Storia della Thailandia

di Mario Lorenzato

 

INTRODUZIONE



La stesura di questa breve Storia della Thailandia vuol essere anzi tutto un tributo di riconoscenza da parte mia verso quel Paese che mi ha ospitato per alcuni anni e verso quel Popolo che mi ha dimostrato tanta finezza d’animo; per i quali ho conservato sempre il più caro ricordo e la più cordiale simpatia.
Ma vuol essere anche un modesto contributo inteso a colmare la immensa e, diciamo pure chiaramente, riprovevole ignoranza che esiste tra noi sulla civiltà e storia dei popoli orientali.
Nelle nostre scuole si continua a considerare la razza bianca l’unica razza civile, superiore a tutte le altre in ogni manifestazione ed evoluzione umana, quando invece la razza bianca vera e propria non esisteva ancora o viveva nelle caverne, allorché quella gialla o di pelle Scura aveva già costruito numerose città, organizzato vasti regni e imperi, elaborato leggi, adottato usi e costumi di avanzata civiltà. E non è valsa, a cambiare tale mentalità, neppure la terribile e tragica condanna, con la recente scomparsa delle aberranti dittature che osarono proclamare e sostenere la superiorità dogmatica e priorità indiscussa della razza ariana. Nelle nostre scuole ancora oggi non si fa altro che parlare dei Grandi Imperi Coloniali, dei Grandi Conquistatori Europei, del Grande Impero Romano, del Vasto Dominio Arabo, della perfezione estetica, politica e letteraria Greca, dei Regni d’Egitto, degli Imperi Assiro-Babilonesi, giungendo al massimo fino all’Indo, solo per parlare delle imprese di Alessandro il Grande, ma senza interessarci minimamente dei popoli dell’immenso Continente Asiatico che pure hanno una storia, una civiltà ben più antiche e, in certi periodi, ben più progredite delle nostre.
Cosicché si esce dalla scuola conoscendo nulla o quasi di quei grandi e sterminati popoli dell’Estremo Oriente, della loro antichissima civiltà, della loro letteratura, della loro religione, della loro arte delicata e maestosa, elaborate e perfezionate prima delle nostre; si esce dalla scuola completamente ignari del Celeste Impero, il più esteso di tutti gli imperi mai esistiti al mondo nel tempo e nello spazio (4000 anni! dal 2000 a.C. al 2000 quasi dc.) con la sua plurimillenaria civiltà che ebbe origine e pieno sviluppo quando l’occidente era ancora agli albori della sua storia.
E altrettanto dicasi dell’impero Giapponese, dell’impero Indiano (Vedico-Bramanico-Buddista-Indù) e dell’impero Indonesiano. Tutti popoli che continuiamo a ritenere barbari, incivili e sottosviluppati, mentre ci hanno preceduti di millenni sia nella storia che nella civiltà.
E c’è da precisare che i Cinesi furono a loro volta preceduti da altri popoli, i «THAI» di cui ci occuperemo in questa Storia. I Thai che, come vedremo, avevano già dei centri abitati ben organizzati ed avevano sviluppato un eccellente sistema di agricoltura, soprattutto per la produzione del riso e della frutta, ed erano forti di una avanzata organizzazione politica, civile, economica e militare da incutere rispetto e timore agli altri popoli mongoli. E chi ha mai sentito parlare di loro?
Eppure non sono esseri immaginari o personaggi usciti dalla penna o dalla fantasia di qualche estroso romanziere come Verne o Salgàri, ma popoli realmente esistiti in una prosperosa civiltà ancora prima che i Cinesi arrivassero dal centro dell’Asia all’Estremo Oriente e chiamassero quella parte dei Continente Asiatico, coi loro nome, Cina. Chi ha mai sentito parlare della Thailandia (o Siam) che negli ultimi tre secoli, anche se a prezzo di sacrifici e rinunce territoriali, è riuscita a mantenere la sua indipendenza nazionale, quando tutti gli altri Paesi limitrofi cadevano, uno dopo l’altro, vittime del Colonialismo Anglo-Francese e nei 1882 riuscì, non solo a frenare ma addirittura, a fermare ai suoi confini l’inesorabile processo di colonizzazione delle due più grandi potenze del tempo, l’Impero Britannico e l’Impero Francese? Proprio, come oggi, un secolo dopo, ha neutralizzato e sta neutralizzando l’influenza delle due attuali superpotenze, il Comunismo e il Capitalismo che si stanno contendendo il predominio economico più che politico di tutto l’Estremo Oriente, mantenendo fieramente la sua indipendenza politica e integrità nazionale libere da ogni ingerenza straniera.
Neppure la tanto deprecata e lunga guerra trentennale del Vietnam, Cambogia e Lao (ex Indocina Francese) combattuta ai suoi confini è stata sufficiente a suscitare nella stampa e nel pubblico italiano un interesse culturale vero e proprio per quei paesi del Sudest Asiatico. Si è parlato della Cina col suo Maoismo, del Giappone con la sua avanzata tecnologia, dell’India con fa sua bomba atomica nonostante la fame che la distrugge; ma del Vietnam, della Cambogia, del Lao, della Thailandia che erano più direttamente interessati e coinvolti in questa tragica avventura, paesi ricchissimi di arte, letteratura, tradizioni, usi e costumi antichissimi e capaci di suscitare il massimo interesse in qualsiasi lettore; nulla o quasi nulla è stato detto o scritto. Nulla almeno di storia, di politica, di arte, di religione, di letteratura, di cultura, ma c’è stata data solo una scarna e macabra cronaca di violenze, distruzioni, sopraffazioni, dolore e morte.
E d’altronde mancano in Italia testi, libri e documenti adeguati, mentre gli Inglesi, i Francesi, gli Olandesi, i Portoghesi, i Tedeschi e ultimamente gli stessi Americani posseggono una vastissima letteratura su tutta la storia, l’arte, le letterature, le religioni dei Paesi d’oriente, nonché una vasta documentazione diplomatica, prodotta e raccolta in tanti secoli di colonizzazione, di viaggi, di scoperte, di esplorazioni, di missioni culturali e di ricerche archeologiche. Noi abbiamo soltanto il Milione di Marco Polo (l’unico in commercio), gli scritti di Nicolò di Conti, di Gerolamo di Santo Stefano, di Bartolomeo Vartema, dei padri Ricci e Marignolli e di qualche altro missionario, tutti introvabili nelle librerie e difficilissimi da scovare nelle biblioteche private. Il che è troppo poco!
È assolutamente necessario dunque colmare questa lacuna. E non potendo sperare che la scuola, già impegnata in tante altre riforme, possa ampliare i suoi programmi in questo senso, mi sono proposto (e mi auguro vivamente che l’esempio sia seguito da altri) di curare una serie di pubblicazioni sulla storia, la letteratura, la religione, l’arte, la politica, la cultura, il folclore della Thailandia (per ora, da estendere poi ad altri paesi dei Sudest Asiatico), in modo che chi ha finito la scuola, completamente ignaro e sprovveduto in questo campo, possa (con una lettura facile e speriamo anche piacevole, senza particolare impegno, ma quasi a tempo perso nelle ore di svago e nel tempo libero) farsi una cultura oggigiorno più che mai indispensabile ad ogni uomo civile.
Se si pensa che la classe colta di quei Paesi che noi (per i predetti inveterati e quanto mai riprovevoli pregiudizi) continuiamo a ritenere inferiori e sottosviluppati, per il 90% perfeziona o compie interamente i suoi studi nelle Università Europee e Americane, apprendendo non solo tutti i nostri problemi attuali, ma anche tutta la nostra storia, la nostra cultura, la nostra civiltà, le nostre lingue, dovremmo certamente vergognarci di sapere, a nostra volta, così poco di loro.
La Thailandia da secoli, guidata saggiamente da una lunga serie di re abili e coraggiosi, fatta qualche rara eccezione, e ultimamente da una Dinastia reale discendente da un grande stratega, il generale Ciàkrì, e oggigiorno sorretta dai suoi migliori uomini ammessi, con la Costituzione del 1932, al Parlamento, ha saputo battersi intelligentemente e uscire vittoriosamente dalle più difficili congiunture politiche, economiche e sociali, mantenendo la sua libertà nazionale intatta e formando «non una diga di bambù», ma «una barriera di uomini liberi, i Thai», fieramente decisi a difendere la loro terra, la loro cultura, le loro tradizioni, la loro religione e soprattutto la loro prima virtù: la «libertà», e quindi giovare indirettamente anche a noi, al nostro benessere, alla nostra tranquillità.
La Thailandia infatti è diventata oggigiorno, in seguito agli ultimi avvenimenti politici mondiali, il fulcro sul quale poggia la bilancia dell’equilibrio tra le massime potenze che si contendono il predominio economico di tutto il mondo, Si sa che una terza guerra mondiale, a detta di tutti, sarebbe la distruzione dell’intera umanità e tale pericolo incombe più che mai nell’Estremo Oriente. La Thailandia potrebbe essere l’unico Paese catalizzatore capace di frenare tale reazione a catena, come una barra di cadmio in una pila atomica.
Non possiamo più pensare, come i nostri padri, che quei popoli di Oriente siano troppo lontani per interessarcene. Oggigiorno, con i mezzi che la tecnica ha prodigiosamente sviluppato e divulgato, quali il telefono, la radio, la televisione, le comunicazioni aeree, frantumando tutte le distanze, quei popoli li abbiamo sull’uscio di casa e non possiamo più permetterci di ignorarli. Dobbiamo fare qualche cosa per conoscerli e comprenderli prima che sia troppo tardi.
Sarà questo anche un contributo alla preparazione e realizzazione di quello che, per il momento, è solo un sogno utopistico, ma che in un domani, forse non lontano, dovrà diventare una realtà, l’unione o convivenza di tutti i popoli della terra in una pace universale.
Prima di chiudere voglio ringraziare sentitamente il dr. M. L. Manìt Ciùmsài, una personalità nella cultura Thai, che mi ha dato l’ispirazione a quest’opera e fornito i testi necessari ad un’ampia consultazione; di lui dirò più a lungo in altri volumi di questa Collana, scritti dal medesimo e da me solo tradotti, per fornire al lettore un campo di informazioni sempre più vasto, esauriente e genuino.
Il mio ringraziamento va pure ai Padri Missionari Salesiani Don Sala, Don Castellino, al Gesuita Don Cerutti e particolarmente al Vescovo Missionario Mons. Pietro Carretto nonché ai Sacerdoti Thailandesi Don Praxum e Don Sanit per la loro preziosa collaborazione e assistenza nell’invio di notizie e sulla scelta e fornitura di numerosi volumi da consultare.
La più viva riconoscenza debbo anche al caro amico Ferruccio Pivetta per la preziosa collaborazione di disegnatore e cartotecnico e aiuto revisore del testo in dattiloscritto e in bozza.

L’Autore
MARIO LORENZATO

 

 

