrofi che si affacciano sulle sponde del fiume Mé Khòng è stata predisposta una carta fluviale per lo studio e la progettazione di lavori atti a sfruttare il suo corso e le sue acque a favore dell’agricoltura, dell’industria, delle comunicazioni e del commercio.
Questa Regione pertanto, che lo storico thai Phra Sàrasàt descriveva 50 anni fa come la zona più povera e spopolata di tutta la Thailandia, è oggi divenuta, dalla Seconda Guerra Mondiale in poi, una delle più progredite e popolose per l’apporto datole dagli Americani che se ne sono serviti per le loro basi militari nella deprecata, quanto tristemente nota, guerra del Vietnam e della Cambogia. Furono quindi creati nuovi posti di lavoro nei magazzini, nelle officine, negli aeroporti, nelle stazioni autostradali, nei porti fluviali, negli scavi archeologici, nei campi di lavoro e bonifica a fianco delle truppe americane, non solo per i Thai ma anche per i profughi e rifugiati politici Vietnamiti, Cambogiani e Lao che sono fuggiti dai loro rispettivi paesi per tema di rappresaglie da parte dei comunisti o per rifiuto di quel regime politico, È stato dato dunque non solo incremento all’agricoltura, ma avviata anche una incipiente industria meccanica e sviluppato un grande movimento e scambio commerciale, che continuano anche dopo la dipartita degli Americani. La sua popolazione, da poco più di due milioni di abitanti, di 50 anni fa, come riferisce il predetto Phra Sàrasàt, è oggi salita a dieci milioni, portando la Regione Orientale al secondo posto nella graduatoria delle altre regioni, stando alle statistiche ufficiali del Ministero dell’interno del 1966.
Bisogna dunque dire che in pochi decenni quella Regione ha fatto un enorme balzo in avanti. E diventata tra l’altro la zona più attraente per bellezze naturali, rovine storico-archeologiche e attrazioni turistiche. È una Regione dal passato storico e politico molto importante per cui avremo occasione di riparlarne spesso nominando parecchie sue città delle quali riportiamo qui si seguito, per il momento, solo i nomi: Nakhòn Ràtciasìma (Khoràt), Phimài (l’antica Phimà Purà Khamén), Burì Ram, Surìn, Sì Sakèt, Ubòn Ràtcia Thani, Iasò Thon, Roi Et, Khòn Khèn, Phétciabùn, Leui, Udòn Thani, Nong Khai, Sakòn Nakhòn, Nakhòn Phanòm.
Parte Settentrionale. È vasta cinque volte la Svizzera ed è caratterizzata dalle più alte montagne di tutta la Thailandia che, partendo dai suoi margini meridionali, salgono verso nord lentamente prima e si elevano poi improvvisamente sopra i 2000 m., formando crinali, vallate, impluvi, lungo i quali scorrono un gran numero di ruscelli, torrenti e fiumi di piccola e grossa portata. Di essi i più importanti sono il Ping, il Vang, lo Iòm e il Nan, che, confluendo quasi contemporaneamente nella zona centrale, formano il Ciào Phraià che va a sfociare nel Golfo Thai. Due altri fiumi importanti che scendono da nord e interessano anche questa zona settentrionale della Thailandia sono il Sàlvin e il Mè Khòng. Ma essi non appartengono alla Thailandia che in minima parte, giacché ne lambiscono appena i bordi segnando il confine con la Birmania il primo e con il Lao il secondo.
La Regione Settentrionale della Thailandia è indubbiamente la più varia e pittoresca di tutte le altre. Alle grandi distese infatti di risaie e coltivazioni varie, si alternano aspre e ristrette vallate dove scrosciano torrenti impetuosi spezzati in mille cascatelle e rivoli, tra un verde cupo di foreste vergini tropicali, ricche dei legni più pregiati, e tra montagne le cui cime, tutte coperte da lussureggianti vegetazioni e avvolte da costanti vapori sprigionati dalla terra umida e calda sotto un sole torrido e talvolta implacabile, si confondono col blu del cielo reso verdognolo dal riflesso della foresta. E questa, pullula di selvaggina e d’ogni sorta di animali di grossa taglia, dall’elefante alla tigre, dall’orso al bufalo selvatico, dal cervo al rinoceronte, dalla scimmia al cinghiale. E il paradiso del cacciatore europeo, anche il più esigente che voglia provare tutte le emozioni di un gran safari.
Delle sue montagne più alte ricordiamo il Doi Inthanòn di 2575 m., mentre l’altitudine massima dei centri abitati e delle città di tutta la Thailandia non supera i 400 m. sul livello del mare; il Doi Cìeng Dào di m. 2285; il Doi Phaçiò di m. 2012, il Doi Suthép di m. 1767 che fanno quasi tutti corona all’antica e storica città Cìeng Mài, già capitale dei primi regni thai e centro culturale ed artistico dei più rinomati per lo studio delle antichità thai. Essendo venuti dal nord i Thai, è qui che costruirono le prime loro città. Hanno quindi altrettanta importanza storica quelle che citiamo qui di seguito: Müang Fang (l’antica Umongkhaséla, estremo caposaldo del dominio Khamén), Cìeng Sèn, Cìeng Rài, Cìeng Khòng, Lamphùn, Lampàng, Nàn, Phrè, Phaiào, Savànkhalòk, Uttararadìt, Si Satcia Nàlai, Tak, Sukhòthai (già capitale del regno thai di Sukhò Thai), Phitsanulòk, Kamphèng Phét, Phiçìt, Phétciabùn, Nakhòn Savàn, Uthài Thani.
Parte Centrale. È la parte migliore di tutta la Thailandia, grande 5 volte il Belgio, e fa da impluvio a tutte le acque che scendono dalla Regione Settentrionale in numerosi fiumi. Questi confluiscono quasi tutti nel maggiore fiume del paese, il Mè Nam Ciào Phraià che l’attraversa tutta da nord a sud, e durante la stagione delle piogge la trasforma in un immenso lago o risaia, apportandovi quell’incomparabile ricchezza del limo (come fa il Nilo in Egitto) che la rende straordinariamente fertile di ogni sorta di prodotti agricoli tropicali.
I suoi ingenti detriti tuttavia hanno causato e causano costantemente l’ostruzione del delta e parte del golfo antistante rendendo difficile e precaria la navigazione delle navi fino al porto della capitale Bangkok che sorge a 30 km. dal mare, sulle sue sponde, ed ha quindi bisogno di continui lavori di drenaggio.
Altro fiume importante in questa zona centrale è il Mè Klòng, che scende da nord-ovest e sfocia in mare a poco più di sessanta km. dal delta del Ciào Phraià, divenuto famoso durante l’ultima guerra mondiale per il celebre ponte, fatto costruire dai Giapponesi invasori su uno dei suoi affluenti il Khuè (e non Kuài come abbiamo spiegato nelle norme di pronuncia), che doveva collegare la Thailandia alla Birmania mediante la tristemente nota ferrovia della morte, chiamata così per l’alto numero di vite umane di prigionieri di guerra crudelmente sacrificati per la sua costruzione.
E in questa Regione Centrale che viene prodotto il migliore riso del mondo, l’alimento base non solo dei Tailandesi, ma di tutti i popoli d’Oriente. Viene quindi coltivato in quantità superiore al consumo ed esportato in tutto il mondo. È la risaia dunque che predomina nel panorama di questa zona; ma non mancano moltissime altre piantagioni di cocco, banane, mango, ananas, limoni, mandarini, mais, arachidi, peperoni, fagioli, caffè, tè, palma da zucchero, canna da zucchero, e di tante altre piante da frutto a noi sconosciute, nonché del bambù, il quale fornisce, oltre che un saporito pollone commestibile, anche il legno-tutto-fare dai più svariati impieghi nella vita dei Thai.
La regione è praticamente una immensa pianura a perdita d’occhio, dai 2 ai 40 m. sul livello del mare, rotta solo qua e là da alcune alture e colline non superiori ai 200 m. che, durante le alluvioni, si trasformano in tanti isolotti.
A sud, sulle rive del Mè Nàm Çiào Phraià, a 30 km. dalla sua foce, sorge la capitale Bangkok (che i Thailandesi chiamano Krung Thép Mahà Nakhòn che vuol dire Città del Divo Re (altri traducono: Città degliAnglei, degli Dei, delle Divinità), Grande Capitale o anche semplicemente Phrà Nakhòn ossia Veneranda (Sacra) Capitale, la quale supera già i tre milioni di abitanti e conserva splendidi monumenti dell’arte thai in numerosissime pagode, in vari palazzi reali e pubblici, ed è ricca di canali, parchi e giardini, ma è purtroppo oggigiorno anche inesorabilmente soggetta alla fatale deturpazione di mastodontiche e stridenti costruzioni moderne che, se servono al suo sviluppo industriale, turistico e commerciale, ne deturpano irreparabilmente l’incomparabile unica bellezza di metropoli orientale.
È da notare che i Thailandesi fanno ancora netta distinzione tra la città di Bangkok, che si estende sulla sponda sinistra del fiume Ciào Phraià, e la primitiva cittadella Thon Buri, situata sulla sponda destra ed elevata al rango di capitale dal re Tàk Sin nel 1768, l’anno dopo la distruzione della precedente capitale Aiùtthaià. Tutte e due unite insieme formano la grande capitale Krung Thép per i Thai e Bangkok per noi.
Della Regione Centrale, che è la più popolosa e progredita, sono da ricordare anche le seguenti città: Aiùtthaià, anche se oggi è solo un ammasso di ruderi, ma che fu la più splendida capitale del Regno Thai durante il suo migliore periodo di potenza ed estensione territoriale; Lop Burì, l’antichissima Lavò già capitale del Regno dei Lavà poi assoggettata dai Khamén e quindi residenza estiva dei re di Aiùtthaià, ricchissima di vestigia storiche e religiose; U Thong, città assai antica anche questa, che diede i natali a Phaià U Thong che fondò la capitale Aiùtthaià e ne divenne primo re col nome di Ràma Thibodì I; e Suphàn Burì, che con le predette città si trova a Nord di Bangkok, mentre a est e lungo il litorale orientale del Golfo Thai si trovano: Sarà Burì, Nakhòn Naiòk, Cià Ceung Sao, Samùt Prakàn, Ciòn Burì, Si Ràcià e Phattaià che sono due rinomate spiagge e residenze estive delle più frequentate da turisti thailandesi e stranieri; Raiòng, Çiantha Burì e Trat. A est della capitale e verso sud vi sono: Nakhòn Pathòm o Phrà Pathòm, antichissima capitale del Regno Suvànna Phùm o Thavàravadì dei Mon, che custodisce nel suo celebre Çedi preziose reliquie di Budda ed è il centro religioso più importante di tutta la Thailandia; Kançianà Burì o Kan Burì nei cui pressi sorge il tristemente noto ponte sul fiume Khuè (non Kuai), Ràtcia Burì o Ràt Burì, Phétcia Burì o Phét Burì che si trovano lungo la penisola, mentre sul litorale del Golfo Thai abbiamo ancora Samùt Songkhràm e Samùt Sàkhon; Hùa Hìn, riviera balneare assai nota e frequentatissima e Praciùap Khirikhan.
Parte Meridionale. Questa regione ha un’area due volte quella della Danimarca e si estende dai confini della sua prima provincia settentrionale Cium Phon fino ai confini della Malesia, tra il 12° e il 6° parallelo. È bagnata a oriente dal Mare della Cina lungo tutta la sua estensione ed a occidente dall’oceano Indiano solo nella parte meridionale, mentre dal capo Vittoria in su confina con la regione Tenàsserim che appartiene alla Birmania.
Tempo addietro, ci informa Phra Sàrasàt, quel territorio, con le importanti città portuali di Tenàsserim, Mergùi, Tavoi e Martabàn, apparteneva alla Thailandia che confinava quindi da capo a fondo con l’Oceano Indiano, ma l’Inghilterra nel secolo scorso, temendo che venisse aperto l’istmo di Kra che poteva dare un duro colpo al traffico marittimo del porto di Singapore, suo possedimento con il quale esercitava l’egemonia e l’assoluto controllo di tutti i traffici d’Oriente, si intromise negli affari della Thailandia e con la forza si impossessò di quella fascia costiera annettendola alla Birmania sua colonia. Con l’indipendenza di questa il territorio non venne restituito alla Thailandia ma rimase parte integrante di quella nuova nazione.
La Regione Meridionale è un’autentica penisola che dal nord s’inoltra nel mare per 1000 km. verso sud, ora assottigliandosi fino a 15 km. ed ora allargandosi fino a 200 km. di ampiezza. La sua superficie, a somiglianza di quella della zona settentrionale, è movimentata e resa oltremodo piacevole da alture e montagne che, pur non raggiungendo le altezze di quelle del nord, si elevano dai 500 ai 1700 m. sul livello del mare. Il monte più alto è il Khao Lùang (Montagna Reale) che sorge quasi al centro della penisola e raggiunge i 1700 m. di altezza. Ma ve ne sono numerosi altri che raggiungono e superano i 1500 m. lungo il confine del Tenasserim e danno origine ad una dorsale (molto simile al nostro Appennino) che percorre quasi il centro della penisola da nord a sud fino all’isola di Phùket.
La Regione è bagnata da non meno di una mezza dozzina di fiumi ed è costituita da vaste pianure poste ad est nella parte settentrionale e su ambo i versanti (est ovest) nella parte meridionale. Numerosissime sono le isole che la attorniano, da un capo all’altro, delle quali la maggiore e turisticamente più conosciuta è Phùket che ha una superficie di 620 km2 ed è il centro industriale, per la lavorazione dello zinco, più importante di tutto il Paese,
«Lo scenario naturale di questa Regione, scrive Phrà Sàrasàt, sembra un quadro uscito dall’abile mano di un grande artista nel quale sono messe in risalto l’armonia delle cerulee acque che la circondano, le ridenti spiagge da paradiso terrestre, i nitidi villaggi adagiati e sonnecchianti all’ombra di alti palmizi, con lo sfondo di una fitta coltre di foreste ondeggianti tra un’altura e l’altra lungo la dorsale montuosa e terminanti in alte vette che si confondono con l’azzurro del cielo. La terra è particolarmente fertile e preparata a produrre qualsiasi erba e pianta coltivabile e può quindi nutrire un gran numero di uomini ed animali. Le sue acque, sia dolci che salate, sono oltremodo ricche di pesce, tanto che la gente talvolta lo butta via per risparmiare il sale, giacché, per quanto il sale sia a buon mercato per la presenza di numerose saline nella zona, il pesce costa ancora meno. L’agricoltura e la pesca sono dunque le due maggiori attività e risorse degli abitanti il cui benessere e abbondanza contrastano con la povertà della regione orientale. La loro condizione è delle più fortunate, giacché con tale abbondanza di cibo e con un clima pressoché costante e buono, che li libera da molte malattie, essi non conoscono affatto la dura fatica».
E questo si può dire in generale di tutta la Thailandia, terra fertile e generosa per tutto l’arco dell’anno, dove si può ancora vivere una vita tranquilla allo stato di natura, lontano da ogni preoccupazione e assillo della moderna civiltà. Di tutte le piante tropicali che abbiamo già ricordato per altre regioni, quella che più eccelle qui nella Thailandia Meridionale è il caucciù, per l’estrazione della gomma, le cui piantagioni si estendono a perdita d’occhio.
Anche il sottosuolo di tutta la Thailandia, ma particolarmente di questa regione, è ricco di ogni sorta di minerali, dall’oro all’argento, dallo stagno al rame, dal petrolio al ferro, dall’antimonio al manganese, dal piombo al tungsteno, dall’argilla alle pietre preziose.
Le città più importanti di questa regione sono: da nord a sud: Cium Phon, Krà Burì dove la penisola si fa più stretta e forma l’istmo di Krà; Ranòng, Suràt Thani (l’antica Ban Don), Nakhòn Si Thammaràt (l’antica Ligor o Laiko), Phatthalùng, Songkhlà, Pattàni, Narà Thivàt, Ialà, Satùn, Trang, Krabì, Phang Ngà e Phùket nell’isola omonima.
Clima. Il clima della Thailandia è tropicale, caratterizzato quindi da un caldo umido piuttosto elevato per tutto l’anno che viene diviso solitamente in due sole stagioni: quella asciutta da novembre ad aprile, e quella delle piogge da maggio ad ottobre. Nella seconda, le piogge abbondanti e torrenziali fanno straripare, per gran parte della loro lunghezza, tutti i fiumi, allagando le pianure e apportandovi quel limo provvidenziale e l’acqua necessaria alle coltivazioni soprattutto del riso e di altre tipiche piante tropicali che amano particolarmente questo elemento, come il cocco, la banana, il mango, la canna da zucchero, la palma da zucchero, ecc. Verso la fine di ottobre le piogge cessano quasi improvvisamente e del tutto e si entra nella stagione asciutta, rallegrata dal raccolto delle messi e da feste religiose e folcloristiche, ma resa quasi insopportabile da un sole accecante e implacabile che difficilmente un europeo può affrontare a capo scoperto, senza correre il rischio del noto colpo di sole o insolazione. E delle due stagioni, penso che l’occidentale preferisca quella delle piogge perché, nonostante l’umidità e l’afa, ha l’illusione d’un certo benessere dovuto alla pioggia, che raramente scende incessante e uggiosa, ma piuttosto a scrosci di poche ore, come una piacevole doccia; mentre i Thai preferiscono decisamente la stagione asciutta, perché meno cupa e triste e più congeniale al loro temperamento e ai loro svaghi e passatempi Si dice infatti che il maggior numero di suicidi avvenga durante la stagione delle piogge che apporta nell’animo dei Thai un senso di opprimente malinconia, talvolta letale come da noi l’autunno.
La temperatura media annua, all’ombra, a Bangkok, si aggira intorno ai 28°C, con punte massime di 41°C e minime di 11°C.
Viabilità e Comunicazioni. Le vie e i mezzi di comunicazione più importanti sono stati sempre, sono e saranno ancora per molto tempo, in Thailandia, i corsi d’acqua e i natanti, a causa appunto della sua caratteristica predominante conformazione idrica. Vie d’acqua d’ogni sorta, dal mare al lago, dal fiume al canale, dallo stagno naturale al bacino artificiale; e natanti d’ogni tipo, foggia e grandezza dalla barca ad un remo, simile alla gondola veneziana, alla peata spinta con la pertica, dalla canoa grande quanto un guscio di noce, alla giunca cinese a vele di stuoia che serve anche da abitazione per una e più famiglie, dal motorino fuori bordo al motoscafo, dal traghetto alla nave di grosso tonnellaggio.
Ma da un secolo la Thailandia vanta anche una buona rete ferroviaria che la attraversa da un capo all’altro da nord a sud, da est ad ovest, collegandola con tutti i paesi limitrofi dal Lao alla Malesia, dalla Birmania alla Cambogia.
Dalla Seconda Guerra Mondiale in poi essa è dotata inoltre di magnifiche strade rotabili che la percorrono in ogni suo angolo remoto, mentre solo mezzo secolo fa, le sue foreste erano impenetrabili o percorribili soltanto a dorso di elefante, mezzo di trasporto ancora oggi usato, ma quasi esclusivamente per motivi turistici.
Infine la Thailandia è oggigiorno attrezzata di un magnifico aeroporto internazionale a Don Müang, 25 km. a nord di Bangkok, divenuto in breve tempo lo scalo aereo più importante di tutto l’Oriente e da una serie di aeroporti minori per la navigazione aerea interna, tra le città più importanti, secondo l’evoluzione dei tempi e le esigenze della più avanzata tecnologia, dando uno sviluppo enorme al turismo nazionale e soprattutto internazionale, sostenuto da una catena di alberghi di gran classe e lussuosamente dotati di ogni confort moderno.
Ma dobbiamo necessariamente lasciare tanti altri particolari sulle sue risorse economiche, industriali, agricole, commerciali e di altre branche, perché esulano dal nostro compito, mentre per quanto riguarda la sua cultura, l’arte, l’istruzione, la religione, il governo, avremo modo di parlarne nella narrazione storica.
Lo scopo infatti di questo inserto era solo di dare brevi ed essenziali notizie della carta geografica della Thailandia, sulla quale, muoveremo i personaggi della sua storia, come le pedine di una scacchiera, nella speranza e con l’augurio che il lettore ci possa seguire più facilmente e più piacevolmente.