NORME PER LA CORRETTA PRONUNCIA DEI NOMI THAI


Per dare alle parole thai la più corretta pronuncia possibile, ho abbandonato completamente la grafia o romanizzazione abituale inglese, francese o di altre lingue europee, scrivendo le parole thai come le pronunciamo in italiano, sicuro che ciò renderà più facile la lettura ed eviterà tante dannose storture delle parole stesse.
Non si meravigli dunque il lettore se troverà, in questo testo, tali parole thai scritte diversamente da quelle che è solito vedere nei giornali e riviste (che le prendono alla lettera da fonti americane, inglesi e francesi) o in altri testi specialmente geografici, i quali seguono pedissequamente la grafia straniera, facendoci un brutto servizio perché si è tentati di leggerle all’italiana mentre invece vanno lette secondo la pronuncia inglese o francese, che non tutti conoscono, creando così una grande confusione, e facendoci adottare dei termini che in definitiva nessuno capisce, né gli Inglesi, né i Francesi e tanto meno i Thai o gli Orientali.
Prendiamo l’esempio classico dell’antico nome della stessa Thailandia, il Siam. Noi diciamo appunto Sìam con l’accento sulla ì. Ma la sua vera pronuncia è Saiàm come dicono i Thai e che gli Inglesi hanno mutato in Sàiam scrivendo però Syam, da cui i Francesi hanno dedotto Siàm e gli Italiani Sìam mutando la y in i, senza tener conto però che queste due vocali in inglese hanno anche il suono del nostro dittongo ai. E così abbiamo un nome che non capisce nessuno all’infuori di noi Italiani.
Altro esempio ancora più paradossale è quello del nome dell’isola indiana Ceylon che noi pronunciamo tale e quale è scritta; naturalmente per non farci intendere da nessuno. Gli Inglesi infatti pronunciano Sìlan e i Francesi Silàn: si avvicinano alquanto alla pronuncia originale indiana di Silàngkha o Sìlang.
Ma il più recente di questi incomprensibili e inspiegabili svarioni, adottato, con tutta tranquillità, dalla nostra lingua, è quello del fiume Kuài (sic) reso noto in tutto il mondo dal celebre film «Il ponte sul fiume Kwai». In Thailandia non esiste nessun fiume Kuài e nessun Thailandese saprà mai indicare la strada al turista italiano in cerca di quel luogo divenuto così tristemente celebre, per i noti fatti della Seconda Guerra Mondiale, e ora méta di continue visite. Infatti quel fiume si chiama Khuè.
Perché dunque noi Italiani diciamo Kuài? Perché l’abbiamo tolto pedissequamente e direttamente o dal romanzo francese «Le pont sur la rivière Kwai (sic)» o dal film che ne ha ripetuto la grafia senza preoccuparsi di darcene la corretta pronuncia francese che infatti è Kuè; perché il dittongo ai per i Francesi suona è. Da notare però che alla k bisogna aggiungere l’h (quindi si scriva e si pronunci khuè), comunque scrivano i Francesi o gli Inglesi,
E si potrebbe continuare di questo passo per un bel po’. Ma il lettore attento potrà rilevare da solo tali anomalie e differenze dal confronto tra i due elenchi di nomi che sono riportati in appendice.
Ritornando alle nostre norme di pronuncia premettiamo che abbiamo dovuto ricorrere anche all’uso di lettere e dittonghi stranieri, dato che il nostro alfabeto non è sufficiente a rendere tutti i suoni della lingua thai (basti dire che questa ha 74 lettere, tra consonanti e vocali). Ed è particolarmente di questi gruppi o lettere che ci occupiamo qui, dando loro la corretta pronuncia o interpretazione. Sono ridotti al minimo indispensabile appunto perché il lettore li possa apprendere facilmente e velocemente prima di iniziare la lettura del testo.
Essi sono:
H - l’h è sempre aspirata come in: hà, Hùa Hìn, ma-hà, ra-hù, ecc.
J - usiamo la j lunga quando vi sono due ii, per meglio distinguerne il doppio suono, come in: Jì, Jìng, ecc.
K - viene usata in sostituzione della nostra c dura, ch e q.
Kh - ha un suono diverso dalla precedente perché la k è aspirata. Questa differenza ha un’importanza vitale nella lingua thai. Le parole infatti cambiano significato se scritte con la k semplice o con la kh aspirata. La loro pronuncia non è difficile perché: la prima si ottiene con un colpo di fiato in gola (gutturale), mentre la seconda si ottiene spingendo il fiato contro il palato (gutturale-palatale).
C - la c semplice la usiamo per indicare il suono aspro (di chi starnutisce) con le vocali e i come nelle parole: céra, cìngolo.
Ci - la c con la i la usiamo per indicare lo stesso suono della c semplice, ma con le vocali a, o, u, eu, ü davanti alle quali non diventa dura come in casa, cosa, cuna ecc., ma resta molle come se fosse cia, cio, ciu, cieu, ciü; la i comunque non si dovrebbe far sentire perché serve solo a ricordare questo suono come nella parola ciasa dei nostri Friulani. Es.: ciàng, cion, ciut, cieu, ciü.
Allorché la i dovesse essere pronunciata viene accentata. Es.: Cìeng Mài, Cìeng Rài, cìat, vicìen ecc.
Ç - la ç col puntino sotto la usiamo per indicare il suono dolce e quasi moscio che fanno sentire i bambini quando dicono, cìài-ciai, ciào-ciào. Es.: ciài, cià, ciùt, ciòn ecc.
Ng - questo gruppo ha un suono tutto particolare ed assai difficile da spiegare e far apprendere con norme teoriche. Solo la viva voce può darcene la corretta pronuncia. Tuttavia tentiamo di spiegarci ponendo il suo suono tra il nostro gn di gnocco e ng di inghippo, ma spiccatamente nasale (come quello che emettono coloro che hanno il labbro leporino). Quindi la parola ngu non si pronuncia gnu (con la gn dolce) né ngu (con la g dura) ma con una n gutturale-nasale molto spiccata. Es.: ngu, ngiep, ngan, ngeun, ngài ecc.
Ph - la ph ha suono di p aspirata e non già di f come in latino o in altre lingue straniere; diverso comunque da quello della p semplice e lo si emette soffiando leggermente tra le labbra. Es. pho, pha, phu, phi, pheung, phung, ecc.
Th - anche la th ha suono di t aspirata, diverso dalla t semplice. E per quanto riguarda la loro differenza vale quanto già detto a proposito della kh aspirata e della k semplice, cioè che le parole cambiano significato. Es.: tai = morire, thai = thailandese-libero; pa = foresta, pha = stoffa; ecc.
Eu - il dittongo eu ha il suono caratteristico francese di peu = poco, simile al nostro lombardo di feu = fuoco. Es.: keun = troppo, cieun = invitare, deun = camminare, ecc.
Ü - la ü con i due puntini sopra ha il suono tipico della u francese come in mur = muro o della ü tedesco di führer, simile al suono lombardo di nü = noi. Es.: düm = bere, tün = svegliarsi, pün = fucile, ecc.
— - usiamo talvolta il trattino (-) per separare le sillabe di alcuni nomi thai per evitare confusione. Infatti noi saremmo tentati di pronunciare la parola Phangua dividendola nel modo seguente: Phan/gùa, mentre invece la sua corretta pronuncia e divisione in sillabe è Pha-ngùa (col caratteristico suono gutturale-nasale di ng) o anche Phang-ùa ma mai Phan-gùa. Così dicasi di: Tuangu (Tua-ngu), Benghek (Beng-hek), Bangiang (Bang-iàng), Ciengrài (Cìeng-rài), Thongu (Thong-u), Fangum (Fa-ngum), ecc.
ò è ó è - gli accenti grave e acuto li usiamo, come in italiano (pòllice, pèlle, Róma, régno) per indicare rispettivamente i suoni larghi o stretti delle vocali, o ed e. Es.: pòt = polmoni, pèt = otto, pók = copertina di libro, pét = anitra.
Altre peculiarità.
E’ da notare inoltre che, a riguardo degli accenti, alcune parole thai non hanno alcun accento tonico particolare e debbono quindi essere lette con voce uguale per tutte le loro sillabe, senza alcuna inflessione. Es.: Bang-kok, Ban-don, Khlong-thom, Bang-bo, Bang-pong, lun-nan, Ta-li-fu. Fu-nan, ecc. Anche questa è una peculiarità propria della lingua thai e a noi sconosciuta, per cui riuscirà un po’ difficile, all’inizio, la corretta pronuncia, ma con un po’ di esercizio non si tarderà a farne un corretto uso. Altre parole invece hanno due o più accenti o inflessioni come per es.: Aiùtthaià, Krung-thép-mahà nakhòn; ma queste non presentano particolari difficoltà.
Per chiarezza e semplicità è stato assolutamente necessario trascurare in blocco la distinzione fra le vocali brevi e lunghe coi rispettivi segni ( ˘ ) ( — ) e soprattutto l’indicazione dei famosi 5 toni della lingua thai: alto o acuto ( ^ ), discendente (ֻ ) , retto ( — ), basso ( v ), ascendente ( / ) che danno alle medesime parole significati ben diversi.
Tutti questi segni infatti avrebbero complicato talmente la grafia da mettere a dura prova la pazienza del lettore più volonteroso e ottenere quindi l’effetto contrario e decisamente negativo di confondere anziché chiarire la pronuncia stessa.
Penso che i soli accenti tonici nostrani e i pochi segni e lettere stranieri adottati, siano sufficienti a dare al lettore una pronuncia molto vicina al moderno thailandese, anche se non perfetta in tutte le sue difficili e innumerevoli inflessioni.
Ho creduto infine opportuno riportare, in appendice, un duplice elenco dei nomi thai più ricorrenti nel testo, nella grafia italiana da me adottata e nella grafia straniera o romanizzazione comunemente usata dagli Inglesi, dai Francesi e dagli stessi Thai, per dare al lettore un punto di riferimento e di confronto per altri testi o scritti che gli capitassero tra mano, come giornali, riviste, testi geografici, opuscoli turistici e altre pubblicazioni sia straniere che nostrane.

 

 