 

STORIA – RELIGIONE – ARTE – LETTERATURA



PARTE PRIMA


STORIA

CAPITOLO I
ORIGINE DEI THAI


E loro migrazione dall’Asia Centrale al Sudest Asiatico

Secondo i migliori storici orientalisti, le principali razze aborigene che abitavano in particolare l’odierna Thailandia e in generale l’intera Indocina o Penisola d’Oro, erano i Saiàma o Samang (da cui Syam, Sayam, Siam), i Sakài, i Karìeng, i Lavà, i Kha, i Lin-jì.
Questi aborigeni furono successivamente sopraffatti, assorbiti, ridotti in schiavitù o relegati sui monti e nelle foreste da altri popoli invasori o nomadi, quali gli Indiani da ovest, i Cinesi da est, i Thai da nord, i Khamén da sud, i Mon e Phamà o Birmani da nord-ovest.
I Thai dunque, che dovevano popolare e dare il loro nome alla Thailandia, vivevano ben lontani da quella che doveva diventare la loro patria. Essi infatti, appartenenti al ceppo fondamentale mongolo sorto e sviluppatosi intorno ai Monti Altai dell’Asia Centrale, si erano staccati e stabiliti definitivamente, dopo secoli di vita nomade, nelle fertili valli dei fiumi Hùang Ho (Fiume Giallo) e dello Iang Tze Kiàng, col nome di AI LAO il cui significato andò perduto. (Tav. II)
Qui essi avevano sviluppato una progredita agricoltura, avevano fondato delle città, si erano organizzati in regni ben amministrati e difesi da un efficiente esercito ed avevano una lingua ed una cultura proprie.
La terra che occupavano non si chiamava ancora Cina, perché il popolo che doveva darle questo nome viveva, a sua volta, ancora più lontano e precisamente nelle vaste pianure o steppe ad oriente del Mar Caspio (nell’odierno Kasahstan). Di là, a causa della loro condizione ancora nomade, di cacciatori e pastori, i futuri Cinesi si spostarono lentamente verso oriente e, attraversando tutta l’Asia, giunsero anch’essi nel bacino del Fiume Giallo.
Alla vista e contatto degli Ai Lao, che li avevano preceduti ed erano assai progrediti nell’agricoltura, nell’organizzazione civile e militare, i Cinesi non poterono fare a meno di esprimere la loro ammirazione e rispetto chiamandoli THAI (che vuol dire grande, glorioso); parola che assunse poi anche il significato di libero, giacché la libertà è la maggiore grandezza e gloria dell’uomo.
Ed ecco l’origine del nome e del popolo Thai. Nome che da allora gli Ai Lao assunsero e conservarono fieramente, attraverso molteplici generazioni e peregrinazioni, fino ai nostri giorni. Ciò avveniva in un lasso di tempo lungo e impreciso e cioè dal 5000 al 2500 a.C.
I Cinesi, che in un primo tempo si erano adattati a vivere in pace accanto a loro, cominciarono poco per volta a penetrare nei tessuto sociale dei Thai e a impadronirsi lentamente dei posti di comando fino ai punto di dominarli, sottometterli e perseguitarli.
I Thai allora, non potendo rassegnarsi a tali umiliazioni e anziché lasciarsi assimilare dai nuovi arrivati, né potendo ormai far nulla contro la preponderanza cinese, ma fieri ugualmente della loro indipendenza e superiorità civile, preferirono in massima parte abbandonare tutto ed emigrare in cerca di altre terre dove fondare le loro città, sviluppare la loro agricoltura e organizzare i loro regni. Si spostarono così verso il sud-ovest dell’Asia e fondarono i Regni di Lung e di Pa.
Il professore W. Eberahrd dell’Università della California, nella sua «Storia della Cina», asserisce che intorno al 2000 a.C. i Thai vivevano ancora nella valle dei Fiume Giallo e prima della venuta dei Cinesi avevano sviluppato una civiltà loro propria, com’è dimostrato dai bronzi e oggetti vari venuti alla luce sul luogo e che non hanno alcuna attinenza con la civiltà cinese.
«Secondo la cronologia Ussher, commenta il Dr. Dodd eminente storiografo orientalista, nel 2000 a.C. Babilonia e Assiria erano sorte da appena 20 anni, e Mene o Mizrain non aveva ancora riunito l’Egitto. Ciò vuol dire che gli Ai Lao o Thai sono popoli di una civiltà ancora più antica».
D’altronde numerosi altri studiosi orientalisti attestano che in tutta la Cina centro-meridionale si trovano continuamente tracce non solo archeologiche ma anche etniche, linguistiche e culturali dei Thai o Ai Lao.
Di fronte a tali asserzioni dobbiamo dedurre che gli Ebrei di Mosè, i Troiani di Priamo, i Greci di Omero, i Romani di Romolo e Remo non erano ancora apparsi sulla scena della storia, quando già i Thai prosperavano in un’avanzata civiltà nel cuore della Cina dal Fiume Giallo ai Golfo del Tongkino, ponendo le basi dello stesso Celeste Impero dei Cinesi che dovevano seguirli e strapparne l’eredità civile e culturale.
E’ nell’attuale Cina Meridionale che i Thai fondarono i loro nuovi regni, dopo l’emigrazione dalle valli del Fiume Giallo e dello Ièng Si Kìeng (o Yang Tze Kyang), regni che dovevano però cadere lentamente e inesorabilmente sotto il giogo dei Cinesi. (Tav. VI)
E a più riprese le stesse Cronache Cinesi ci parlano della lotta dei Tartari-Cinesi contro i Thai per la conquista dei loro regni, narrando come nell’843 a.C. la città di Lung, una delle prime capitali fu conquistata e sottomessa. I Thai furono allora costretti a scendere più a sud nell’altro Regno di Pa. Ma nuovamente perseguitati e sconfitti anche qui nel 215 a.C. i Thai dovettero emigrare ancora e stabilirsi ai confini del Tonkino,, dove fondarono numerose città, tra di loro indipendenti prima e poi riunite nel regno di Thai Ai Lao o Tìen Ai Lao, sotto il re Khun Muang nel 122 a.C., con capitale Pe Ngài o Ngai Lao. Anche questo regno tuttavia non sempre poté mantenere la sua assoluta libertà e indipendenza, ma fu più volte ridotto dai Cinesi in condizioni di vassallaggio.
E in questo periodo che il Buddismo cominciò a penetrare fra i Thai, allorché nel 68 d.C. l’Imperatore cinese Meng Te inviò una missione al re thai Khun Luang Mao del Regno Ai Lao e lo convinse a convertirsi al Buddismo insieme a tutti i suoi sudditi che assommavano a 553.711. Questo atto religioso però creò un malinteso politico, giacché i Cinesi ritennero questa adesione al Buddismo come una formale sottomissione anche al potere politico, per cui, subito dopo la missione religiosa, inviarono un funzionario della corte imperiale quale Governatore Generale di tutto il Regno Thai con residenza nella loro capitale Ngai Lao o Pe Ngài. Quando però i Thai si resero conto dell’inganno, reagirono immediatamente, ma invano; perché troppo tardi per potersi opporre alle preponderanti forze militari cinesi e dovettero accettare il fatto compiuto dell’annessione del loro regno quale provincia del Celeste Impero.
Il loro amore per l’indipendenza tuttavia era tale che non cessarono di lottare e approfittare di ogni occasione per potersi riscattare dal giogo cinese. E l’occasione più propizia si presentò particolarmente verso il 222 d.C. allorché gli intrighi sorti alla corte imperiale spezzarono il Grande Impero Celeste nei noti TRE REGNI. Allora le singole città thai insorsero e tentarono di rendersi indipendenti ciascuna per conto proprio. Ma il regno cinese cui era toccata la parte meridionale della Cina non si rassegnò a perderne il dominio e, per mano del suo saggio e forte primo ministro Khung Min, non tardò ad avere la meglio su quelle città ribelli, che nel frattempo, dinanzi al comune pericolo, si erano riunite sotto la guida del re thai Beng Hek ed avevano opposto una lunga e valorosa resistenza.
(Le eroiche gesta di questa epica lotta dei Thai contro i Cinesi sono state narrate e tramandate fino a noi nel celebre romanzo a fondo storico «I Tre Regni»)
Questa nuova lotta e oppressione dei Cinesi contro i Thai provocò una ennesima massiccia emigrazione di questi ultimi verso altre terre; in parte nel Tonkino (Vietnam del Nord) dove si stabilirono lungo le valli del Fiume Rosso e Nero passando alla storia coi nomi di Thai Rossi e Thai Neri e successivamente Ciam, in parte verso occidente nell’attuale Lao dove fondarono i regni dei Sip Sòng Phan Na (12 mila campi) e dei Sip Song Ciu Thai (12 principati) dandovi poi il loro antico nome Ai Lao o Lao; in parte nella provincia di Nan Ciào (attuale Iun Nan) situata al nord della Thailandia; in parte ancora più a occidente nella Birmania settentrionale dove fondarono numerosi staterelli col nome di Ciàn (Shan) e infine lungo il corso medio del fiume Bramaputra nell’Assam, provincia nord-orientale dell’India, dove presero il nome di A Hòm. (Tavv. IV e VI)
Bisogna dire che in tutte queste regioni i Thai erano già stati preceduti da altre ondate di emigrazioni di loro antenati, allo stesso modo di ciò che è avvenuto per i nostri emigranti europei verso le Americhe dopo la loro scoperta, e non durarono quindi fatica ad ambientarsi e a rimettersi al lavoro per recuperare quanto avevano abbandonato o perduto.
Ma è particolarmente nella regione di Nan Ciào (Iun Nan) che i Thai riuscirono a fondare molte prosperose città e riunirle poi in un potente regno. Infatti tra le montagne di quella regione quasi impervia, lontani quindi dalla sfera d’influenza dei Cinesi, con un terreno molto meno allettante delle precedenti fertili pianure e quindi meno esposti alle brame insaziabili degli eserciti del Celeste Impero, essi poterono finalmente godere una relativa tregua e prosperare indisturbati per parecchi secoli. Ed è di loro che noi dovremo più che mai occuparci, trascurando tutte le altre ramificazioni, perché è proprio da questo flusso centrale che scenderanno verso la Thailandia i Thai che dovranno diventare il suo popolo, darle il nome e perpetuarne nella storia fino a noi l’integrità razziale, etnico-culturale, mentre tutti gli altri gruppi, compreso quello rimasto nello Iun Nan o Nan Ciào, furono inesorabilmente assorbiti da altri popoli e perdettero quindi l’originale integrità razziale di Ai Lao o Thai. Lo stesso Lao che è stato occupato e organizzato in regno dai Thai prima ancora della Thailandia, che ha assunto il loro antico nome di Ai Lao, che conserva molte caratteristiche Thai e parla una lingua quasi uguale a quella Thailandese, deve questa sua particolare indipendenza e differenziazione dagli altri gruppi al fatto di essere stato per lungo tempo un dominio e regno vassallo della Thailandia. E avremo occasione di riparlarne ampiamente nel corso della nostra narrazione.
Ma, per il momento, dobbiamo lasciare da parte i Thai per fare una digressione e occuparci, seppur brevemente, di due altri popoli che avevano già preso possesso del Sudest Asiatico e prosperavano da tempo nel Siam e nell’intera Penisola d’Oro: i Khamén e i Mon.

 

CAPITOLO II

I KHAMÉN E I MON


Nella Penisola d’Oro (Siam - Thailandia)

Abbiamo già detto che la Thailandia, prima ancora di diventare la patria dei Thai, era abitata da varie tribù indigene o gruppi etnici autoctoni le cui origini si perdono nella notte dei tempi e dei quali non si sa quasi nulla, non avendo lasciato alcuna particolare traccia della loro presenza, se non indirettamente tramite altri popoli che li hanno assoggettati e dominati. Di quei popoli primitivi abbiamo ricordato particolarmente i Saiàma o Nigrìto e i Sakài che occupavano la parte meridionale dell’odierna Thailandia, i Kha, i Karìeng e i Lavà che abitavano nella sua parte centro-settentrionale e orientale. (Tavv. III - VI)
I primi popoli che li dominarono e dei quali ci sono giunte notizie certe, anche se frammentarie e ancora oscure, furono i KHAMÉN e i MON. Non si sa molto, a dire il vero, anche di questi popoli e particolarmente della loro origine e primo sviluppo. Gli sforzi tuttavia compiuti, da un secolo a questa parte, da studiosi orientalisti, storici e archeologi, ci hanno messo in grado di fissare qualche data e una approssimativa cronologia delle loro civiltà e influenze culturali esercitate sui popoli primitivi della Thailandia. Civiltà e influenze molto importanti perché furono poi assimilate dai Thai stessi, che scendendo sempre più numerosi in quei regni, le assorbirono e trasformarono in una nuova civiltà tutta propria, quella Thailandese.
I KHAMÉN
E cominciamo con i Khamén. Chi erano costoro?
La questione dell’origine dei Khamén è ancora tanto discussa tra gli storici orientalisti quanto misteriosa per tutti. Essi infatti apparvero e scomparvero nel Sudest Asiatico quasi come una chimera. Eppure vi fondarono un vasto e diuturno Impero le cui grandiose vestigia e imperituri monumenti sono ancora chiarissime e irrefutabili testimonianze della loro esistenza, della loro potenza, della loro cultura, della loro arte, della loro religione e perfino dei loro costumi e usanze che sopravvivono tuttora nei popoli della Cambogia, del Vietnam, del Lao, della Thailandia e della Malesia che ne hanno accolto l’eredità.
Se incerta è la loro origine è quanto mai nota e inequivocabile la sede del loro sviluppo civile, religioso e culturale che ebbe luogo precisamente nel territorio che va dal delta del Mè Khòng a tutta la Cambogia, gran parte del Vietnam, del Lao, della Thailandia, della Penisola di Malacca.
La maggior parte degli studiosi propende a ritenere che i Khamén, non originari del luogo, siano stati tuttavia popoli non invasori o conquistatori, nel tradizionale senso storico di orde nomadi, che passando da una zona all’altra della terra, assaltano, guerreggiano, distruggono e sottomettono con la forza bruta, altri popoli, altri gruppi etnici stanziali.
Pare invece che i Khamén siano pervenuti nel delta del Mè Khòng prima e poi in tutti i predetti territori, lentamente, in esigui gruppi di nobili e bramani indù provenienti dall’India e dalle isole indonesiane di Sumatra, Giava e Borneo, particolarmente in seguito al diffondersi del Buddismo (dal 500 a.C. in poi) che aboliva le caste e soprattutto i sacrifici cruenti della religione bramanica e toglieva quindi la professione e i privilegi a quelle due caste che dovettero emigrare prima nell’India Meridionale e poi nei paesi d’oltremare ossia nelle isole del l’Indonesia e lungo le coste del Sudest Asiatico.
Queste emigrazioni a carattere politico-religioso debbono tuttavia essere state precedute da altre colonie o spedizioni commerciali di abili e coraggiosi naviganti indiani che si erano già attestate in quei lontani lidi da secoli e forse da millenni. I prìncipi, i nobili, i bramani che li seguirono non andavano quindi all’avventura e alla cieca per mari e terre sconosciuti, ma seguivano vie e rotte già tracciate e conosciute che li portavano a unirsi ad altri compatrioti che li avevano preceduti e tra i quali non tardavano a trovare fraterna accoglienza, senza causare sospetti, ostilità e prevenzioni razziali tra le popolazioni locali.
Non furono dunque orde di popoli nomadi o pirateschi alla ricerca e conquista di nuove terre da invadere e devastare, come gli Arii, i Cinesi, i Tartari, i Mongoli e altri popoli, quelle che apparvero sulle coste del Sudest Asiatico, ma piccole e continue spedizioni commerciali ed emigratorie che non presero mai l’aspetto di vere invasioni, neppure quando in India l’Imperatore Asòka (272-240 a.C.) decretò il Buddismo religione di Stato ed abolì definitivamente tutte le caste e soprattutto quella dei Bramani.
Questi Bramani dunque affluirono, dopo tale evento, sempre più numerosi nei paesi dove i loro connazionali commercianti, navigatori o compagni di sventura li avevano preceduti; avevano trovato una nuova sistemazione e la possibilità di professare la loro religione indù di Brama, Siva e Visnù, andando così ad ingrossare quelle tipiche colonie di emigranti indiani che tanto influirono sulla civiltà dell’Indonesia e di tutto il Sudest Asiatico e che hanno resistito per secoli, giungendo fino a noi in numerosi gruppi e in tutti i Paesi d’Oriente.
Una di tali Colonie prosperò più che mai, qualche secolo prima dell’Era Cristiana nel cuore della Cambogia, proprio sulle sponde del lago Tonle Sap (Thalé Sap). E da essa derivarono i Khamén. (Tav. VI).
È da premettere però che alle foci del Mè Khòng (ex Cocincina e attuale Vietnam del Sud) e nella zona meridionale della Cambogia esisteva già un regno organizzato da un Giavanese che le Cronache Cinesi designano col nome di Hùen Hùei, il quale aveva sposato la regina locale Lìu Ié degli aborigeni Lin Jì, precursori dei Çiàm, in gran parte di origine thai.
Anche questo Giavanese era probabilmente di origine indiana e precisamente un discendente di uno dei tanti Bramani emigrati a Giava. Egli infatti professava la religione Bramanica che diffuse tra i suoi sudditi, mentre questi erano animisti e praticavano il culto degli antenati.
Gli emigrati indiani, che sopraggiungevano a ingrossare la nuova colonia, non tardavano logicamente a prendere i comandi del nuovo regno nascente e organizzato dal loro fortunato connazionale e correligionario. E bene accolti erano soprattutto i Bramani che, con la loro cultura, la loro educazione e la loro superiore civiltà e tenore di vita, non tardavano ad accattivarsi la stima ed il rispetto degli aborigeni i quali vivevano ancora allo stato selvaggio.
Era così nato e si sviluppava questo Regno Indù o prekhamén (questo nome gli verrà attribuito più tardi) nel sud della Cambogia, la cui capitale pare fosse Vaiàtha Purà della quale non si conosce l’ubicazione esatta.
Il Regno andò sempre più consolidandosi ed estendendosi soprattutto lungo le coste della Cocincina e dell’Annam (odierno Vietnam meridionale e centrale) fino ai confini del Tonkino (attuale Vietnam settentrionale) mutando però il suo nome di Lin Jì in quello di Çiàm.
Le Cronache Cinesi, con un salto di cinque secoli ci parlano di un altro emigrato Indù o Indiano chiamato Kundinia o Kaundinia che, cacciato anch’egli con tutti i suoi correligionari da una località di Deli (India) entrò nelle foci del Mè Khòng ed approdò sulle sponde del lago Tonlè Sap, dove s’unì alla fiorente colonia di compatrioti che l’avevano preceduto da secoli. «Quivi egli, continuano le Cronache Cinesi in uno stile laconico e pittoresco insieme, sposò la principessa locale Soma che era nuda; la rivestì, la istruì ed educò secondo i dettami della religione di Siva e divenne capo di un nuovo piccolo Regno Indù». Regno che, sotto l’impulso dei suoi successori, assorbendo il precedente, divenne ben presto un grande Stato, dai Cinesi chiamato FUNAM, con capitale a Bànam situata a mezza via tra l’estuario del Mè Khòng e il lago Tonlè Sap.
Anche in questo regno, una volta preso possesso di tutte le leve di comando, la minoranza indiana ebbe il sopravvento sui predecessori Lin Jì e Çiàm che, vessati e perseguitati, dovettero emigrare verso nord-est dove organizzarono un nuovo regno che chiamarono Çiampa.
Il Regno FUNAM ln seguito assorbiva e riduceva allo stato di vassallaggio anche questo regno dei Çiàm estendendo così i suoi confini su tutta la Cambogia, la Cocincina e l’Annam.
I Lin Jì e Çiàm nel frattempo avevano fondato un altro loro principato o regno più a nord con capitale Vat Phù nei pressi di Bassàk.