PREMESSA

Brevi nozioni geografiche sulla Thailandia



Non spiaccia al lettore se, prima di iniziare la nostra storia della Thailandia, premettiamo qualche notizia geografica, onde meglio ambientare e localizzare le varie vicende storiche di quel popolo che, a somiglianza di quasi tutti i gruppi etnici della terra, ha avuto origini ben lontane dall’attuale sua sede e in seguito a emigrazioni, spostamenti, lotte e conquiste, è riuscito a trovarsi una patria, a darsi un linguaggio, una scrittura, una cultura, una religione sue proprie nettamente differenti da tutte le altre.
Precisiamo anzitutto che la Thailandia ha preso questo nome ufficialmente intorno al 1940 e che prima era chiamata Siam (che i Thailandesi pronunciano Saiàm, gli Inglesi Sàiam, i Francesi Siàm e gli Italiani Siam). Nome di origine molto incerta e oscura che molti studiosi spiegano col significato di «nero o scuro» dovuto al colore della pelle giallo-bruno scuro dei suoi primi abitanti.
Ho detto che la Thailandia era chiamata e non si chiamava Siam. I Thailandesi infatti hanno sempre usato da secoli e millenni il termine Thai per autodefinirsi e furono gli stranieri, particolarmente dal 1500 in poi, con l’inizio delle grandi scoperte, esplorazioni e imprese coloniali, che lanciarono nel mondo occidentale il nome di Siam (da Saiàma il nome di una minoranza etnica di aborigeni della Thailandia centrale e meridionale, attualmente ridotti a poche tribù che vivono nelle foreste e montagne ancora quasi allo stato brado). Furono gli Europei che adottarono questo nome e lo imposero agli stessi Thailandesi anche negli atti ufficiali, mentre i Thailandesi hanno sempre preferito e continuato a far uso dei loro particolari appellativi di Thai per indicare il popolo siamese, di Müang Thai per indicare il loro stato o regno e di Prathét Thai per indicare la loro nazione. (Thai = liberi: Müang = città, stato, regno; Prathét = nazione).
Il francese Laloubère, che fece parte dell’ambasciata francese alla corte del re Narai ad Aiùtthaià, nel 1680 scriveva: «Il nome Siam è sconosciuto ai Siamesi... I Siamesi usano appellarsi col nome di Thai che nella loro lingua significa “liberi”, proprio allo stesso modo in cui i nostri antenati si chiamavano “Francs” (affrancati, liberi); e «Müang” significando regno in siamese, essi chiamano la loro patria “Müang Thai” o “Regno dei liberi”». Il vescovo Mons. Pallegoix delle Missioni Estere di Parigi ribadiva a sua volta nel 1854: «La nazione che gli europei chiamano Siam, qui è chiamata «Müang Thai” (Regno dei liberi)». E il Dr. Rong Sayamananda, professore dell’Università Ciulà Longkòn di Bangkok, precisa nel suo libro «Fondamenti della storia Thai»: «Saiàm o Syam divenne nome ufficiale solo durante il regno del re Mongkùt o Rama IV dell’attuale Dinastia Ciakrì (1851-1868). Quando egli firmò il trattato con la Gran Bretagna il 18 aprile 1855, nel documento originale era ancora usato il termine “Müang Thai”, ma nella successiva ratificazione di detto trattato, firmata il 5 aprile 1856, fu introdotto per la prima volta e imposto ufficialmente il termine “Syam” in sostituzione di «Müang Thai”». (Da notare che Syam viene dagli Inglesi pronunciato Sàiam).
Con la incruenta e quasi pacifica rivoluzione del 1932 che portò al Governo la rappresentanza popolare e trasformò la «Monarchia Assoluta» in «Monarchia Costituzionale», il termine «Thai» fu nuovamente portato alla ribalta e rimesso in uso anche negli atti ufficiali. Ma fu il Primo Ministro Phibùn Songkhràm, asserisce il sunnominato professor Rong Sayamananda, che divenuto capo del Governo nel 1938 con un programma di totale rinnovamento e ristrutturazione nazionale, decretò l’abbandono definitivo del nome Siam, sia nella lingua Thai che nelle lingue straniere, sostituendolo con l’autentico e originario nome nazionale di «Müang Thai» o «Prathét Thai».
Anche questa denominazione tuttavia non poté sfuggire alla prepotente ingerenza straniera, particolarmente Anglo-Americana, che la mutò in «Thailand» (sostituendo i termini Müang e Prathét con la parola anglosassone «Land» che vuoI dire terra, nazione), da cui derivano i nostri vocaboli Thailandia e Thailandese. Noi faremo uso anche del semplice termine Thai per dire Thailandese. E speriamo che il travagliato e bistrattato nome sia finalmente giunto al suo epilogo e accezione definitiva. Avremo comunque occasione di riparlarne più a lungo nella narrazione storica.
La Thailandia oggigiorno non ha l’estensione che aveva nei suoi tempi migliori e particolarmente durante i regni dei re Ràma Kam-hèng e U Thong o Ràma Thibodì I nel XIII e XIV secolo, allorché in seguito a fortunose imprese riuscì ad estendere i suoi confini su tutta la penisola di Malacca fino a Singapore e su quasi tutti i territori del Lao, della Cambogia e della Birmania. (Tavv. I - VI)
Attualmente la sua superficie si estende da nord a sud per 1650 km. e da est ad ovest per 800 km. nella sua pane più larga e 15 km. nella sua parte più stretta. È posta esattamente tra il 6° e il 21° parallelo e tra il 97° e 106° meridiano, con un’area complessiva di 518.000 km2 e una popolazione di 45.000.000 di abitanti. Confina a nord con la Birmania e il Lao, a est ancora con il Lao, la Cambogia e il Mar della Cina che forma il Golfo Thai, a sud con lo Stato della Malesia e a ovest con l’oceano Indiano nella parte meridionale, e con la Birmania nella parte settentrionale.
È una caratteristica penisola, chiamata tradizionalmente Penisola d’oro dai Thailandesi (Lem Thong o Suvànna Phùm) per la prodigiosa ricchezza del suolo, che presenta una certa rassomiglianza con la nostra Italia, coronata al nord da montagne (anche se più modeste delle nostre Alpi) e percorsa a sud per tutta la sua lunghezza da una dorsale montuosa e collinosa, molto simile ai nostri Appennini. Ma mentre l’Italia ha la forma inconfondibile di uno stivale, la Thailandia disegna chiaramente i contorni di una immensa scure che estende il suo manico da nord a sud e volge la sua lama verso oriente.
E solitamente divisa in quattro parti: Settentrionale, Orientale, Centrale e Meridionale; ognuna con caratteristiche organiche e inorganiche, flora e fauna alquanto diverse. E insistendo sulla figura della scure vediamo che la parte Orientale forma la sua lama, mentre le parti Settentrionale, Centrale e Meridionale formano il suo manico o impugnatura.
Parte Orientale. Cominciamo proprio con la sua Parte Orientale, perché quasi si stacca e si aliena dal corpo o asse principale che forma il nerbo e la continuità di tutta la Thailandia. Tale suo distacco dalle altre parti è ancora più marcato dal clima, dal suolo, dall’ambiente, dalla flora e dalla fauna tanto da non sembrare dello stesso contesto geografico. Ed è purtroppo anche la zona più povera e brulla di tutta quella fertilissima e opima terra che forma la maggior parte della Thailandia. Essa confina ad ovest con le due Zone Settentrionali e Centrali, a nord e ad est con il Lao ed al sud con la Cambogia. È compresa tra i meridiani 102° e 106° e tra i paralleli 14° e 18°. (Tav. I)
La Regione Orientale è nota anche con il nome di Altopiano di Khoràt o Ràtciasìma, due nomi della stessa città, che è il più importante capoluogo di provincia e fu talvolta anche la capitale temporanea del l’intera Regione. L’Altopiano di Khoràt ha la forma pressoché quadrata o quadrangolare con due lati (nord e est) delimitati dal fiume Mè Khòng, e due lati (sud e ovest) chiaramente marcati da due catene di montagne o alture denominate Phu Khao Phétciabùn — Phu Khao Phrajà Ién sul lato ovest e Phu Khao San Kamphèng — Phu Khao Dong Ràk sul lato sud e corrono rispettivamente da nord a sud e da ovest ad est, formando un angolo retto a mezza via tra Khoràt e Aiùtthaià.
Pare che l’origine di questo tavoliere sia dovuta a cause sismiche che spezzando la crosta terrestre l’hanno innalzata su i due lati montagnosi occidentale e meridionale dando a tutto l’Altopiano una inclinazione che, dall’altezza media di 300 m. scende verso i lati opposti a livello del fiume Mè Khòng che è a 50 m. sul mare.
Il lato più spettacolare e suggestivo di questo tavoliere è quello meridionale che divide l’Altopiano Thai dalla pianura Cambogiana. Si presenta quasi come una lunga e gigantesca parete rocciosa che culmina nel Dong Ràk, famoso centro di rovine storiche Khamén, e corre in direzione della longitudine terrestre. Esso segna il confine naturale tra la Cambogia e la Thailandia. La sua altitudine oscilla mediamente tra i 400 e i 700 m. sul livello del mare. Allorché ci si affaccia sul bordo di questa parete rocciosa o si sale sulla cima di una delle sue maggiori alture si gode un panorama così vasto sulla pianura sottostante da abbracciare, con un solo sguardo, quasi l’intero territorio della Cambogia.
La superficie dell’Altopiano di Khoràt non è piatta e liscia, ma ineguale e quasi bugnata per cui durante la stagione delle piogge hanno origine innumerevoli temporanei rivoli, torrenti e corsi d’acqua che scendono precipitosi verso i fiumi principali il Ci e il Mun, formando con essi la figura di un gigantesco albero dai numerosissimi rami piccoli e grandi, il cui tronco, rappresentato dal Mun, ha le sue radici nel Mè Khòng. Il fiume Ci nasce tra i monti Phétciabùn e si immette nel Mun nei pressi della città di Ubòn, mentre il Mun ha le sue sorgenti nel Phu Khao Phraià Ièn ed è a sua volta tributario del Mè Khòng nel quale sfocia poco più a est della predetta città.
Le piogge che cadono abbondanti durante la stagione dei monsoni (maggio-ottobre) scorrono subito giù dalle predette catene di monti in numerosissimi corsi d’acqua gonfi e precipitosi, giacché la scarsità di piante e la pendenza del terreno non danno il tempo e la possibilità di trattenerle ed assorbirle. Ciò causa un apporto anormale di masse d’acqua nei fiumi Ci e Mun che non riescono ad accoglierle e a scaricarle tempestivamente nel Mè Khòng, per cui, ogni anno, la pianura di Ubòn viene completamente e abbondantemente allagata. Per fortuna tali annuali alluvioni sono più di beneficio che di danno, giacché con l’apporto del caratteristico e fertilizzante limo rendono i terreni particolarmente adatti alla coltivazione del riso. Lungo le sponde dei due fiumi Ci e Mun, inoltre, gli abbondanti detriti alluvionali depositati formano sempre più vaste zone coltivabili.
Tuttavia la discesa e quasi fuga precipitosa delle acque dalle alture e dalle zone più elevate rende quel tavoliere facilmente soggetto a siccità e sterilità nella lunga stagione asciutta creando il problema dell’acqua insufficiente non solo per l’irrigazione delle culture, ma anche per la sopravvivenza degli uomini e degli animali. Al contrario, nelle vicinanze del fiume Mè Khòng, dove la superficie del terreno non ha sufficiente pendenza, le acque ristagnano in estesissimi acquitrini e paludi rendendo la zona inadatta a qualsiasi sfruttamento agricolo e industriale. Il territorio viene comunque sfruttato per la pesca e per vivai ittici di vario genere e anche per la caccia.
Per la presenza di numerosi e ameni laghi, tra i quali predomina il Nong Lahàn, si stanno formando ora dei centri turistici con attrazioni sportive di vario genere, dalla pesca alla caccia, dalle gare motonautiche a quelle a vela, dallo sci d’acqua al canottaggio. Numerosi sono anche gli stranieri che accorrono in quella regione attratti dalle imponenti ed interessantissime rovine dell’antica civiltà Khamén che fiorì tra il V e il XIII secolo, di cui rimangono vistose vestigia nel Phra Vihàn (Sacro Tempio o Santuario) del Dong Ràk, a Phimài (l’antica Phimà Purà, capitale di tutto l’Altopiano e sede del Principe Ereditario Khamén con funzione di Viceré), a Iasò Thon e in altre città e centri minori dove stanno venendo alla luce scoperte archeologiche di inestimabile valore e interesse storico.
Il Governo Thailandese nel frattempo non ha risparmiato denaro e particolari attenzioni per risolvere i problemi di questa Regione a cominciare dall’acqua. Sono stati così trivellati numerosi pozzi artesiani per assicurare l’acqua potabile a tutti i centri abitati e per tutto l’anno. Sono stati innalzati sbarramenti e dighe per trattenere le acque nelle zone più aride e scavati canali e drenaggi per meglio distribuirle in quelle più basse ed agevolare così l’agricoltura, Furono aperte nuove grandiose strade, la più importante delle quali è quella chiamata della Pace che attraversa l’intero Altopiano da occidente ad oriente e da sud a nord. Di comune accordo con i Paesi limitrofi che si affacciano sulle sponde del fiume Mé Khòng è stata predisposta una carta fluviale per lo studio e la progettazione di lavori atti a sfruttare il suo corso e le sue acque a favore dell’agricoltura, dell’industria, delle comunicazioni e del commercio.
Questa Regione pertanto, che lo storico thai Phra Sàrasàt descriveva 50 anni fa come la zona più povera e spopolata di tutta la Thailandia, è oggi divenuta, dalla Seconda Guerra Mondiale in poi, una delle più progredite e popolose per l’apporto datole dagli Americani che se ne sono serviti per le loro basi militari nella deprecata, quanto tristemente nota, guerra del Vietnam e della Cambogia. Furono quindi creati nuovi posti di lavoro nei magazzini, nelle officine, negli aeroporti, nelle stazioni autostradali, nei porti fluviali, negli scavi archeologici, nei campi di lavoro e bonifica a fianco delle truppe americane, non solo per i Thai ma anche per i profughi e rifugiati politici Vietnamiti, Cambogiani e Lao che sono fuggiti dai loro rispettivi paesi per tema di rappresaglie da parte dei comunisti o per rifiuto di quel regime politico, È stato dato dunque non solo incremento all’agricoltura, ma avviata anche una incipiente industria meccanica e sviluppato un grande movimento e scambio commerciale, che continuano anche dopo la dipartita degli Americani. La sua popolazione, da poco più di due milioni di abitanti, di 50 anni fa, come riferisce il predetto Phra Sàrasàt, è oggi salita a dieci milioni, portando la Regione Orientale al secondo posto nella graduatoria delle altre regioni, stando alle statistiche ufficiali del Ministero dell’interno del 1966.
Bisogna dunque dire che in pochi decenni quella Regione ha fatto un enorme balzo in avanti. E diventata tra l’altro la zona più attraente per bellezze naturali, rovine storico-archeologiche e attrazioni turistiche. È una Regione dal passato storico e politico molto importante per cui avremo occasione di riparlarne spesso nominando parecchie sue città delle quali riportiamo qui si seguito, per il momento, solo i nomi: Nakhòn Ràtciasìma (Khoràt), Phimài (l’antica Phimà Purà Khamén), Burì Ram, Surìn, Sì Sakèt, Ubòn Ràtcia Thani, Iasò Thon, Roi Et, Khòn Khèn, Phétciabùn, Leui, Udòn Thani, Nong Khai, Sakòn Nakhòn, Nakhòn Phanòm.
Parte Settentrionale. È vasta cinque volte la Svizzera ed è caratterizzata dalle più alte montagne di tutta la Thailandia che, partendo dai suoi margini meridionali, salgono verso nord lentamente prima e si elevano poi improvvisamente sopra i 2000 m., formando crinali, vallate, impluvi, lungo i quali scorrono un gran numero di ruscelli, torrenti e fiumi di piccola e grossa portata. Di essi i più importanti sono il Ping, il Vang, lo Iòm e il Nan, che, confluendo quasi contemporaneamente nella zona centrale, formano il Ciào Phraià che va a sfociare nel Golfo Thai. Due altri fiumi importanti che scendono da nord e interessano anche questa zona settentrionale della Thailandia sono il Sàlvin e il Mè Khòng. Ma essi non appartengono alla Thailandia che in minima parte, giacché ne lambiscono appena i bordi segnando il confine con la Birmania il primo e con il Lao il secondo.