Dopo il V secolo dell’E. C. i due regni di Funam e di Çiampa furono fusi insieme e diedero origine al regno di ÇENLA, per opera soprattutto del re Phava Vòraman (pare di origine (Çiam), che portò la capitale sulle sponde settentrionali del lago Tonle Sap e pose le basi del futuro Impero Khamén. Il dominio del nuovo regno si estendeva già su tutta la Cambogia, sulla Cocincina e sull’Annam, su parte del Lao e della Thailandia Nord-orientale. A dire il vero, allora la Thailandia non esisteva ancora e le regioni occupate dai Çénla erano chiamate Lavò (abitata dai Lavà), Suvànna Phùm o Thavàravadì (sotto il dominio dei Mon) e Tàmphralìngkha o Penisola di Malacca abitata e organizzata in regno da emigrati indiani e indonesiani.
Narrano le Cronache Cambogiane che: «Phava Vòraman, re di Çiampa, assieme al fratello Çitrasena, conquistò Funam e si imparentò con la dinastia funanese sposando la principessa Laksamì. Unì così, secondo le leggende bramaniche, la dinastia della Luna (Çiampa) con quella del Sole (Funam) ponendo le basi del futuro Impero Khamén sotto i migliori auspici». Non si conosce ancora il luogo esatto nel quale sorgeva la capitale del nuovo regno, che si suppone fosse nel triangolo Vat Phu - Stüng Treng - Angkòr. Né è certa la data di quell’avvenimento che gli storici tuttavia pongono, con una certa sicurezza, nella seconda metà nel VI secolo.
Çitrasena succedette al fratello Phava Vòraman col nome regale di Mahénthra Vòraman intorno al 600. Ma di entrambi non si conoscono con certezza né la data della nascita, né quella della morte.
Molteplici iscrizioni presentano Çitrasena o Mahénthra Vòraman come un grande eroe e conquistatore. Ciò è dovuto indubbiamente al fatto che, come comandante in capo dell’esercito, fu lui praticamente a conquistare Funam in favore del fratello. E successivamente dovette darsi da fare a sottomettere tutti gli altri Stati Vassalli di Funam che approfittando dell’occasione si erano resi indipendenti. Si sa infatti che il dominio di Funam si estendeva da Çiampa fino al Golfo del Bengala e su tutta la Penisola di Malacca o Tàmphralìngkha. Il riconoscimento ufficiale da parte della Cina del nuovo regno avvenne solo dopo la morte dì Mahénthra Vòraman, e cioè durante il regno del figlio che salì sul trono col nome di Isàna Vòraman, quando cioè fu ultimata la sottomissione e annessione di tutti gli Stati Vassalli.
Isàna Vòraman ampliò ancora di più i suoi domini conquistando tutta la regione a nord che doveva poi divenire il centro del regno Angkòr e fondò una nuova capitale che chiamò Isàna Purà che sorgeva presso l’odierna Kampòng Thòm, dove sono state rinvenute le più cospicue vestigia della civiltà prekhamén. Morì nel 635 e d’allora in poi è stato possibile costruire una quasi completa cronologia di tutti i re che seguirono. Purtroppo il poco spazio di questo capitolo non ci consente di occuparci di tutti e daremo solo qualche breve notizia dei più rappresentativi ed utili alla nostra narrazione.
Ciàia Vòraman I salì sul trono nel 657 e di lui si sa che estese le sue conquiste a tutto il Lao fino ai confini di Nan Ciào. Ma già durante il suo regno si erano manifestate delle insanabili crepe nel contesto del vasto dominio che, subito dopo la sua morte, si spezzò in due. Il suo regno lasciò tuttavia una grande impronta della civiltà indù. Il Buddismo che aveva predominato alla corte di Funam decadde e fu sostituito con il culto di Siva sotto il simulacro del Linga. Fu poi introdotto il culto di Harì Harà, ossia di Siva e Visnù riuniti in un solo Corpo con due teste o facce (come il dio Giano dei Romani), che si dice fosse apparso per la prima volta sulle montagne di Badami nei pressi di Mahà Velli Purà nella regione Pallava dell’India meridionale, nel 450 d.C.
La maggior parte delle iscrizioni di quel tempo, sono in sanscrito, ma cominciano già ad apparire anche quelle in Khamén. La cultura di corte tuttavia è basata sui famosi poemi epico-mitologici indiani del Ramaiàna, del Mahà Phàrata e dei Puranà.
Alla morte dunque di Ciàia Vòraman I seguì un secolo di disordini e turbolenze. Il regno si spezzò in due: il Regno di ÇENLA-TERRA e il Regno di ÇENLA-ACOUA. Il primo a nord con capitale Sampha Purà (Sambor) e il secondo a sud con capitale Vaiàtha Purà. Oltre che di lotte intestine, i due regni furono anche teatro di frequenti incursioni piratesche e tentativi di invasioni da parte di altri popoli provenienti dal mare. È da rilevare che proprio in questo periodo la Cina, con l’aiuto e la partecipazione di principi Çenla, era entrata in guerra con il regno thai di Nan Ciào, ma fu, come vedremo, duramente sconfitta.
Nell’802, un Principe Çenla, che durante i predetti torbidi era fuggito a Giava, Fece ritorno in patria e unì i due regni Çenla in uno solo, quello KHAMÉN, fondando una nuova capitale che chiamò Indra Purà (città di Indra). Egli è conosciuto nella storia khamén con il nome di Ciàia Vòraman II (802-850) ed è giustamente ritenuto il fondatore della dinastia e regno di Angkòr, anche se quella famosa capitale sorgerà più tardi e più a nord della sua Indra Purà.
È alla sua corte che nacque il culto del Théva-Ràcià ossia del dio-re assunto e assimilato al dio Siva, per opera magica del sacerdote bramano che viveva e prestava servizio nel tempio reale. Questo tempio era posto, secondo la tradizione indù-bramanica, sul sommo di un colle e nel centro della città, caratterizzato da una torre centrale contenente il Linga, emblema sacro di Siva e del Re. E tutta la Cambogia fu presto disseminata di tali templi e simulacri per indicare l’onnipresenza del Re su tutto il suo regno.
Ciàia Vòraman II fondò altre capitali quali: Harì Harà Laia (dimora di Harì Harà) a sud di Sìem Ràp, le cui rovine sono oggi chiamate Roleui o Roluos; Amaréndra Purà non ancora localizzata; Mahéndra Purà sulle alture Kulén ove sono state rinvenute vistose vestigia. Egli morì ad Harì Harà Laia nell’850.
Inthra Vòraman I, che salì sul trono nell’877, è celebre per aver iniziato i giganteschi lavori di irrigazione nella piana di Angkòr. A nord della capitale Harì Harà infatti egli costruì un enorme bacino per la raccolta delle acque da erogare ai campi di riso nella stagione asciutta o in periodi di siccità. Questi lavori furono poi ripresi e continuati dai suoi successori, con priorità su altre opere pubbliche, dando così un enorme sviluppo agricolo ed economico a tutto il Paese.
Ma egli lasciò anche una forte impronta nel campo dell’arte Khamén con templi e palazzi di stile diverso dai precedenti, visibili ancor ora nelle loro rovine e la cui stretta rassomiglianza con edifici analoghi di Giava e Sumatra fanno supporre l’inequivocabile interdipendenza di questi regni indiani sorti in tutto il Sudest Asiatico.
E un’impronta ancor più marcata, in tutte queste opere di carattere pubblico e religioso, la lasciò suo figlio Iasò Vòraman I che costruì un bacino ancora più ampio di quello del padre, facendovi affluire le acque del fiume Sìem Ràp, mediante una deviazione del suo corso. Fondò inoltre una nuova capitale chiamandola Iasòthara Purà che doveva costituire il primo nucleo urbano della grande Angkòr. Fu costruita attorno ad una collina naturale detta Phnòm Bòkheng che includeva un’area di 25 km. quadrati. La cingeva un fossato largo 20 m. In quell’area sorgeva un agglomerato di villaggi e mercati intercalati da campi di riso e da stagni d’acqua artificiali per l’allevamento e pesca del pesce. Al centro dominava la «Montagna Iasò Vòraman» sormontata da un tempio con cinque torri, quattro agli angoli del quadrato e una centrale con il simulacro del Linga. Era concepita sul modello del fatidico Monte Meru (India Gangetica) con il Sìem Ràp come fiume sacro al posto del Gange. La passione del re Iasò Vòraman per queste «Montagne Sacre» lo spinse ad allestirne altre sulle colline circostanti la sua nuova capitale. E di esse la più celebre, giunta fino a noi, è il Phrà Vihàn che sorge ai confini della Cambogia con la Thailandia sull’altopiano Dong Rak e fu motivo recentemente di una seria controversia tra i due Paesi che se ne contesero i diritti di proprietà. Le sue rovine ci mostrano chiaramente un capolavoro dello stile Khamén e sono meta preferita di archeologi e turisti di tutto il mondo. Iasò Vòraman costruì inoltre non meno di un migliaio di monasteri o pagode sparsi in tutto il regno sia per il culto bramanico di Siva che per quello buddista. Erano fatti in legno e al centro di ognuno sorgeva il padiglione reale che doveva servire ad ospitare il re nelle sue periodiche visite nel regno. In questi ultimi anni ne sono venuti alla luce più di una dozzina e formano oggetto delle più premurose attenzioni da parte degli archeologi.
Nonostante tutte queste sue opere pubbliche Iasò Vòraman I accentuò ancora di più il distacco tra il re attorniato dalla sua ristretta corte e il popolo. I suoi stessi cortigiani nobili, ministri e sacerdoti bramanici diventavano come lui altrettanti théva ossia dei, ai quali venivano eretti templi minori che servivano poi da mausolei per accogliere le spoglie di tutti i membri delle rispettive famiglie. La morte di Iasò Vòraman I è posta intorno al 910 e da quella data fino al 968 seguirono due altri re, uno usurpatore (Ciàia Vòraman IV) che fondò una nuova capitale a Koh Ker (Khu Kheu) e l’altro legittimo (Racénthra Voraman II) che la riportò a Iasòthara Purà.
Nel 968 salì sul trono Ciàia Vòraman V il cui regno è particolarmente caratterizzato da una grande fioritura letteraria e artistica. I sacerdoti bramani, approfittando della giovane età del nuovo re, presero il sopravvento a corte e imposero la loro cultura interessando anche le donne che occupavano posti importanti nel governo dello Stato. Al re fu dedicato il famoso tempio Bantèui Saréi che, venuto alla luce nel secolo scorso e ricomposto dagli archeologi nella sua forma originale, resta il gioiello più puro dell’arte khamén.
Surià Vòraman I (1002-50) ha legato il suo nome a parecchi palazzi in muratura rompendo la tradizione di quelli in legno fino allora in voga. Egli inoltre sottomise il regno Thavàravadì dei Mon, che si era esteso in tutta la valle del Mè Nam Ciào Phraià (Thailandia), portando i confini dell’Impero Khamén fino a Cìeng Sèn. Dispose che Lop Buri (l’antica Lavò) fosse sede del suo Governatore per meglio controllare il nuovo stato vassallo. Lop Burì infatti è ricca di numerosi monumenti khamén giunti fino a noi. Consolidò il suo dominio nella Penisola di Malacca aggiungendo agli stati vassalli anche quello di Tàmphralìngkha e Laiko (Ligor), l’odierna Nakhòn Si Thammaràt.
Ricordiamo anche il suo diretto successore Utthaià Thitia Vòraman II (1050-66) perché durante il suo regno il re birmano Anùrutthà sottomise la parte del regno Thavàravadì dei Mon che si estendeva attorno all’antica sua capitale Thaton (Sateum) in Birmania e pare avesse tentato di conquistare anche la parte che si protendeva in Thailandia, ma non vi sia riuscito. Lop Burì e altre città Mon di questa zona infatti rimasero nelle mani dei Khamén.
Surià Vòraman II (1113-50) fu il più potente dei re khamén. Infatti il suo regno coincise con la morte del re birmano Kianzittha (Khùan Sitthà) e il re di Çiampa Ciàia Indra Vòraman II, due temibili capi limitrofi, il primo ad ovest ed il secondo ad est, per cui con la loro scomparsa, egli rimase sovrano incontrastato di tutta la Penisola d’Oro. Con lui l’impero Khamén raggiunse la sua massima estensione ed il suo più alto splendore. Impose la sua sovranità anche ai Thai che erano scesi fino a Lavò (Lop Burì) e avevano formato alcuni piccoli loro regni e sui Mon che continuavano a mantenere la loro indipendenza nel territorio che va da Harì Phun Ciàia o Lamphùn fino a Umogkhaséla o Müang Fang. Egli fu celebre non solo come guerriero, saggio amministratore e diplomatico, ma anche e soprattutto come grande costruttore. Fu lui infatti che costruì la famosa cittadella Angkòr Vàt, la città tempio che secondo gli esperti è il più grandioso complesso religioso di tutti i tempi e luoghi. Ed è giunta fino a noi quasi intatta per cui è meta continua di turisti e studiosi, archeologi, ed esperti di storia.
Egli fondò anche la città di Phimà Purà (Phimài) oggi in territorio Thailandese nei pressi di Khoràt (Nakhòn Ràtciasìma) arricchendola di numerosi templi per il culto bramanico di Siva e altri palazzi ricchi di motivi architettonici ed ornamentali di stile prettamente Khamén che si possono ammirare in parte ancora oggi.
Dopo di lui si può dire che incominciò il declino dell’Impero Khamèn, con una serie di re deboli ed inetti. Di essi ricordiamo: Tharà Nìnthara Vòraman II (1150-60) e Ciàia Vòraman VII (1170-1218) per avere entrambi introdotto a corte e in tutto l’impero il Buddismo, rompendo così la lunga tradizione bramanica del culto di Siva. Pare anzi che tra i bonzi birmani che sono andati a Ceylon (Silang) proprio in questo periodo, ad apprendere l’originaria dottrina di Budda detta Théravàtha o Hinnà Iàn per introdurla in Birmania, vi fosse anche un principe khamén, figlio appunto di Ciàia Vòramen VII. La nuova dottrina fu quindi diffusa non solo in Birmania, ma anche in tutto l’Impero Khamén dove, nonostante l’accanita opposizione dei Bramani, divenne religione di Stato prendendo piede soprattutto tra il popolo che andò perdendo il concetto del dio-re o théva-ràcià e quindi del sommo rispetto dovuto alla gerarchia dinastica. Con quale effetto lo si può immaginare e lo vedremo tra breve. Ciàia Vòraman VII fu anche il fondatore di Angkòr Thòm (città del re), la cittadella fortezza ch’egli fece costruire in seno alla vasta originaria Angkòr o Iasòthara Purà, come roccaforte contro i continui assalti dei Çiam che si erano ribellati e volevano sopraffare i loro stessi dominatori. La nuova cittadella era caratterizzata, secondo il costume khamén, da una torre-tempio centrale, detta Bàion, dedicata però non più al dio Siva, ma a Budda, riccamente decorata di bassorilievi e statue, che sfortunatamente è giunta a noi in pessime condizioni per poterne ammirare la meravigliosa bellezza originaria. Lo zelo del re Ciàia Vòraman VII per il Buddismo trovò un valido aiuto nella sua augusta consorte, la regina Ciàia Ràcià Thévi e nella sorella di lei Intharà Thévi che insegnavano la nuova dottrina in varie scuole buddiste e lasciarono numerosi scritti in perfetto sanscrito a esaltazione delle gesta del loro Re. Il suo regno durò quasi 50 anni, ma le sue opere costruite col duro lavoro del popolo oppresso da pesanti tasse, ebbero una breve ed effimera durata, perché subito dopo la sua morte, per reazione alle sofferenze subite e per istigazione dei Bramani che erano stati privati delle loro prerogative sacerdotali e relativi alti incarichi a corte, il popolo le distrusse in gran parte e le sostituì con altri monumenti e simulacri del ristabilito culto di Siva. E il periodo dei suoi successori che va dal 1218 al 1243 fu appunto caratterizzato da questa reazione vandalica e iconoclastica contro il Buddismo e dal legale ritorno a corte e in tutto l’Impero Khamén del Bramanesimo.
Ciàià Vòraman VIII (1282-95) fu il primo re khamén che non riuscì a contenere l’avanzata dei Thai, i quali premevano al nord con impeto sotto la guida dei loro re Méng Rai e Ràma Kam-hèng e occupavano tutta la valle del Mè Nam Çiào Phraià.
Il dominio dei Thai in tutto il territorio del Siam fu poi completato e consolidato dal grande re Ràma Kam-hèng che, sposando una figlia dello stesso re khamén Ciàia Vòraman VIII, si assicurò il fronte sud-orientale e inviando più delegazioni alla corte cinese di Kublai Khan si tolse il pericolo di essere attaccato dal nord.
E giacché a questo punto la Storia dei Thai si intreccia e sovrappone a quella dei Khamén, che sono già al loro declino, dobbiamo chiudere questo paragrafo non senza però accennare brevemente alla fine dell’Impero Khamén nel senso più stretto della parola, e cioè della dinastia indù-bramanica che lo rappresentava. Per questa conclusione ricorriamo alle Cronache Thai le quali ci riferiscono che alla fine del 1300, vi fu una rivoluzione nella capitale khamén, durante la quale il re Sihanu fu ucciso da un certo Tha Cei, il capo giardiniere del palazzo reale, che era buddista. Tha Cei aveva sposato una sorella del re e quindi successe al trono. Secondo Leclère questa fu una rivoluzione nel senso che pose termine definitivamente alla vecchia dinastia khamén di origine indo-bramanica e quindi straniera, per dare inizio a quella di Tha Cei di origine locale che diede l’avvio a una nuova nazione, la Cambogia, fondata sul potere ampio del popolo aborigeno e non già di una ristretta gerarchia di nobili privilegiati e legati dal vincolo di una ancestrale casta di origine prettamente indiana. Ciò spiega la quasi improvvisa e totale scomparsa dei Khamén dalla scena della storia e brusco passaggio dello stato khamén a quello cambogiano.
Fu una rivoluzione anche nel senso religioso, perché decretò una volta per sempre il Buddismo religione di Stato, abolendo definitiva mente il culto bramanico di Siva che d’allora in poi scomparve per sempre da quel regno coi loro stessi sostenitori.
Attraverso la storia dei Thai, avremo comunque occasione di riparlare ancora sia dei Khamén che della Cambogia.