La Regione Settentrionale della Thailandia è indubbiamente la più varia e pittoresca di tutte le altre. Alle grandi distese infatti di risaie e coltivazioni varie, si alternano aspre e ristrette vallate dove scrosciano torrenti impetuosi spezzati in mille cascatelle e rivoli, tra un verde cupo di foreste vergini tropicali, ricche dei legni più pregiati, e tra montagne le cui cime, tutte coperte da lussureggianti vegetazioni e avvolte da costanti vapori sprigionati dalla terra umida e calda sotto un sole torrido e talvolta implacabile, si confondono col blu del cielo reso verdognolo dal riflesso della foresta. E questa, pullula di selvaggina e d’ogni sorta di animali di grossa taglia, dall’elefante alla tigre, dall’orso al bufalo selvatico, dal cervo al rinoceronte, dalla scimmia al cinghiale. E il paradiso del cacciatore europeo, anche il più esigente che voglia provare tutte le emozioni di un gran safari.
Delle sue montagne più alte ricordiamo il Doi Inthanòn di 2575 m., mentre l’altitudine massima dei centri abitati e delle città di tutta la Thailandia non supera i 400 m. sul livello del mare; il Doi Cìeng Dào di m. 2285; il Doi Phaçiò di m. 2012, il Doi Suthép di m. 1767 che fanno quasi tutti corona all’antica e storica città Cìeng Mài, già capitale dei primi regni thai e centro culturale ed artistico dei più rinomati per lo studio delle antichità thai. Essendo venuti dal nord i Thai, è qui che costruirono le prime loro città. Hanno quindi altrettanta importanza storica quelle che citiamo qui di seguito: Müang Fang (l’antica Umongkhaséla, estremo caposaldo del dominio Khamén), Cìeng Sèn, Cìeng Rài, Cìeng Khòng, Lamphùn, Lampàng, Nàn, Phrè, Phaiào, Savànkhalòk, Uttararadìt, Si Satcia Nàlai, Tak, Sukhòthai (già capitale del regno thai di Sukhò Thai), Phitsanulòk, Kamphèng Phét, Phiçìt, Phétciabùn, Nakhòn Savàn, Uthài Thani.
Parte Centrale. È la parte migliore di tutta la Thailandia, grande 5 volte il Belgio, e fa da impluvio a tutte le acque che scendono dalla Regione Settentrionale in numerosi fiumi. Questi confluiscono quasi tutti nel maggiore fiume del paese, il Mè Nam Ciào Phraià che l’attraversa tutta da nord a sud, e durante la stagione delle piogge la trasforma in un immenso lago o risaia, apportandovi quell’incomparabile ricchezza del limo (come fa il Nilo in Egitto) che la rende straordinariamente fertile di ogni sorta di prodotti agricoli tropicali.
I suoi ingenti detriti tuttavia hanno causato e causano costantemente l’ostruzione del delta e parte del golfo antistante rendendo difficile e precaria la navigazione delle navi fino al porto della capitale Bangkok che sorge a 30 km. dal mare, sulle sue sponde, ed ha quindi bisogno di continui lavori di drenaggio.
Altro fiume importante in questa zona centrale è il Mè Klòng, che scende da nord-ovest e sfocia in mare a poco più di sessanta km. dal delta del Ciào Phraià, divenuto famoso durante l’ultima guerra mondiale per il celebre ponte, fatto costruire dai Giapponesi invasori su uno dei suoi affluenti il Khuè (e non Kuài come abbiamo spiegato nelle norme di pronuncia), che doveva collegare la Thailandia alla Birmania mediante la tristemente nota ferrovia della morte, chiamata così per l’alto numero di vite umane di prigionieri di guerra crudelmente sacrificati per la sua costruzione.
E in questa Regione Centrale che viene prodotto il migliore riso del mondo, l’alimento base non solo dei Tailandesi, ma di tutti i popoli d’Oriente. Viene quindi coltivato in quantità superiore al consumo ed esportato in tutto il mondo. È la risaia dunque che predomina nel panorama di questa zona; ma non mancano moltissime altre piantagioni di cocco, banane, mango, ananas, limoni, mandarini, mais, arachidi, peperoni, fagioli, caffè, tè, palma da zucchero, canna da zucchero, e di tante altre piante da frutto a noi sconosciute, nonché del bambù, il quale fornisce, oltre che un saporito pollone commestibile, anche il legno-tutto-fare dai più svariati impieghi nella vita dei Thai.
La regione è praticamente una immensa pianura a perdita d’occhio, dai 2 ai 40 m. sul livello del mare, rotta solo qua e là da alcune alture e colline non superiori ai 200 m. che, durante le alluvioni, si trasformano in tanti isolotti.
A sud, sulle rive del Mè Nàm Çiào Phraià, a 30 km. dalla sua foce, sorge la capitale Bangkok (che i Thailandesi chiamano Krung Thép Mahà Nakhòn che vuol dire Città del Divo Re (altri traducono: Città degliAnglei, degli Dei, delle Divinità), Grande Capitale o anche semplicemente Phrà Nakhòn ossia Veneranda (Sacra) Capitale, la quale supera già i tre milioni di abitanti e conserva splendidi monumenti dell’arte thai in numerosissime pagode, in vari palazzi reali e pubblici, ed è ricca di canali, parchi e giardini, ma è purtroppo oggigiorno anche inesorabilmente soggetta alla fatale deturpazione di mastodontiche e stridenti costruzioni moderne che, se servono al suo sviluppo industriale, turistico e commerciale, ne deturpano irreparabilmente l’incomparabile unica bellezza di metropoli orientale.
È da notare che i Thailandesi fanno ancora netta distinzione tra la città di Bangkok, che si estende sulla sponda sinistra del fiume Ciào Phraià, e la primitiva cittadella Thon Buri, situata sulla sponda destra ed elevata al rango di capitale dal re Tàk Sin nel 1768, l’anno dopo la distruzione della precedente capitale Aiùtthaià. Tutte e due unite insieme formano la grande capitale Krung Thép per i Thai e Bangkok per noi.
Della Regione Centrale, che è la più popolosa e progredita, sono da ricordare anche le seguenti città: Aiùtthaià, anche se oggi è solo un ammasso di ruderi, ma che fu la più splendida capitale del Regno Thai durante il suo migliore periodo di potenza ed estensione territoriale; Lop Burì, l’antichissima Lavò già capitale del Regno dei Lavà poi assoggettata dai Khamén e quindi residenza estiva dei re di Aiùtthaià, ricchissima di vestigia storiche e religiose; U Thong, città assai antica anche questa, che diede i natali a Phaià U Thong che fondò la capitale Aiùtthaià e ne divenne primo re col nome di Ràma Thibodì I; e Suphàn Burì, che con le predette città si trova a Nord di Bangkok, mentre a est e lungo il litorale orientale del Golfo Thai si trovano: Sarà Burì, Nakhòn Naiòk, Cià Ceung Sao, Samùt Prakàn, Ciòn Burì, Si Ràcià e Phattaià che sono due rinomate spiagge e residenze estive delle più frequentate da turisti thailandesi e stranieri; Raiòng, Çiantha Burì e Trat. A est della capitale e verso sud vi sono: Nakhòn Pathòm o Phrà Pathòm, antichissima capitale del Regno Suvànna Phùm o Thavàravadì dei Mon, che custodisce nel suo celebre Çedi preziose reliquie di Budda ed è il centro religioso più importante di tutta la Thailandia; Kançianà Burì o Kan Burì nei cui pressi sorge il tristemente noto ponte sul fiume Khuè (non Kuai), Ràtcia Burì o Ràt Burì, Phétcia Burì o Phét Burì che si trovano lungo la penisola, mentre sul litorale del Golfo Thai abbiamo ancora Samùt Songkhràm e Samùt Sàkhon; Hùa Hìn, riviera balneare assai nota e frequentatissima e Praciùap Khirikhan.
Parte Meridionale. Questa regione ha un’area due volte quella della Danimarca e si estende dai confini della sua prima provincia settentrionale Cium Phon fino ai confini della Malesia, tra il 12° e il 6° parallelo. È bagnata a oriente dal Mare della Cina lungo tutta la sua estensione ed a occidente dall’oceano Indiano solo nella parte meridionale, mentre dal capo Vittoria in su confina con la regione Tenàsserim che appartiene alla Birmania.
Tempo addietro, ci informa Phra Sàrasàt, quel territorio, con le importanti città portuali di Tenàsserim, Mergùi, Tavoi e Martabàn, apparteneva alla Thailandia che confinava quindi da capo a fondo con l’Oceano Indiano, ma l’Inghilterra nel secolo scorso, temendo che venisse aperto l’istmo di Kra che poteva dare un duro colpo al traffico marittimo del porto di Singapore, suo possedimento con il quale esercitava l’egemonia e l’assoluto controllo di tutti i traffici d’Oriente, si intromise negli affari della Thailandia e con la forza si impossessò di quella fascia costiera annettendola alla Birmania sua colonia. Con l’indipendenza di questa il territorio non venne restituito alla Thailandia ma rimase parte integrante di quella nuova nazione.
La Regione Meridionale è un’autentica penisola che dal nord s’inoltra nel mare per 1000 km. verso sud, ora assottigliandosi fino a 15 km. ed ora allargandosi fino a 200 km. di ampiezza. La sua superficie, a somiglianza di quella della zona settentrionale, è movimentata e resa oltremodo piacevole da alture e montagne che, pur non raggiungendo le altezze di quelle del nord, si elevano dai 500 ai 1700 m. sul livello del mare. Il monte più alto è il Khao Lùang (Montagna Reale) che sorge quasi al centro della penisola e raggiunge i 1700 m. di altezza. Ma ve ne sono numerosi altri che raggiungono e superano i 1500 m. lungo il confine del Tenasserim e danno origine ad una dorsale (molto simile al nostro Appennino) che percorre quasi il centro della penisola da nord a sud fino all’isola di Phùket.
La Regione è bagnata da non meno di una mezza dozzina di fiumi ed è costituita da vaste pianure poste ad est nella parte settentrionale e su ambo i versanti (est ovest) nella parte meridionale. Numerosissime sono le isole che la attorniano, da un capo all’altro, delle quali la maggiore e turisticamente più conosciuta è Phùket che ha una superficie di 620 km2 ed è il centro industriale, per la lavorazione dello zinco, più importante di tutto il Paese,
«Lo scenario naturale di questa Regione, scrive Phrà Sàrasàt, sembra un quadro uscito dall’abile mano di un grande artista nel quale sono messe in risalto l’armonia delle cerulee acque che la circondano, le ridenti spiagge da paradiso terrestre, i nitidi villaggi adagiati e sonnecchianti all’ombra di alti palmizi, con lo sfondo di una fitta coltre di foreste ondeggianti tra un’altura e l’altra lungo la dorsale montuosa e terminanti in alte vette che si confondono con l’azzurro del cielo. La terra è particolarmente fertile e preparata a produrre qualsiasi erba e pianta coltivabile e può quindi nutrire un gran numero di uomini ed animali. Le sue acque, sia dolci che salate, sono oltremodo ricche di pesce, tanto che la gente talvolta lo butta via per risparmiare il sale, giacché, per quanto il sale sia a buon mercato per la presenza di numerose saline nella zona, il pesce costa ancora meno. L’agricoltura e la pesca sono dunque le due maggiori attività e risorse degli abitanti il cui benessere e abbondanza contrastano con la povertà della regione orientale. La loro condizione è delle più fortunate, giacché con tale abbondanza di cibo e con un clima pressoché costante e buono, che li libera da molte malattie, essi non conoscono affatto la dura fatica».
E questo si può dire in generale di tutta la Thailandia, terra fertile e generosa per tutto l’arco dell’anno, dove si può ancora vivere una vita tranquilla allo stato di natura, lontano da ogni preoccupazione e assillo della moderna civiltà. Di tutte le piante tropicali che abbiamo già ricordato per altre regioni, quella che più eccelle qui nella Thailandia Meridionale è il caucciù, per l’estrazione della gomma, le cui piantagioni si estendono a perdita d’occhio.
Anche il sottosuolo di tutta la Thailandia, ma particolarmente di questa regione, è ricco di ogni sorta di minerali, dall’oro all’argento, dallo stagno al rame, dal petrolio al ferro, dall’antimonio al manganese, dal piombo al tungsteno, dall’argilla alle pietre preziose.
Le città più importanti di questa regione sono: da nord a sud: Cium Phon, Krà Burì dove la penisola si fa più stretta e forma l’istmo di Krà; Ranòng, Suràt Thani (l’antica Ban Don), Nakhòn Si Thammaràt (l’antica Ligor o Laiko), Phatthalùng, Songkhlà, Pattàni, Narà Thivàt, Ialà, Satùn, Trang, Krabì, Phang Ngà e Phùket nell’isola omonima.
Clima. Il clima della Thailandia è tropicale, caratterizzato quindi da un caldo umido piuttosto elevato per tutto l’anno che viene diviso solitamente in due sole stagioni: quella asciutta da novembre ad aprile, e quella delle piogge da maggio ad ottobre. Nella seconda, le piogge abbondanti e torrenziali fanno straripare, per gran parte della loro lunghezza, tutti i fiumi, allagando le pianure e apportandovi quel limo provvidenziale e l’acqua necessaria alle coltivazioni soprattutto del riso e di altre tipiche piante tropicali che amano particolarmente questo elemento, come il cocco, la banana, il mango, la canna da zucchero, la palma da zucchero, ecc. Verso la fine di ottobre le piogge cessano quasi improvvisamente e del tutto e si entra nella stagione asciutta, rallegrata dal raccolto delle messi e da feste religiose e folcloristiche, ma resa quasi insopportabile da un sole accecante e implacabile che difficilmente un europeo può affrontare a capo scoperto, senza correre il rischio del noto colpo di sole o insolazione. E delle due stagioni, penso che l’occidentale preferisca quella delle piogge perché, nonostante l’umidità e l’afa, ha l’illusione d’un certo benessere dovuto alla pioggia, che raramente scende incessante e uggiosa, ma piuttosto a scrosci di poche ore, come una piacevole doccia; mentre i Thai preferiscono decisamente la stagione asciutta, perché meno cupa e triste e più congeniale al loro temperamento e ai loro svaghi e passatempi Si dice infatti che il maggior numero di suicidi avvenga durante la stagione delle piogge che apporta nell’animo dei Thai un senso di opprimente malinconia, talvolta letale come da noi l’autunno.
La temperatura media annua, all’ombra, a Bangkok, si aggira intorno ai 28°C, con punte massime di 41°C e minime di 11°C.
Viabilità e Comunicazioni. Le vie e i mezzi di comunicazione più importanti sono stati sempre, sono e saranno ancora per molto tempo, in Thailandia, i corsi d’acqua e i natanti, a causa appunto della sua caratteristica predominante conformazione idrica. Vie d’acqua d’ogni sorta, dal mare al lago, dal fiume al canale, dallo stagno naturale al bacino artificiale; e natanti d’ogni tipo, foggia e grandezza dalla barca ad un remo, simile alla gondola veneziana, alla peata spinta con la pertica, dalla canoa grande quanto un guscio di noce, alla giunca cinese a vele di stuoia che serve anche da abitazione per una e più famiglie, dal motorino fuori bordo al motoscafo, dal traghetto alla nave di grosso tonnellaggio.
Ma da un secolo la Thailandia vanta anche una buona rete ferroviaria che la attraversa da un capo all’altro da nord a sud, da est ad ovest, collegandola con tutti i paesi limitrofi dal Lao alla Malesia, dalla Birmania alla Cambogia.
Dalla Seconda Guerra Mondiale in poi essa è dotata inoltre di magnifiche strade rotabili che la percorrono in ogni suo angolo remoto, mentre solo mezzo secolo fa, le sue foreste erano impenetrabili o percorribili soltanto a dorso di elefante, mezzo di trasporto ancora oggi usato, ma quasi esclusivamente per motivi turistici.
Infine la Thailandia è oggigiorno attrezzata di un magnifico aeroporto internazionale a Don Müang, 25 km. a nord di Bangkok, divenuto in breve tempo lo scalo aereo più importante di tutto l’Oriente e da una serie di aeroporti minori per la navigazione aerea interna, tra le città più importanti, secondo l’evoluzione dei tempi e le esigenze della più avanzata tecnologia, dando uno sviluppo enorme al turismo nazionale e soprattutto internazionale, sostenuto da una catena di alberghi di gran classe e lussuosamente dotati di ogni confort moderno.
Ma dobbiamo necessariamente lasciare tanti altri particolari sulle sue risorse economiche, industriali, agricole, commerciali e di altre branche, perché esulano dal nostro compito, mentre per quanto riguarda la sua cultura, l’arte, l’istruzione, la religione, il governo, avremo modo di parlarne nella narrazione storica.
Lo scopo infatti di questo inserto era solo di dare brevi ed essenziali notizie della carta geografica della Thailandia, sulla quale, muoveremo i personaggi della sua storia, come le pedine di una scacchiera, nella speranza e con l’augurio che il lettore ci possa seguire più facilmente e più piacevolmente.

 

STORIA – RELIGIONE – ARTE – LETTERATURA



PARTE PRIMA


STORIA

CAPITOLO I
ORIGINE DEI THAI


E loro migrazione dall’Asia Centrale al Sudest Asiatico

Secondo i migliori storici orientalisti, le principali razze aborigene che abitavano in particolare l’odierna Thailandia e in generale l’intera Indocina o Penisola d’Oro, erano i Saiàma o Samang (da cui Syam, Sayam, Siam), i Sakài, i Karìeng, i Lavà, i Kha, i Lin-jì.
Questi aborigeni furono successivamente sopraffatti, assorbiti, ridotti in schiavitù o relegati sui monti e nelle foreste da altri popoli invasori o nomadi, quali gli Indiani da ovest, i Cinesi da est, i Thai da nord, i Khamén da sud, i Mon e Phamà o Birmani da nord-ovest.
I Thai dunque, che dovevano popolare e dare il loro nome alla Thailandia, vivevano ben lontani da quella che doveva diventare la loro patria. Essi infatti, appartenenti al ceppo fondamentale mongolo sorto e sviluppatosi intorno ai Monti Altai dell’Asia Centrale, si erano staccati e stabiliti definitivamente, dopo secoli di vita nomade, nelle fertili valli dei fiumi Hùang Ho (Fiume Giallo) e dello Iang Tze Kiàng, col nome di AI LAO il cui significato andò perduto. (Tav. II)
Qui essi avevano sviluppato una progredita agricoltura, avevano fondato delle città, si erano organizzati in regni ben amministrati e difesi da un efficiente esercito ed avevano una lingua ed una cultura proprie.
La terra che occupavano non si chiamava ancora Cina, perché il popolo che doveva darle questo nome viveva, a sua volta, ancora più lontano e precisamente nelle vaste pianure o steppe ad oriente del Mar Caspio (nell’odierno Kasahstan). Di là, a causa della loro condizione ancora nomade, di cacciatori e pastori, i futuri Cinesi si spostarono lentamente verso oriente e, attraversando tutta l’Asia, giunsero anch’essi nel bacino del Fiume Giallo.
Alla vista e contatto degli Ai Lao, che li avevano preceduti ed erano assai progrediti nell’agricoltura, nell’organizzazione civile e militare, i Cinesi non poterono fare a meno di esprimere la loro ammirazione e rispetto chiamandoli THAI (che vuol dire grande, glorioso); parola che assunse poi anche il significato di libero, giacché la libertà è la maggiore grandezza e gloria dell’uomo.
Ed ecco l’origine del nome e del popolo Thai. Nome che da allora gli Ai Lao assunsero e conservarono fieramente, attraverso molteplici generazioni e peregrinazioni, fino ai nostri giorni. Ciò avveniva in un lasso di tempo lungo e impreciso e cioè dal 5000 al 2500 a.C.
I Cinesi, che in un primo tempo si erano adattati a vivere in pace accanto a loro, cominciarono poco per volta a penetrare nei tessuto sociale dei Thai e a impadronirsi lentamente dei posti di comando fino ai punto di dominarli, sottometterli e perseguitarli.
I Thai allora, non potendo rassegnarsi a tali umiliazioni e anziché lasciarsi assimilare dai nuovi arrivati, né potendo ormai far nulla contro la preponderanza cinese, ma fieri ugualmente della loro indipendenza e superiorità civile, preferirono in massima parte abbandonare tutto ed emigrare in cerca di altre terre dove fondare le loro città, sviluppare la loro agricoltura e organizzare i loro regni. Si spostarono così verso il sud-ovest dell’Asia e fondarono i Regni di Lung e di Pa.
Il professore W. Eberahrd dell’Università della California, nella sua «Storia della Cina», asserisce che intorno al 2000 a.C. i Thai vivevano ancora nella valle dei Fiume Giallo e prima della venuta dei Cinesi avevano sviluppato una civiltà loro propria, com’è dimostrato dai bronzi e oggetti vari venuti alla luce sul luogo e che non hanno alcuna attinenza con la civiltà cinese.
«Secondo la cronologia Ussher, commenta il Dr. Dodd eminente storiografo orientalista, nel 2000 a.C. Babilonia e Assiria erano sorte da appena 20 anni, e Mene o Mizrain non aveva ancora riunito l’Egitto. Ciò vuol dire che gli Ai Lao o Thai sono popoli di una civiltà ancora più antica».
D’altronde numerosi altri studiosi orientalisti attestano che in tutta la Cina centro-meridionale si trovano continuamente tracce non solo archeologiche ma anche etniche, linguistiche e culturali dei Thai o Ai Lao.
Di fronte a tali asserzioni dobbiamo dedurre che gli Ebrei di Mosè, i Troiani di Priamo, i Greci di Omero, i Romani di Romolo e Remo non erano ancora apparsi sulla scena della storia, quando già i Thai prosperavano in un’avanzata civiltà nel cuore della Cina dal Fiume Giallo ai Golfo del Tongkino, ponendo le basi dello stesso Celeste Impero dei Cinesi che dovevano seguirli e strapparne l’eredità civile e culturale.
E’ nell’attuale Cina Meridionale che i Thai fondarono i loro nuovi regni, dopo l’emigrazione dalle valli del Fiume Giallo e dello Ièng Si Kìeng (o Yang Tze Kyang), regni che dovevano però cadere lentamente e inesorabilmente sotto il giogo dei Cinesi. (Tav. VI)
E a più riprese le stesse Cronache Cinesi ci parlano della lotta dei Tartari-Cinesi contro i Thai per la conquista dei loro regni, narrando come nell’843 a.C. la città di Lung, una delle prime capitali fu conquistata e sottomessa. I Thai furono allora costretti a scendere più a sud nell’altro Regno di Pa. Ma nuovamente perseguitati e sconfitti anche qui nel 215 a.C. i Thai dovettero emigrare ancora e stabilirsi ai confini del Tonkino,, dove fondarono numerose città, tra di loro indipendenti prima e poi riunite nel regno di Thai Ai Lao o Tìen Ai Lao, sotto il re Khun Muang nel 122 a.C., con capitale Pe Ngài o Ngai Lao. Anche questo regno tuttavia non sempre poté mantenere la sua assoluta libertà e indipendenza, ma fu più volte ridotto dai Cinesi in condizioni di vassallaggio.
E in questo periodo che il Buddismo cominciò a penetrare fra i Thai, allorché nel 68 d.C. l’Imperatore cinese Meng Te inviò una missione al re thai Khun Luang Mao del Regno Ai Lao e lo convinse a convertirsi al Buddismo insieme a tutti i suoi sudditi che assommavano a 553.711. Questo atto religioso però creò un malinteso politico, giacché i Cinesi ritennero questa adesione al Buddismo come una formale sottomissione anche al potere politico, per cui, subito dopo la missione religiosa, inviarono un funzionario della corte imperiale quale Governatore Generale di tutto il Regno Thai con residenza nella loro capitale Ngai Lao o Pe Ngài. Quando però i Thai si resero conto dell’inganno, reagirono immediatamente, ma invano; perché troppo tardi per potersi opporre alle preponderanti forze militari cinesi e dovettero accettare il fatto compiuto dell’annessione del loro regno quale provincia del Celeste Impero.
Il loro amore per l’indipendenza tuttavia era tale che non cessarono di lottare e approfittare di ogni occasione per potersi riscattare dal giogo cinese. E l’occasione più propizia si presentò particolarmente verso il 222 d.C. allorché gli intrighi sorti alla corte imperiale spezzarono il Grande Impero Celeste nei noti TRE REGNI. Allora le singole città thai insorsero e tentarono di rendersi indipendenti ciascuna per conto proprio. Ma il regno cinese cui era toccata la parte meridionale della Cina non si rassegnò a perderne il dominio e, per mano del suo saggio e forte primo ministro Khung Min, non tardò ad avere la meglio su quelle città ribelli, che nel frattempo, dinanzi al comune pericolo, si erano riunite sotto la guida del re thai Beng Hek ed avevano opposto una lunga e valorosa resistenza.
(Le eroiche gesta di questa epica lotta dei Thai contro i Cinesi sono state narrate e tramandate fino a noi nel celebre romanzo a fondo storico «I Tre Regni»)
Questa nuova lotta e oppressione dei Cinesi contro i Thai provocò una ennesima massiccia emigrazione di questi ultimi verso altre terre; in parte nel Tonkino (Vietnam del Nord) dove si stabilirono lungo le valli del Fiume Rosso e Nero passando alla storia coi nomi di Thai Rossi e Thai Neri e successivamente Ciam, in parte verso occidente nell’attuale Lao dove fondarono i regni dei Sip Sòng Phan Na (12 mila campi) e dei Sip Song Ciu Thai (12 principati) dandovi poi il loro antico nome Ai Lao o Lao; in parte nella provincia di Nan Ciào (attuale Iun Nan) situata al nord della Thailandia; in parte ancora più a occidente nella Birmania settentrionale dove fondarono numerosi staterelli col nome di Ciàn (Shan) e infine lungo il corso medio del fiume Bramaputra nell’Assam, provincia nord-orientale dell’India, dove presero il nome di A Hòm. (Tavv. IV e VI)
Bisogna dire che in tutte queste regioni i Thai erano già stati preceduti da altre ondate di emigrazioni di loro antenati, allo stesso modo di ciò che è avvenuto per i nostri emigranti europei verso le Americhe dopo la loro scoperta, e non durarono quindi fatica ad ambientarsi e a rimettersi al lavoro per recuperare quanto avevano abbandonato o perduto.
Ma è particolarmente nella regione di Nan Ciào (Iun Nan) che i Thai riuscirono a fondare molte prosperose città e riunirle poi in un potente regno. Infatti tra le montagne di quella regione quasi impervia, lontani quindi dalla sfera d’influenza dei Cinesi, con un terreno molto meno allettante delle precedenti fertili pianure e quindi meno esposti alle brame insaziabili degli eserciti del Celeste Impero, essi poterono finalmente godere una relativa tregua e prosperare indisturbati per parecchi secoli. Ed è di loro che noi dovremo più che mai occuparci, trascurando tutte le altre ramificazioni, perché è proprio da questo flusso centrale che scenderanno verso la Thailandia i Thai che dovranno diventare il suo popolo, darle il nome e perpetuarne nella storia fino a noi l’integrità razziale, etnico-culturale, mentre tutti gli altri gruppi, compreso quello rimasto nello Iun Nan o Nan Ciào, furono inesorabilmente assorbiti da altri popoli e perdettero quindi l’originale integrità razziale di Ai Lao o Thai. Lo stesso Lao che è stato occupato e organizzato in regno dai Thai prima ancora della Thailandia, che ha assunto il loro antico nome di Ai Lao, che conserva molte caratteristiche Thai e parla una lingua quasi uguale a quella Thailandese, deve questa sua particolare indipendenza e differenziazione dagli altri gruppi al fatto di essere stato per lungo tempo un dominio e regno vassallo della Thailandia. E avremo occasione di riparlarne ampiamente nel corso della nostra narrazione.
Ma, per il momento, dobbiamo lasciare da parte i Thai per fare una digressione e occuparci, seppur brevemente, di due altri popoli che avevano già preso possesso del Sudest Asiatico e prosperavano da tempo nel Siam e nell’intera Penisola d’Oro: i Khamén e i Mon.

 

CAPITOLO II

I KHAMÉN E I MON


Nella Penisola d’Oro (Siam - Thailandia)