 

I MON

Ma prima di passare nuovamente ai Thai è pur doveroso dire qualcosa dei Mon. Anche di questi, mentre si hanno copiose notizie sul loro dominio nella zona centrale ed occidentale della Thailandia, poco o nulla sappiamo ancora della loro origine, appena adombrata da leggende e tradizioni orali, più che testimoniata da documenti e dati storici veri e propri.
L’inizio della loro presenza in Thailandia possiamo comunque fissarlo, con una certa sicurezza storica, intorno ai primi secoli dell’E.C. pressapoco nello stesso periodo in cui hanno avuto origine i regni prekhamén nella Cocincina e nella Cambogia. La logica ci dice tuttavia che se gli Indiani avevano raggiunto nei primi secoli dell’E.C. le coste dell’Indocina, a maggior ragione dovevano aver già colonizzato tutte le coste della Birmania e della Penisola di Malacca, da Singapore al Golfo del Bengala con relativo entroterra, che si presentava così ricco d’ogni sorta di risorse naturali. E ciò deve essere avvenuto indubbiamente anche in epoca anteriore a quella dei Khamén, dato che le coste della Birmania e della Malacca sono di fronte alle coste dell’India e quindi più vicine e più facili da raggiungere, non solo per via mare ma anche per via terra dai passi del nord.
Le leggende Mon infatti, e soprattutto quelle a carattere religioso, parlano di Missionari Buddisti pervenuti nelle suddette regioni e di dinastie succedutesi nei loro regni parecchi secoli prima dell’E.C.
Ma ciò che a noi interessa qui mettere in rilievo non è tanto la loro origine storica, quanto la loro origine razziale. É certo che essi furono, come i khamén, di origine indiana; forse di razza meno pura ed elevata di questi, ma inequivocabilmente provenienti dall’India e in ondate successive di navigatori, commercianti, avventurieri, pescatori, pastori, emigranti profughi o perseguitati politici e religiosi, mescola tisi poi ai gruppi etnici locali delle varie regioni in cui hanno preso dimora e con altri popoli immigrati, dando origine così ad una nuova razza o popolo, quello che noi chiamiamo dei Mon. Molti storici sostengono che i Mon fossero per una buona metà di razza thai.
A differenza dei Khamén che tenevano, per rigorose tradizioni di casta, un netto distacco dalle popolazioni aborigene, creando una sacra nobiltà di discendenza divina, com’era nella concezione dottrinale bramanica, i Mon non tardarono invece a mescolarsi con i gruppi autoctoni e fare causa comune con loro. Ciò fu dovuto anche all’enorme influenza esercitata su di loro dal Buddismo. Il Buddismo infatti condanna tutte le caste e mette tutti gli uomini sullo stesso piano di partenza verso la conquista del nirvana, ossia della perfezione spirituale. I Khamén erano Indu-bramanici, ligi alla casta e alla religione di Brama, Siva e Visnu, mentre i Mon furono fin dall’inizio, si può dire, di religione buddista. Anche i Khamén divennero poi buddisti, ma per loro il Buddismo fu causa, come abbiamo già visto, di rovina e declino, mentre per i Mon il Buddismo fu sempre forza e motivo di continue ascese e conquiste, anche dopo la loro disfatta politica per mano dei Birmani e dei Tha, che li assorbirono nelle loro rispettive nazioni. E molto debbono ai Mon i Buddisti del Sudest Asiatico nella conoscenza e pratica del Buddismo, ma particolarmente i Thai e i Birmani che ne divennero diretti eredi e scrupolosi conservatori, come avremo modo di dire in seguito.
Sulla loro origine indiana vi sono molte leggende, una delle quali sostiene che la loro capitale Thaton (per i Birmani, Suthammàvadì per i Mon e Sateum per i Thai) fosse strettamente collegata a Orissa (India) che si trova sulla costa opposta del Golfo del Bengala, alla stessa maniera di una delle tante colonie greche del mediterraneo. Lo prova anche l’etimologia dell’antico nome dei Mon (del resto ancora assai ricorrente in Thai) di Taléng che si ritiene derivato da Taléng Khana o Telingana, la regione dell’India dalla quale è venuta la loro civiltà e cultura. (Tavv. VI e III)
Thaton fu dunque uno dei primi centri abitati dei Mon al quale vanno aggiunti, con certezza storica, Si Thép, Nakhòn Pathòm (o Phra Pathòm) e Phong Tük. Questi tre ultimi si trovano attualmente in territorio thai e datano tuttavia solo dai primi secoli dell’E.C. È indubbio che i nuclei stanziali si siano formati molto tempo prima, ma i reperti archeologici rinvenuti finora risalgono solo fino a quella data. Le leggende e tradizioni orali specialmente religiose, come avremo occasione di dire in seguito, ci fanno risalire ad epoche molto più antiche. Nei primi secoli dell’E.C. i Mon furono assoggettati e dominati dai prekhamén di Funam. Ma dal VI secolo in poi essi si costituirono in un regno indipendente detto Thavàravadì o Suvànna Phùm. Dalle Cronache Cinesi infatti apprendiamo che anche il regno Thavàravadì aveva allacciato, in quel secolo, relazioni diplomatiche con il grande Impero Celeste che oramai estendeva la sua influenza su tutto l’Oriente. E le medesime ci assicurano che dal VII al IX secolo il regno dei Mon era libero ed indipendente.
I Mon in Birmania occupavano la parte orientale del fiume Salvin e le loro città stato o principati erano sparse un po’ dappertutto lungo la sua valle fino alla foce e lungo la costa occidentale da Thaton (Satheum) a Tavoi (Thavai) e oltre. (Tav. III)
Ma pare che il loro centro politico-religioso fosse soprattutto nella valle del Mè Nam Çiào Phraià, proprio nel cuore della Thailandia, intorno all’antica città Nakhòn Pathòm o Phra Pathòm. Là era sorto il loro regno buddista denominato Thavàravadì o Suvànna Phùm fiorito particolarmente dal VI secolo in poi. (Tav. VI)
I Thai ritengono infatti che una delle loro capitali, se non la prima, sia stata Nakhòn Phatòm, ricca di vestigia archeologiche e tradizioni religioso-folcloristiche, per cui ancor oggi è il centro più importante delle manifestazioni buddiste di tutta la Thailandia. Celebre è il suo Phrà Cedì che svetta snello e scintillante d’oro nel cielo all’altezza di 120 metri e rimane il più bel monumento dell’arte Mon e Buddista in terra thai. (Fig. 1)
Successivamente fu Lop Burì a prendere il predominio sulle altre città Mon; probabilmente per la sua posizione più adatta e consona alle azioni di conquista verso nord-est intraprese dai Mon nel tempo della loro massima espansione. Si trova infatti nella regione centrale del Mè Nam Çiào Phraià e del regno dei Lavà che l’avevano fondata come loro capitale col nome di Lavò. Abbiamo già visto come essa sia stata successivamente conquistata e destinata dai Khamén a sede del loro Governatore, arricchendola di monumenti e templi, nel loro stile, visibili ancor oggi.
Un ulteriore città-stato o principato dei Mon fu quello di Lamphùn, dai Khamén chiamato Harì Phun Ciàia, che pare sia stato fondato da una principessa di Lop Burì.
In seguito all’impatto con i Khamén e alla difficoltà di mantenere saldo e sviluppare il loro dominio in Thailandia, i Mon volsero le loro conquiste a nord-ovest, nella regione centrale dell’odierna Birmania, dove nell’825 essi fondarono una nuova capitale, l’ultima e la più importante, che chiamarono Pegù, poco più a nord dell’attuale Rangùn.
I Mon avevano una grande cultura e furono dei pionieri nella coltivazione del riso e dei legumi anche in Birmania, dove realizzarono tra l’altro il famoso sistema di irrigazione tuttora esistente, nella zona di Kiauksé (Kioksè) che divenne il centro agricolo di quella nazione.
Ma anche qui essi ebbero subito a che fare con un altro popolo o gruppo etnico, quello dei Birmani (che dovevano poi dare il loro nome a tutto il Paese) i quali, provenienti dal Tibet, erano da poco apparsi nel territorio settentrionale e tentavano di scendere e togliere ai Mon la fertile e bonificata pianura centrale di Kiauksé. Anch’essi fondarono una loro capitale a Pagan nell’849. Secondo le Cronache dei due popoli, basate su leggende e tradizioni orali, le due capitali testé nominate risalirebbero a date anteriori, intorno ai primi secoli dell’E.C. Ma non vi sono documenti storici e reperti archeologici che le confermino.