Abbiamo già detto che la Thailandia, prima ancora di diventare la patria dei Thai, era abitata da varie tribù indigene o gruppi etnici autoctoni le cui origini si perdono nella notte dei tempi e dei quali non si sa quasi nulla, non avendo lasciato alcuna particolare traccia della loro presenza, se non indirettamente tramite altri popoli che li hanno assoggettati e dominati. Di quei popoli primitivi abbiamo ricordato particolarmente i Saiàma o Nigrìto e i Sakài che occupavano la parte meridionale dell’odierna Thailandia, i Kha, i Karìeng e i Lavà che abitavano nella sua parte centro-settentrionale e orientale. (Tavv. III - VI)
I primi popoli che li dominarono e dei quali ci sono giunte notizie certe, anche se frammentarie e ancora oscure, furono i KHAMÉN e i MON. Non si sa molto, a dire il vero, anche di questi popoli e particolarmente della loro origine e primo sviluppo. Gli sforzi tuttavia compiuti, da un secolo a questa parte, da studiosi orientalisti, storici e archeologi, ci hanno messo in grado di fissare qualche data e una approssimativa cronologia delle loro civiltà e influenze culturali esercitate sui popoli primitivi della Thailandia. Civiltà e influenze molto importanti perché furono poi assimilate dai Thai stessi, che scendendo sempre più numerosi in quei regni, le assorbirono e trasformarono in una nuova civiltà tutta propria, quella Thailandese.
I KHAMÉN
E cominciamo con i Khamén. Chi erano costoro?
La questione dell’origine dei Khamén è ancora tanto discussa tra gli storici orientalisti quanto misteriosa per tutti. Essi infatti apparvero e scomparvero nel Sudest Asiatico quasi come una chimera. Eppure vi fondarono un vasto e diuturno Impero le cui grandiose vestigia e imperituri monumenti sono ancora chiarissime e irrefutabili testimonianze della loro esistenza, della loro potenza, della loro cultura, della loro arte, della loro religione e perfino dei loro costumi e usanze che sopravvivono tuttora nei popoli della Cambogia, del Vietnam, del Lao, della Thailandia e della Malesia che ne hanno accolto l’eredità.
Se incerta è la loro origine è quanto mai nota e inequivocabile la sede del loro sviluppo civile, religioso e culturale che ebbe luogo precisamente nel territorio che va dal delta del Mè Khòng a tutta la Cambogia, gran parte del Vietnam, del Lao, della Thailandia, della Penisola di Malacca.
La maggior parte degli studiosi propende a ritenere che i Khamén, non originari del luogo, siano stati tuttavia popoli non invasori o conquistatori, nel tradizionale senso storico di orde nomadi, che passando da una zona all’altra della terra, assaltano, guerreggiano, distruggono e sottomettono con la forza bruta, altri popoli, altri gruppi etnici stanziali.
Pare invece che i Khamén siano pervenuti nel delta del Mè Khòng prima e poi in tutti i predetti territori, lentamente, in esigui gruppi di nobili e bramani indù provenienti dall’India e dalle isole indonesiane di Sumatra, Giava e Borneo, particolarmente in seguito al diffondersi del Buddismo (dal 500 a.C. in poi) che aboliva le caste e soprattutto i sacrifici cruenti della religione bramanica e toglieva quindi la professione e i privilegi a quelle due caste che dovettero emigrare prima nell’India Meridionale e poi nei paesi d’oltremare ossia nelle isole del l’Indonesia e lungo le coste del Sudest Asiatico.
Queste emigrazioni a carattere politico-religioso debbono tuttavia essere state precedute da altre colonie o spedizioni commerciali di abili e coraggiosi naviganti indiani che si erano già attestate in quei lontani lidi da secoli e forse da millenni. I prìncipi, i nobili, i bramani che li seguirono non andavano quindi all’avventura e alla cieca per mari e terre sconosciuti, ma seguivano vie e rotte già tracciate e conosciute che li portavano a unirsi ad altri compatrioti che li avevano preceduti e tra i quali non tardavano a trovare fraterna accoglienza, senza causare sospetti, ostilità e prevenzioni razziali tra le popolazioni locali.
Non furono dunque orde di popoli nomadi o pirateschi alla ricerca e conquista di nuove terre da invadere e devastare, come gli Arii, i Cinesi, i Tartari, i Mongoli e altri popoli, quelle che apparvero sulle coste del Sudest Asiatico, ma piccole e continue spedizioni commerciali ed emigratorie che non presero mai l’aspetto di vere invasioni, neppure quando in India l’Imperatore Asòka (272-240 a.C.) decretò il Buddismo religione di Stato ed abolì definitivamente tutte le caste e soprattutto quella dei Bramani.
Questi Bramani dunque affluirono, dopo tale evento, sempre più numerosi nei paesi dove i loro connazionali commercianti, navigatori o compagni di sventura li avevano preceduti; avevano trovato una nuova sistemazione e la possibilità di professare la loro religione indù di Brama, Siva e Visnù, andando così ad ingrossare quelle tipiche colonie di emigranti indiani che tanto influirono sulla civiltà dell’Indonesia e di tutto il Sudest Asiatico e che hanno resistito per secoli, giungendo fino a noi in numerosi gruppi e in tutti i Paesi d’Oriente.
Una di tali Colonie prosperò più che mai, qualche secolo prima dell’Era Cristiana nel cuore della Cambogia, proprio sulle sponde del lago Tonle Sap (Thalé Sap). E da essa derivarono i Khamén. (Tav. VI).
È da premettere però che alle foci del Mè Khòng (ex Cocincina e attuale Vietnam del Sud) e nella zona meridionale della Cambogia esisteva già un regno organizzato da un Giavanese che le Cronache Cinesi designano col nome di Hùen Hùei, il quale aveva sposato la regina locale Lìu Ié degli aborigeni Lin Jì, precursori dei Çiàm, in gran parte di origine thai.
Anche questo Giavanese era probabilmente di origine indiana e precisamente un discendente di uno dei tanti Bramani emigrati a Giava. Egli infatti professava la religione Bramanica che diffuse tra i suoi sudditi, mentre questi erano animisti e praticavano il culto degli antenati.
Gli emigrati indiani, che sopraggiungevano a ingrossare la nuova colonia, non tardavano logicamente a prendere i comandi del nuovo regno nascente e organizzato dal loro fortunato connazionale e correligionario. E bene accolti erano soprattutto i Bramani che, con la loro cultura, la loro educazione e la loro superiore civiltà e tenore di vita, non tardavano ad accattivarsi la stima ed il rispetto degli aborigeni i quali vivevano ancora allo stato selvaggio.
Era così nato e si sviluppava questo Regno Indù o prekhamén (questo nome gli verrà attribuito più tardi) nel sud della Cambogia, la cui capitale pare fosse Vaiàtha Purà della quale non si conosce l’ubicazione esatta.
Il Regno andò sempre più consolidandosi ed estendendosi soprattutto lungo le coste della Cocincina e dell’Annam (odierno Vietnam meridionale e centrale) fino ai confini del Tonkino (attuale Vietnam settentrionale) mutando però il suo nome di Lin Jì in quello di Çiàm.
Le Cronache Cinesi, con un salto di cinque secoli ci parlano di un altro emigrato Indù o Indiano chiamato Kundinia o Kaundinia che, cacciato anch’egli con tutti i suoi correligionari da una località di Deli (India) entrò nelle foci del Mè Khòng ed approdò sulle sponde del lago Tonlè Sap, dove s’unì alla fiorente colonia di compatrioti che l’avevano preceduto da secoli. «Quivi egli, continuano le Cronache Cinesi in uno stile laconico e pittoresco insieme, sposò la principessa locale Soma che era nuda; la rivestì, la istruì ed educò secondo i dettami della religione di Siva e divenne capo di un nuovo piccolo Regno Indù». Regno che, sotto l’impulso dei suoi successori, assorbendo il precedente, divenne ben presto un grande Stato, dai Cinesi chiamato FUNAM, con capitale a Bànam situata a mezza via tra l’estuario del Mè Khòng e il lago Tonlè Sap.
Anche in questo regno, una volta preso possesso di tutte le leve di comando, la minoranza indiana ebbe il sopravvento sui predecessori Lin Jì e Çiàm che, vessati e perseguitati, dovettero emigrare verso nord-est dove organizzarono un nuovo regno che chiamarono Çiampa.
Il Regno FUNAM ln seguito assorbiva e riduceva allo stato di vassallaggio anche questo regno dei Çiàm estendendo così i suoi confini su tutta la Cambogia, la Cocincina e l’Annam.
I Lin Jì e Çiàm nel frattempo avevano fondato un altro loro principato o regno più a nord con capitale Vat Phù nei pressi di Bassàk.
Dopo il V secolo dell’E. C. i due regni di Funam e di Çiampa furono fusi insieme e diedero origine al regno di ÇENLA, per opera soprattutto del re Phava Vòraman (pare di origine (Çiam), che portò la capitale sulle sponde settentrionali del lago Tonle Sap e pose le basi del futuro Impero Khamén. Il dominio del nuovo regno si estendeva già su tutta la Cambogia, sulla Cocincina e sull’Annam, su parte del Lao e della Thailandia Nord-orientale. A dire il vero, allora la Thailandia non esisteva ancora e le regioni occupate dai Çénla erano chiamate Lavò (abitata dai Lavà), Suvànna Phùm o Thavàravadì (sotto il dominio dei Mon) e Tàmphralìngkha o Penisola di Malacca abitata e organizzata in regno da emigrati indiani e indonesiani.
Narrano le Cronache Cambogiane che: «Phava Vòraman, re di Çiampa, assieme al fratello Çitrasena, conquistò Funam e si imparentò con la dinastia funanese sposando la principessa Laksamì. Unì così, secondo le leggende bramaniche, la dinastia della Luna (Çiampa) con quella del Sole (Funam) ponendo le basi del futuro Impero Khamén sotto i migliori auspici». Non si conosce ancora il luogo esatto nel quale sorgeva la capitale del nuovo regno, che si suppone fosse nel triangolo Vat Phu - Stüng Treng - Angkòr. Né è certa la data di quell’avvenimento che gli storici tuttavia pongono, con una certa sicurezza, nella seconda metà nel VI secolo.
Çitrasena succedette al fratello Phava Vòraman col nome regale di Mahénthra Vòraman intorno al 600. Ma di entrambi non si conoscono con certezza né la data della nascita, né quella della morte.
Molteplici iscrizioni presentano Çitrasena o Mahénthra Vòraman come un grande eroe e conquistatore. Ciò è dovuto indubbiamente al fatto che, come comandante in capo dell’esercito, fu lui praticamente a conquistare Funam in favore del fratello. E successivamente dovette darsi da fare a sottomettere tutti gli altri Stati Vassalli di Funam che approfittando dell’occasione si erano resi indipendenti. Si sa infatti che il dominio di Funam si estendeva da Çiampa fino al Golfo del Bengala e su tutta la Penisola di Malacca o Tàmphralìngkha. Il riconoscimento ufficiale da parte della Cina del nuovo regno avvenne solo dopo la morte dì Mahénthra Vòraman, e cioè durante il regno del figlio che salì sul trono col nome di Isàna Vòraman, quando cioè fu ultimata la sottomissione e annessione di tutti gli Stati Vassalli.
Isàna Vòraman ampliò ancora di più i suoi domini conquistando tutta la regione a nord che doveva poi divenire il centro del regno Angkòr e fondò una nuova capitale che chiamò Isàna Purà che sorgeva presso l’odierna Kampòng Thòm, dove sono state rinvenute le più cospicue vestigia della civiltà prekhamén. Morì nel 635 e d’allora in poi è stato possibile costruire una quasi completa cronologia di tutti i re che seguirono. Purtroppo il poco spazio di questo capitolo non ci consente di occuparci di tutti e daremo solo qualche breve notizia dei più rappresentativi ed utili alla nostra narrazione.
Ciàia Vòraman I salì sul trono nel 657 e di lui si sa che estese le sue conquiste a tutto il Lao fino ai confini di Nan Ciào. Ma già durante il suo regno si erano manifestate delle insanabili crepe nel contesto del vasto dominio che, subito dopo la sua morte, si spezzò in due. Il suo regno lasciò tuttavia una grande impronta della civiltà indù. Il Buddismo che aveva predominato alla corte di Funam decadde e fu sostituito con il culto di Siva sotto il simulacro del Linga. Fu poi introdotto il culto di Harì Harà, ossia di Siva e Visnù riuniti in un solo Corpo con due teste o facce (come il dio Giano dei Romani), che si dice fosse apparso per la prima volta sulle montagne di Badami nei pressi di Mahà Velli Purà nella regione Pallava dell’India meridionale, nel 450 d.C.
La maggior parte delle iscrizioni di quel tempo, sono in sanscrito, ma cominciano già ad apparire anche quelle in Khamén. La cultura di corte tuttavia è basata sui famosi poemi epico-mitologici indiani del Ramaiàna, del Mahà Phàrata e dei Puranà.
Alla morte dunque di Ciàia Vòraman I seguì un secolo di disordini e turbolenze. Il regno si spezzò in due: il Regno di ÇENLA-TERRA e il Regno di ÇENLA-ACOUA. Il primo a nord con capitale Sampha Purà (Sambor) e il secondo a sud con capitale Vaiàtha Purà. Oltre che di lotte intestine, i due regni furono anche teatro di frequenti incursioni piratesche e tentativi di invasioni da parte di altri popoli provenienti dal mare. È da rilevare che proprio in questo periodo la Cina, con l’aiuto e la partecipazione di principi Çenla, era entrata in guerra con il regno thai di Nan Ciào, ma fu, come vedremo, duramente sconfitta.