E’ storicamente provato invece che dal VII secolo dell’E.C. in poi, mentre al nord dell’odierna Birmania scompariva il regno dei Phiu, con capitale Sri Kshetra (Si Kasétra), l’attuale Prom, vandalicamente razziato dai Cinesi dello Iun Nan, al sud si consolidava quello dei Mon con capitale Pegù, al centro nasceva quello dei Birmani con capitale Pagan e nella zona montagnosa nord-orientale prosperavano gli stati Cian (un ramo dei Thaì) con capitale Kèng Tùng che fu poi sostituita con Ava. A occidente, nella zona Arakan, esisteva pure un altro regno con capitale Vaisali (presso l’attuale Mrohaung) che però ebbe una parte insignificante nella lotta politica per il predominio di quella che sarà la Birmania.
Durante i regni di Anùrutthà e di Kianzìttha (Khùan Sitthà) dal 1044 al 1113 i Birmani ebbero il sopravvento sugli altri popoli e trasformarono il loro piccolo incipiente Regno in un grande Impero che si estendeva per migliaia di chilometri dalle sorgenti del fiume Iravadì all’istmo di Kra, e dalle sue valli a quelle del Mè Nam Çiào Phraià, assorbendo quasi interamente il regno Mon ed esercitando una forte pressione e influenza sugli altri popoli limitrofi, particolarmente sui Khamén. (Tav. III)
Per quanto riguarda la parte del Regno Mon che si stendeva nella valle del Mè Nam Çiào Phraià, le Cronache del tempo ed anche gli storici attuali sono di pareri discordi. I Khamén infatti rivendicano tale conquista, sostenendo che da quel tempo in poi fu posto un loro Governatore a Lop Burì onde meglio poter controllare tutto il Regno Mon caduto nelle loro mani. Le Cronache thai e birmane invece riferiscono che il re Anùrutthà aveva conquistato il Regno Mon da Thaton e Phra Pathòm, adducendo quale prova che proprio da allora i Birmani adottarono il Buddismo Hinnà Iàn dei Mon, decretandolo religione di Stato e abbandonando il Buddismo Mahà Iàn, appunto perché fortemente impressionati e influenzati dai due ferventi centri buddisti di Thaton (Satheum) e Phra Pathòm. Non solo, ma alla corte del re Anùrutthà divennero di moda la cultura, le usanze e i costumi dei Mon. Tutti i libri sacri del Buddismo Hinnà Iàn o copie dei medesimi che si trovavano nelle pagode delle predette città furono portati a Pagan. Anche il re Mon Mokuka con 30.000 abitanti furono deportati nella capitale birmana nell’intento non solo di incrementare la popolazion,e ma anche il numero dei proseliti buddisti in modo da facilitare ed accelerare la diffusione del nuovo culto tra i Birmani. Il balì divenne la lingua sacra di corte, al posto del sanscrito e l’alfabeto Mon fu successivamente adottato per la scrittura religiosa e profana birmana. Il re Mokuka fu confinato con tutti gli onori e il rispetto dovuti al suo rango, nella cittadina di Minkàlà poco lontano dalla capitale Pagan, dove si costruì un palazzo in puro stile Mon.
I Mon nonostante la tremenda sconfitta subita, non si rassegnarono tuttavia facilmente alla perdita della loro indipendenza e sovranità e spesso si ribellarono al potere centrale dei Birmani. Anche gli Stati Çiàn e quelli di Arakan furono spesso teatro di rivolte e insurrezioni contro i Birmani; sicché l’intera Birmania fu per parecchi secoli in continue lotte interne tra questi quattro regni o gruppi etnici per la supremazia e il potere centrale.
Al re Anùrutthà successe Kianzitthà (Khùan Sitthà) che era un generale del suo predecessore col quale era venuto a diverbio e si era ritirato a vita privata. Nonostante fosse di stirpe birmana, era stato educato da maestri Mon e conservava quindi per questo popolo il più grande rispetto e deferenza. E forse è stata questa diversità di sentimenti nei confronti dei Mon che lo portò alla rottura col suo Re.
Alla morte del re Anùrutthà, a dire il vero era salito sul trono suo figlio Soleu che però non era riuscito a domare la ribellione promossa dal Governatore di Pegù e ci lasciò la vita. Kianzitthà (Khùan Sitthà), a quella notizia, uscì dal suo isolamento politico e, da buon soldato, si buttò nella mischia, deciso a prendersi il trono. Ma per ottenere questo gli era necessaria l’alleanza dei Mon. Alleanza che egli ottenne promettendo al deposto re Mokuka di cedere, alla sua morte, la legittima successione al trono ai suoi discendenti.
Kianzitthà (1077-1113) portò il regno birmano al più alto splendore, celebrando nel 1086 con rito buddista-bramanico, molto in voga nel Sudest Asiatico di quel tempo, la sua incoronazione ed erigendo molti templi, pagode, monasteri e palazzi pubblici con scritte in lingua Mon che sono ritenute autentici brani di letteratura classica. Egli cercò soprattutto di conciliare e facilitare la fusione dei due popoli Mon e Birmano. Il suo grande amore e ammirazione per la cultura Mon lo portò ad elevare i più bei capolavori in quello stile, tra i quali è da ricordare il grandioso tempio Ananda (Anànthà) fatto eseguire nella capitale Pagan quale copia fedele di quello già esistente a Orissa (India) di dove era venuta la civiltà Mon. Per dare un’idea della sua grandiosità e bellezza artistica basti ricordare che contiene nelle quattro sale e relativi corridoi a crociera, 80 bassorilievi rappresentanti la vita di Budda, 1600 statue in pietra e 1400 in terracotta. Celebre è anche la sua biblioteca fatta costruire per raccogliere soprattutto i testi sacri Tripitaka del Buddismo, riveduti e corretti secondo la dottrina più pura Hinnà Iàn o Theravàtha.
Anch’egli, come tutti i sovrani dei vari stati confinanti con la Cina, inviò missioni diplomatiche alla corte del Celeste Impero. Il suo tentativo di amalgamare e fondere i due popoli Mon e Birmano in uno solo, con parità di poteri, diritti e doveri, non ebbe purtroppo l’esito sperato. E subito dopo la sua morte il regno fu nuovamente teatro di discordie intestine e guerre civili che con difficoltà i suoi successori Mon riuscirono ad affogare nel sangue.
Con l’avvento sul trono del re Narà Patisitthù (1174-1211), non più imparentato coi Mon, ma di pura stirpe birmana, ai Mon fu tolto ogni potere e la stessa loro lingua fu sostituita col birmano.
I Mon si rifecero promuovendo e diffondendo il loro tradizionale Buddismo, e la loro alta cultura artistico-letteraria che imposero ai loro oppressori, continuando così a dominare col pensiero i loro stessi dominatori, come fecero gli antichi Greci coi Romani.
Narà Thihapathé (1250-87) fu un re balordo e fanfarone di cui ci è giunta una lapide, da lui stesso dettata, dicono le Cronache, nella quale si vanta, tra l’altro, di essere: « ... il comandante supremo di 35 milioni di soldati», ed osò, nella sua censuraà, opporsi addirittura al Mongolo Kublai Khan che stava ultimando la totale conquista del Celeste Impero. Con quali conseguenze è facile immaginarlo. Fu infatti ripetutamente sconfitto e cacciato dalla sua capitale Pagan. Ritiratosi infine più a sud, nella città di Bassein, poco dopo morì, lasciando il suo vasto regno in balia dei Mongoli, che ne fecero prima una provincia e poi uno stato vassallo del loro Impero.
L’occupazione della Birmania da parte dei Mongoli, con la sconfitta dei Birmani e dei Mon ridotti in schiavitù, offrì ai Thai Ciàn l’occasione di mettersi in primo piano nel governo di quel Paese. Essi infatti, intorno al 1283, per iniziativa di Tre Fratelli Ciàn, invasero la fertile pianura di Kiauksè (Kioksè) della Birmania centrale e crearono altri tre regni o principati con capitale rispettivamente a Mièng Cìeng, a Méng Khaià e a Pin Le. Dopo alterne vicende e trattative coi Mongoli riuscirono a cacciare questi al di là dei confini e ad estendere il loro dominio su tutta la Birmania. Nel 1364 fondarono una nuova città che chiamarono Ava (Angva per i Thai) che divenne poi la capitale di tutta la Birmania per parecchi secoli. Benché fondata dai Ciàn, Ava ebbe tutte le caratteristiche della precedente capitale Pagan e quindi ritenuta più birmana che Thai Ciàn. Ciò fu voluto intenzionalmente dai Ciàn nel tentativo di conciliarsi coi Birmani e coi Mon. Ma purtroppo la lotta per la supremazia continuò ancora a lungo tra i quattro gruppi etnici più importanti della Birmania e cioè: i Thai Ciàn con capitale Ava, i Birmani con capitale