Nell’802, un Principe Çenla, che durante i predetti torbidi era fuggito a Giava, Fece ritorno in patria e unì i due regni Çenla in uno solo, quello KHAMÉN, fondando una nuova capitale che chiamò Indra Purà (città di Indra). Egli è conosciuto nella storia khamén con il nome di Ciàia Vòraman II (802-850) ed è giustamente ritenuto il fondatore della dinastia e regno di Angkòr, anche se quella famosa capitale sorgerà più tardi e più a nord della sua Indra Purà.
È alla sua corte che nacque il culto del Théva-Ràcià ossia del dio-re assunto e assimilato al dio Siva, per opera magica del sacerdote bramano che viveva e prestava servizio nel tempio reale. Questo tempio era posto, secondo la tradizione indù-bramanica, sul sommo di un colle e nel centro della città, caratterizzato da una torre centrale contenente il Linga, emblema sacro di Siva e del Re. E tutta la Cambogia fu presto disseminata di tali templi e simulacri per indicare l’onnipresenza del Re su tutto il suo regno.
Ciàia Vòraman II fondò altre capitali quali: Harì Harà Laia (dimora di Harì Harà) a sud di Sìem Ràp, le cui rovine sono oggi chiamate Roleui o Roluos; Amaréndra Purà non ancora localizzata; Mahéndra Purà sulle alture Kulén ove sono state rinvenute vistose vestigia. Egli morì ad Harì Harà Laia nell’850.
Inthra Vòraman I, che salì sul trono nell’877, è celebre per aver iniziato i giganteschi lavori di irrigazione nella piana di Angkòr. A nord della capitale Harì Harà infatti egli costruì un enorme bacino per la raccolta delle acque da erogare ai campi di riso nella stagione asciutta o in periodi di siccità. Questi lavori furono poi ripresi e continuati dai suoi successori, con priorità su altre opere pubbliche, dando così un enorme sviluppo agricolo ed economico a tutto il Paese.
Ma egli lasciò anche una forte impronta nel campo dell’arte Khamén con templi e palazzi di stile diverso dai precedenti, visibili ancor ora nelle loro rovine e la cui stretta rassomiglianza con edifici analoghi di Giava e Sumatra fanno supporre l’inequivocabile interdipendenza di questi regni indiani sorti in tutto il Sudest Asiatico.
E un’impronta ancor più marcata, in tutte queste opere di carattere pubblico e religioso, la lasciò suo figlio Iasò Vòraman I che costruì un bacino ancora più ampio di quello del padre, facendovi affluire le acque del fiume Sìem Ràp, mediante una deviazione del suo corso. Fondò inoltre una nuova capitale chiamandola Iasòthara Purà che doveva costituire il primo nucleo urbano della grande Angkòr. Fu costruita attorno ad una collina naturale detta Phnòm Bòkheng che includeva un’area di 25 km. quadrati. La cingeva un fossato largo 20 m. In quell’area sorgeva un agglomerato di villaggi e mercati intercalati da campi di riso e da stagni d’acqua artificiali per l’allevamento e pesca del pesce. Al centro dominava la «Montagna Iasò Vòraman» sormontata da un tempio con cinque torri, quattro agli angoli del quadrato e una centrale con il simulacro del Linga. Era concepita sul modello del fatidico Monte Meru (India Gangetica) con il Sìem Ràp come fiume sacro al posto del Gange. La passione del re Iasò Vòraman per queste «Montagne Sacre» lo spinse ad allestirne altre sulle colline circostanti la sua nuova capitale. E di esse la più celebre, giunta fino a noi, è il Phrà Vihàn che sorge ai confini della Cambogia con la Thailandia sull’altopiano Dong Rak e fu motivo recentemente di una seria controversia tra i due Paesi che se ne contesero i diritti di proprietà. Le sue rovine ci mostrano chiaramente un capolavoro dello stile Khamén e sono meta preferita di archeologi e turisti di tutto il mondo. Iasò Vòraman costruì inoltre non meno di un migliaio di monasteri o pagode sparsi in tutto il regno sia per il culto bramanico di Siva che per quello buddista. Erano fatti in legno e al centro di ognuno sorgeva il padiglione reale che doveva servire ad ospitare il re nelle sue periodiche visite nel regno. In questi ultimi anni ne sono venuti alla luce più di una dozzina e formano oggetto delle più premurose attenzioni da parte degli archeologi.
Nonostante tutte queste sue opere pubbliche Iasò Vòraman I accentuò ancora di più il distacco tra il re attorniato dalla sua ristretta corte e il popolo. I suoi stessi cortigiani nobili, ministri e sacerdoti bramanici diventavano come lui altrettanti théva ossia dei, ai quali venivano eretti templi minori che servivano poi da mausolei per accogliere le spoglie di tutti i membri delle rispettive famiglie. La morte di Iasò Vòraman I è posta intorno al 910 e da quella data fino al 968 seguirono due altri re, uno usurpatore (Ciàia Vòraman IV) che fondò una nuova capitale a Koh Ker (Khu Kheu) e l’altro legittimo (Racénthra Voraman II) che la riportò a Iasòthara Purà.
Nel 968 salì sul trono Ciàia Vòraman V il cui regno è particolarmente caratterizzato da una grande fioritura letteraria e artistica. I sacerdoti bramani, approfittando della giovane età del nuovo re, presero il sopravvento a corte e imposero la loro cultura interessando anche le donne che occupavano posti importanti nel governo dello Stato. Al re fu dedicato il famoso tempio Bantèui Saréi che, venuto alla luce nel secolo scorso e ricomposto dagli archeologi nella sua forma originale, resta il gioiello più puro dell’arte khamén.
Surià Vòraman I (1002-50) ha legato il suo nome a parecchi palazzi in muratura rompendo la tradizione di quelli in legno fino allora in voga. Egli inoltre sottomise il regno Thavàravadì dei Mon, che si era esteso in tutta la valle del Mè Nam Ciào Phraià (Thailandia), portando i confini dell’Impero Khamén fino a Cìeng Sèn. Dispose che Lop Buri (l’antica Lavò) fosse sede del suo Governatore per meglio controllare il nuovo stato vassallo. Lop Burì infatti è ricca di numerosi monumenti khamén giunti fino a noi. Consolidò il suo dominio nella Penisola di Malacca aggiungendo agli stati vassalli anche quello di Tàmphralìngkha e Laiko (Ligor), l’odierna Nakhòn Si Thammaràt.
Ricordiamo anche il suo diretto successore Utthaià Thitia Vòraman II (1050-66) perché durante il suo regno il re birmano Anùrutthà sottomise la parte del regno Thavàravadì dei Mon che si estendeva attorno all’antica sua capitale Thaton (Sateum) in Birmania e pare avesse tentato di conquistare anche la parte che si protendeva in Thailandia, ma non vi sia riuscito. Lop Burì e altre città Mon di questa zona infatti rimasero nelle mani dei Khamén.
Surià Vòraman II (1113-50) fu il più potente dei re khamén. Infatti il suo regno coincise con la morte del re birmano Kianzittha (Khùan Sitthà) e il re di Çiampa Ciàia Indra Vòraman II, due temibili capi limitrofi, il primo ad ovest ed il secondo ad est, per cui con la loro scomparsa, egli rimase sovrano incontrastato di tutta la Penisola d’Oro. Con lui l’impero Khamén raggiunse la sua massima estensione ed il suo più alto splendore. Impose la sua sovranità anche ai Thai che erano scesi fino a Lavò (Lop Burì) e avevano formato alcuni piccoli loro regni e sui Mon che continuavano a mantenere la loro indipendenza nel territorio che va da Harì Phun Ciàia o Lamphùn fino a Umogkhaséla o Müang Fang. Egli fu celebre non solo come guerriero, saggio amministratore e diplomatico, ma anche e soprattutto come grande costruttore. Fu lui infatti che costruì la famosa cittadella Angkòr Vàt, la città tempio che secondo gli esperti è il più grandioso complesso religioso di tutti i tempi e luoghi. Ed è giunta fino a noi quasi intatta per cui è meta continua di turisti e studiosi, archeologi, ed esperti di storia.
Egli fondò anche la città di Phimà Purà (Phimài) oggi in territorio Thailandese nei pressi di Khoràt (Nakhòn Ràtciasìma) arricchendola di numerosi templi per il culto bramanico di Siva e altri palazzi ricchi di motivi architettonici ed ornamentali di stile prettamente Khamén che si possono ammirare in parte ancora oggi.
Dopo di lui si può dire che incominciò il declino dell’Impero Khamèn, con una serie di re deboli ed inetti. Di essi ricordiamo: Tharà Nìnthara Vòraman II (1150-60) e Ciàia Vòraman VII (1170-1218) per avere entrambi introdotto a corte e in tutto l’impero il Buddismo, rompendo così la lunga tradizione bramanica del culto di Siva. Pare anzi che tra i bonzi birmani che sono andati a Ceylon (Silang) proprio in questo periodo, ad apprendere l’originaria dottrina di Budda detta Théravàtha o Hinnà Iàn per introdurla in Birmania, vi fosse anche un principe khamén, figlio appunto di Ciàia Vòramen VII. La nuova dottrina fu quindi diffusa non solo in Birmania, ma anche in tutto l’Impero Khamén dove, nonostante l’accanita opposizione dei Bramani, divenne religione di Stato prendendo piede soprattutto tra il popolo che andò perdendo il concetto del dio-re o théva-ràcià e quindi del sommo rispetto dovuto alla gerarchia dinastica. Con quale effetto lo si può immaginare e lo vedremo tra breve. Ciàia Vòraman VII fu anche il fondatore di Angkòr Thòm (città del re), la cittadella fortezza ch’egli fece costruire in seno alla vasta originaria Angkòr o Iasòthara Purà, come roccaforte contro i continui assalti dei Çiam che si erano ribellati e volevano sopraffare i loro stessi dominatori. La nuova cittadella era caratterizzata, secondo il costume khamén, da una torre-tempio centrale, detta Bàion, dedicata però non più al dio Siva, ma a Budda, riccamente decorata di bassorilievi e statue, che sfortunatamente è giunta a noi in pessime condizioni per poterne ammirare la meravigliosa bellezza originaria. Lo zelo del re Ciàia Vòraman VII per il Buddismo trovò un valido aiuto nella sua augusta consorte, la regina Ciàia Ràcià Thévi e nella sorella di lei Intharà Thévi che insegnavano la nuova dottrina in varie scuole buddiste e lasciarono numerosi scritti in perfetto sanscrito a esaltazione delle gesta del loro Re. Il suo regno durò quasi 50 anni, ma le sue opere costruite col duro lavoro del popolo oppresso da pesanti tasse, ebbero una breve ed effimera durata, perché subito dopo la sua morte, per reazione alle sofferenze subite e per istigazione dei Bramani che erano stati privati delle loro prerogative sacerdotali e relativi alti incarichi a corte, il popolo le distrusse in gran parte e le sostituì con altri monumenti e simulacri del ristabilito culto di Siva. E il periodo dei suoi successori che va dal 1218 al 1243 fu appunto caratterizzato da questa reazione vandalica e iconoclastica contro il Buddismo e dal legale ritorno a corte e in tutto l’Impero Khamén del Bramanesimo.
Ciàià Vòraman VIII (1282-95) fu il primo re khamén che non riuscì a contenere l’avanzata dei Thai, i quali premevano al nord con impeto sotto la guida dei loro re Méng Rai e Ràma Kam-hèng e occupavano tutta la valle del Mè Nam Çiào Phraià.
Il dominio dei Thai in tutto il territorio del Siam fu poi completato e consolidato dal grande re Ràma Kam-hèng che, sposando una figlia dello stesso re khamén Ciàia Vòraman VIII, si assicurò il fronte sud-orientale e inviando più delegazioni alla corte cinese di Kublai Khan si tolse il pericolo di essere attaccato dal nord.
E giacché a questo punto la Storia dei Thai si intreccia e sovrappone a quella dei Khamén, che sono già al loro declino, dobbiamo chiudere questo paragrafo non senza però accennare brevemente alla fine dell’Impero Khamén nel senso più stretto della parola, e cioè della dinastia indù-bramanica che lo rappresentava. Per questa conclusione ricorriamo alle Cronache Thai le quali ci riferiscono che alla fine del 1300, vi fu una rivoluzione nella capitale khamén, durante la quale il re Sihanu fu ucciso da un certo Tha Cei, il capo giardiniere del palazzo reale, che era buddista. Tha Cei aveva sposato una sorella del re e quindi successe al trono. Secondo Leclère questa fu una rivoluzione nel senso che pose termine definitivamente alla vecchia dinastia khamén di origine indo-bramanica e quindi straniera, per dare inizio a quella di Tha Cei di origine locale che diede l’avvio a una nuova nazione, la Cambogia, fondata sul potere ampio del popolo aborigeno e non già di una ristretta gerarchia di nobili privilegiati e legati dal vincolo di una ancestrale casta di origine prettamente indiana. Ciò spiega la quasi improvvisa e totale scomparsa dei Khamén dalla scena della storia e brusco passaggio dello stato khamén a quello cambogiano.
Fu una rivoluzione anche nel senso religioso, perché decretò una volta per sempre il Buddismo religione di Stato, abolendo definitiva mente il culto bramanico di Siva che d’allora in poi scomparve per sempre da quel regno coi loro stessi sostenitori.
Attraverso la storia dei Thai, avremo comunque occasione di riparlare ancora sia dei Khamén che della Cambogia.

 

I MON

Ma prima di passare nuovamente ai Thai è pur doveroso dire qualcosa dei Mon. Anche di questi, mentre si hanno copiose notizie sul loro dominio nella zona centrale ed occidentale della Thailandia, poco o nulla sappiamo ancora della loro origine, appena adombrata da leggende e tradizioni orali, più che testimoniata da documenti e dati storici veri e propri.
L’inizio della loro presenza in Thailandia possiamo comunque fissarlo, con una certa sicurezza storica, intorno ai primi secoli dell’E.C. pressapoco nello stesso periodo in cui hanno avuto origine i regni prekhamén nella Cocincina e nella Cambogia. La logica ci dice tuttavia che se gli Indiani avevano raggiunto nei primi secoli dell’E.C. le coste dell’Indocina, a maggior ragione dovevano aver già colonizzato tutte le coste della Birmania e della Penisola di Malacca, da Singapore al Golfo del Bengala con relativo entroterra, che si presentava così ricco d’ogni sorta di risorse naturali. E ciò deve essere avvenuto indubbiamente anche in epoca anteriore a quella dei Khamén, dato che le coste della Birmania e della Malacca sono di fronte alle coste dell’India e quindi più vicine e più facili da raggiungere, non solo per via mare ma anche per via terra dai passi del nord.
Le leggende Mon infatti, e soprattutto quelle a carattere religioso, parlano di Missionari Buddisti pervenuti nelle suddette regioni e di dinastie succedutesi nei loro regni parecchi secoli prima dell’E.C.
Ma ciò che a noi interessa qui mettere in rilievo non è tanto la loro origine storica, quanto la loro origine razziale. É certo che essi furono, come i khamén, di origine indiana; forse di razza meno pura ed elevata di questi, ma inequivocabilmente provenienti dall’India e in ondate successive di navigatori, commercianti, avventurieri, pescatori, pastori, emigranti profughi o perseguitati politici e religiosi, mescola tisi poi ai gruppi etnici locali delle varie regioni in cui hanno preso dimora e con altri popoli immigrati, dando origine così ad una nuova razza o popolo, quello che noi chiamiamo dei Mon. Molti storici sostengono che i Mon fossero per una buona metà di razza thai.
A differenza dei Khamén che tenevano, per rigorose tradizioni di casta, un netto distacco dalle popolazioni aborigene, creando una sacra nobiltà di discendenza divina, com’era nella concezione dottrinale bramanica, i Mon non tardarono invece a mescolarsi con i gruppi autoctoni e fare causa comune con loro. Ciò fu dovuto anche all’enorme influenza esercitata su di loro dal Buddismo. Il Buddismo infatti condanna tutte le caste e mette tutti gli uomini sullo stesso piano di partenza verso la conquista del nirvana, ossia della perfezione spirituale. I Khamén erano Indu-bramanici, ligi alla casta e alla religione di Brama, Siva e Visnu, mentre i Mon furono fin dall’inizio, si può dire, di religione buddista. Anche i Khamén divennero poi buddisti, ma per loro il Buddismo fu causa, come abbiamo già visto, di rovina e declino, mentre per i Mon il Buddismo fu sempre forza e motivo di continue ascese e conquiste, anche dopo la loro disfatta politica per mano dei Birmani e dei Tha, che li assorbirono nelle loro rispettive nazioni. E molto debbono ai Mon i Buddisti del Sudest Asiatico nella conoscenza e pratica del Buddismo, ma particolarmente i Thai e i Birmani che ne divennero diretti eredi e scrupolosi conservatori, come avremo modo di dire in seguito.
Sulla loro origine indiana vi sono molte leggende, una delle quali sostiene che la loro capitale Thaton (per i Birmani, Suthammàvadì per i Mon e Sateum per i Thai) fosse strettamente collegata a Orissa (India) che si trova sulla costa opposta del Golfo del Bengala, alla stessa maniera di una delle tante colonie greche del mediterraneo. Lo prova anche l’etimologia dell’antico nome dei Mon (del resto ancora assai ricorrente in Thai) di Taléng che si ritiene derivato da Taléng Khana o Telingana, la regione dell’India dalla quale è venuta la loro civiltà e cultura. (Tavv. VI e III)
Thaton fu dunque uno dei primi centri abitati dei Mon al quale vanno aggiunti, con certezza storica, Si Thép, Nakhòn Pathòm (o Phra Pathòm) e Phong Tük. Questi tre ultimi si trovano attualmente in territorio thai e datano tuttavia solo dai primi secoli dell’E.C. È indubbio che i nuclei stanziali si siano formati molto tempo prima, ma i reperti archeologici rinvenuti finora risalgono solo fino a quella data. Le leggende e tradizioni orali specialmente religiose, come avremo occasione di dire in seguito, ci fanno risalire ad epoche molto più antiche. Nei primi secoli dell’E.C. i Mon furono assoggettati e dominati dai prekhamén di Funam. Ma dal VI secolo in poi essi si costituirono in un regno indipendente detto Thavàravadì o Suvànna Phùm. Dalle Cronache Cinesi infatti apprendiamo che anche il regno Thavàravadì aveva allacciato, in quel secolo, relazioni diplomatiche con il grande Impero Celeste che oramai estendeva la sua influenza su tutto l’Oriente. E le medesime ci assicurano che dal VII al IX secolo il regno dei Mon era libero ed indipendente.
I Mon in Birmania occupavano la parte orientale del fiume Salvin e le loro città stato o principati erano sparse un po’ dappertutto lungo la sua valle fino alla foce e lungo la costa occidentale da Thaton (Satheum) a Tavoi (Thavai) e oltre. (Tav. III)
Ma pare che il loro centro politico-religioso fosse soprattutto nella valle del Mè Nam Çiào Phraià, proprio nel cuore della Thailandia, intorno all’antica città Nakhòn Pathòm o Phra Pathòm. Là era sorto il loro regno buddista denominato Thavàravadì o Suvànna Phùm fiorito particolarmente dal VI secolo in poi. (Tav. VI)
I Thai ritengono infatti che una delle loro capitali, se non la prima, sia stata Nakhòn Phatòm, ricca di vestigia archeologiche e tradizioni religioso-folcloristiche, per cui ancor oggi è il centro più importante delle manifestazioni buddiste di tutta la Thailandia. Celebre è il suo Phrà Cedì che svetta snello e scintillante d’oro nel cielo all’altezza di 120 metri e rimane il più bel monumento dell’arte Mon e Buddista in terra thai. (Fig. 1)
Successivamente fu Lop Burì a prendere il predominio sulle altre città Mon; probabilmente per la sua posizione più adatta e consona alle azioni di conquista verso nord-est intraprese dai Mon nel tempo della loro massima espansione. Si trova infatti nella regione centrale del Mè Nam Çiào Phraià e del regno dei Lavà che l’avevano fondata come loro capitale col nome di Lavò. Abbiamo già visto come essa sia stata successivamente conquistata e destinata dai Khamén a sede del loro Governatore, arricchendola di monumenti e templi, nel loro stile, visibili ancor oggi.
Un ulteriore città-stato o principato dei Mon fu quello di Lamphùn, dai Khamén chiamato Harì Phun Ciàia, che pare sia stato fondato da una principessa di Lop Burì.
In seguito all’impatto con i Khamén e alla difficoltà di mantenere saldo e sviluppare il loro dominio in Thailandia, i Mon volsero le loro conquiste a nord-ovest, nella regione centrale dell’odierna Birmania, dove nell’825 essi fondarono una nuova capitale, l’ultima e la più importante, che chiamarono Pegù, poco più a nord dell’attuale Rangùn.
I Mon avevano una grande cultura e furono dei pionieri nella coltivazione del riso e dei legumi anche in Birmania, dove realizzarono tra l’altro il famoso sistema di irrigazione tuttora esistente, nella zona di Kiauksé (Kioksè) che divenne il centro agricolo di quella nazione.
Ma anche qui essi ebbero subito a che fare con un altro popolo o gruppo etnico, quello dei Birmani (che dovevano poi dare il loro nome a tutto il Paese) i quali, provenienti dal Tibet, erano da poco apparsi nel territorio settentrionale e tentavano di scendere e togliere ai Mon la fertile e bonificata pianura centrale di Kiauksé. Anch’essi fondarono una loro capitale a Pagan nell’849. Secondo le Cronache dei due popoli, basate su leggende e tradizioni orali, le due capitali testé nominate risalirebbero a date anteriori, intorno ai primi secoli dell’E.C. Ma non vi sono documenti storici e reperti archeologici che le confermino.
E’ storicamente provato invece che dal VII secolo dell’E.C. in poi, mentre al nord dell’odierna Birmania scompariva il regno dei Phiu, con capitale Sri Kshetra (Si Kasétra), l’attuale Prom, vandalicamente razziato dai Cinesi dello Iun Nan, al sud si consolidava quello dei Mon con capitale Pegù, al centro nasceva quello dei Birmani con capitale Pagan e nella zona montagnosa nord-orientale prosperavano gli stati Cian (un ramo dei Thaì) con capitale Kèng Tùng che fu poi sostituita con Ava. A occidente, nella zona Arakan, esisteva pure un altro regno con capitale Vaisali (presso l’attuale Mrohaung) che però ebbe una parte insignificante nella lotta politica per il predominio di quella che sarà la Birmania.
Durante i regni di Anùrutthà e di Kianzìttha (Khùan Sitthà) dal 1044 al 1113 i Birmani ebbero il sopravvento sugli altri popoli e trasformarono il loro piccolo incipiente Regno in un grande Impero che si estendeva per migliaia di chilometri dalle sorgenti del fiume Iravadì all’istmo di Kra, e dalle sue valli a quelle del Mè Nam Çiào Phraià, assorbendo quasi interamente il regno Mon ed esercitando una forte pressione e influenza sugli altri popoli limitrofi, particolarmente sui Khamén. (Tav. III)
Per quanto riguarda la parte del Regno Mon che si stendeva nella valle del Mè Nam Çiào Phraià, le Cronache del tempo ed anche gli storici attuali sono di pareri discordi. I Khamén infatti rivendicano tale conquista, sostenendo che da quel tempo in poi fu posto un loro Governatore a Lop Burì onde meglio poter controllare tutto il Regno Mon caduto nelle loro mani. Le Cronache thai e birmane invece riferiscono che il re Anùrutthà aveva conquistato il Regno Mon da Thaton e Phra Pathòm, adducendo quale prova che proprio da allora i Birmani adottarono il Buddismo Hinnà Iàn dei Mon, decretandolo religione di Stato e abbandonando il Buddismo Mahà Iàn, appunto perché fortemente impressionati e influenzati dai due ferventi centri buddisti di Thaton (Satheum) e Phra Pathòm. Non solo, ma alla corte del re Anùrutthà divennero di moda la cultura, le usanze e i costumi dei Mon. Tutti i libri sacri del Buddismo Hinnà Iàn o copie dei medesimi che si trovavano nelle pagode delle predette città furono portati a Pagan. Anche il re Mon Mokuka con 30.000 abitanti furono deportati nella capitale birmana nell’intento non solo di incrementare la popolazion,e ma anche il numero dei proseliti buddisti in modo da facilitare ed accelerare la diffusione del nuovo culto tra i Birmani. Il balì divenne la lingua sacra di corte, al posto del sanscrito e l’alfabeto Mon fu successivamente adottato per la scrittura religiosa e profana birmana. Il re Mokuka fu confinato con tutti gli onori e il rispetto dovuti al suo rango, nella cittadina di Minkàlà poco lontano dalla capitale Pagan, dove si costruì un palazzo in puro stile Mon.
I Mon nonostante la tremenda sconfitta subita, non si rassegnarono tuttavia facilmente alla perdita della loro indipendenza e sovranità e spesso si ribellarono al potere centrale dei Birmani. Anche gli Stati Çiàn e quelli di Arakan furono spesso teatro di rivolte e insurrezioni contro i Birmani; sicché l’intera Birmania fu per parecchi secoli in continue lotte interne tra questi quattro regni o gruppi etnici per la supremazia e il potere centrale.
Al re Anùrutthà successe Kianzitthà (Khùan Sitthà) che era un generale del suo predecessore col quale era venuto a diverbio e si era ritirato a vita privata. Nonostante fosse di stirpe birmana, era stato educato da maestri Mon e conservava quindi per questo popolo il più grande rispetto e deferenza. E forse è stata questa diversità di sentimenti nei confronti dei Mon che lo portò alla rottura col suo Re.
Alla morte del re Anùrutthà, a dire il vero era salito sul trono suo figlio Soleu che però non era riuscito a domare la ribellione promossa dal Governatore di Pegù e ci lasciò la vita. Kianzitthà (Khùan Sitthà), a quella notizia, uscì dal suo isolamento politico e, da buon soldato, si buttò nella mischia, deciso a prendersi il trono. Ma per ottenere questo gli era necessaria l’alleanza dei Mon. Alleanza che egli ottenne promettendo al deposto re Mokuka di cedere, alla sua morte, la legittima successione al trono ai suoi discendenti.
Kianzitthà (1077-1113) portò il regno birmano al più alto splendore, celebrando nel 1086 con rito buddista-bramanico, molto in voga nel Sudest Asiatico di quel tempo, la sua incoronazione ed erigendo molti templi, pagode, monasteri e palazzi pubblici con scritte in lingua Mon che sono ritenute autentici brani di letteratura classica. Egli cercò soprattutto di conciliare e facilitare la fusione dei due popoli Mon e Birmano. Il suo grande amore e ammirazione per la cultura Mon lo portò ad elevare i più bei capolavori in quello stile, tra i quali è da ricordare il grandioso tempio Ananda (Anànthà) fatto eseguire nella capitale Pagan quale copia fedele di quello già esistente a Orissa (India) di dove era venuta la civiltà Mon. Per dare un’idea della sua grandiosità e bellezza artistica basti ricordare che contiene nelle quattro sale e relativi corridoi a crociera, 80 bassorilievi rappresentanti la vita di Budda, 1600 statue in pietra e 1400 in terracotta. Celebre è anche la sua biblioteca fatta costruire per raccogliere soprattutto i testi sacri Tripitaka del Buddismo, riveduti e corretti secondo la dottrina più pura Hinnà Iàn o Theravàtha.
Anch’egli, come tutti i sovrani dei vari stati confinanti con la Cina, inviò missioni diplomatiche alla corte del Celeste Impero. Il suo tentativo di amalgamare e fondere i due popoli Mon e Birmano in uno solo, con parità di poteri, diritti e doveri, non ebbe purtroppo l’esito sperato. E subito dopo la sua morte il regno fu nuovamente teatro di discordie intestine e guerre civili che con difficoltà i suoi successori Mon riuscirono ad affogare nel sangue.
Con l’avvento sul trono del re Narà Patisitthù (1174-1211), non più imparentato coi Mon, ma di pura stirpe birmana, ai Mon fu tolto ogni potere e la stessa loro lingua fu sostituita col birmano.
I Mon si rifecero promuovendo e diffondendo il loro tradizionale Buddismo, e la loro alta cultura artistico-letteraria che imposero ai loro oppressori, continuando così a dominare col pensiero i loro stessi dominatori, come fecero gli antichi Greci coi Romani.
Narà Thihapathé (1250-87) fu un re balordo e fanfarone di cui ci è giunta una lapide, da lui stesso dettata, dicono le Cronache, nella quale si vanta, tra l’altro, di essere: « ... il comandante supremo di 35 milioni di soldati», ed osò, nella sua censuraà, opporsi addirittura al Mongolo Kublai Khan che stava ultimando la totale conquista del Celeste Impero. Con quali conseguenze è facile immaginarlo. Fu infatti ripetutamente sconfitto e cacciato dalla sua capitale Pagan. Ritiratosi infine più a sud, nella città di Bassein, poco dopo morì, lasciando il suo vasto regno in balia dei Mongoli, che ne fecero prima una provincia e poi uno stato vassallo del loro Impero.
L’occupazione della Birmania da parte dei Mongoli, con la sconfitta dei Birmani e dei Mon ridotti in schiavitù, offrì ai Thai Ciàn l’occasione di mettersi in primo piano nel governo di quel Paese. Essi infatti, intorno al 1283, per iniziativa di Tre Fratelli Ciàn, invasero la fertile pianura di Kiauksè (Kioksè) della Birmania centrale e crearono altri tre regni o principati con capitale rispettivamente a Mièng Cìeng, a Méng Khaià e a Pin Le. Dopo alterne vicende e trattative coi Mongoli riuscirono a cacciare questi al di là dei confini e ad estendere il loro dominio su tutta la Birmania. Nel 1364 fondarono una nuova città che chiamarono Ava (Angva per i Thai) che divenne poi la capitale di tutta la Birmania per parecchi secoli. Benché fondata dai Ciàn, Ava ebbe tutte le caratteristiche della precedente capitale Pagan e quindi ritenuta più birmana che Thai Ciàn. Ciò fu voluto intenzionalmente dai Ciàn nel tentativo di conciliarsi coi Birmani e coi Mon. Ma purtroppo la lotta per la supremazia continuò ancora a lungo tra i quattro gruppi etnici più importanti della Birmania e cioè: i Thai Ciàn con capitale Ava, i Birmani con capitale Pagan, i Mon con capitale Pegù e gli Aracanesi con capitale Vaisali o Mrohàung, i quali dovevano nello stesso tempo tenere a bada anche i Cinesi e i Mongoli che continuavano a minacciarli dal nord.
E ci vollero quasi due secoli prima che la Birmania fosse interamente unificata in una nazione compatta, forte e indipendente per opera dei suoi più grandi re Tabéng Ciavéti (1531-50) e Buréng Nong (1550- 1599) dei quali avremo occasione di occuparci a lungo e dettagliatamente nella Storia dei Thai.
Con queste brevi note abbiamo voluto mettere in evidenza che la Penisola d’Oro, Suvànna Phùm o Indocina, nel primo millennio dell’E.C. fu meta comune di vari popoli stranieri invasori o migratori, i Khamén da sudest, i Mon da ovest, i Birmani e i Thai dal nord.
È da tenere presente che i Thai assimileranno dai Mon il Buddismo Hinnà Iàn o Théravàtha con tutta l’arte e la cultura religiose inerenti, mentre prenderanno dai Khamén il cerimoniale bramanico di corte e alcune usanze e feste popolari tuttora in voga in Thailandia.
Ricordiamo ancora una volta che la presenza dei Thai nella Penisola d’Oro (Indocina o Sudest Asiatico), durante questo primo millennio dell’E.C. è già consistente, anche se ancora inferiore per numero e potenza culturale a quella dei Mon e dei Khamén, dai quali sono stati assimilati e dominati. Sono tuttavia già numerose le città governate e capeggiate dai Thai, quali staterelli, piccoli regni o principati vassalli che pur sotto il dominio o influenza dei predetti popoli di origine indiana, agiscono con una certa propria egemonia. Ci vorranno tuttavia le massicce emigrazioni da Nan Çiào, in seguito alla conquista operata da Kublai Khan, per dare ai Thai la possibilità e l’ultima spinta ad uscire dall’oscurità, prendere coscienza della loro potenza, scuotere il giogo del vassallaggio ed imporsi agli stessi loro dominatori i Khamén e i Mon-Birmani.
Ed è ciò che vedremo nei capitoli che seguono.

 

CAPITOLO III

REGNO THAI DI NAN ÇIÁO

Il re Phi Lo Ko (Khun Bòròm) 729-746



Abbiamo lasciato i nostri Thai emigrati in massicce ondate particolarmente nel territorio di Nan Çiào (attuale Iun Nan), provincia meridionale non ancora annessa al Celeste Impero, dove di conseguenza poterono prosperare indisturbati per parecchi secoli, anche se continuamente adocchiati non solo dai Cinesi ma dagli stessi Tibetani che nel frattempo si erano organizzati in un potente regno al centro dell’Asia.
Le Cronache Cinesi ci sono d’ora in avanti molto più generose di notizie che in passato a riguardo dei Thai e potremo così seguire le loro gesta con maggior attendibilità storica, anche se le suddette Cronache furono scritte più per esaltare le glorie del Celeste Impero che per eternare la memoria degli altri popoli.
Infatti quegli stessi Cinesi che giunsero, nomadi e rozzi cacciatori, nel bacino del Fiume Giallo e chiamarono ammirati i Thai «grandi, gloriosi, liberi», ora divenuti superbi cittadini del Celeste Impero non esitano a chiamarli «barbari» alla stessa stregua di tutti gli altri popoli non cinesi. Fenomeno e costume che conosciamo assai bene anche dalla nostra storia antica dalla quale apprendiamo che i Persiani chiamavano barbari gli Assiro-Babilonesi, gli Egizi, i Greci e viceversa; e i Romani infine chiamarono barbari gli stessi Greci che li avevano civilizzati e continuavano a civilizzarli con la loro cultura e con la loro presenza in Roma con migliaia di artisti, scrittori, filosofi, pedagoghi, maestri d’ogni arte e mestiere. Diamo dunque a questo termine il significato psicologico che si merita più che un significato storico.
È tuttavia da rilevare che in Estremo Oriente, tolta la predetta eccezione, è rimasta proverbiale e storicamente provata la severa onestà dei cronisti della Corte Imperiale Cinese, molti dei quali preferirono la pena capitale piuttosto che piegarsi ai capricci di alcuni Imperatori che volevano far loro falsificare o alterare i fatti storici che li riguardavano. In cinese infatti storia si dice “Ci” che vuol dire appunto imparzialità. Ciò non significa comunque che tutti gli imperatori e i cronisti del Celeste Impero siano sempre stati fedeli a tale assunto, ma è certamente probabile che le loro Cronache contengano una buona percentuale di verità storica.
Dall’Etnografia dei Popoli Stranieri scritta nel tredicesimo secolo dallo storiografo cinese Ma Tuan Lin, in base alle predette Cronache di Corte, apprendiamo che intorno al 420 la Cina era ancora in uno stato di disordine, a causa di lotte e disgregazioni interne, per cui molte città Thai meridionali e orientali si erano rese indipendenti. Tra queste ve n’erano sei di Nan Çiào (Iun Nan) e precisamente: Méng Sùai, Iùng jì, Lang Çiùng, Théng Ciàn, Ci Lang, Méng Cià detta anche Nong Sè (l’attuale Ta Li Fu).
Queste città che avevano una struttura politica simile ai nostri Principati, Signorie e Comuni del Medio Evo, erano continuamente in lotta tra di loro finché Méng Cià o Nong Sè (ora Ta Li Fu) ottenne la supremazia su tutte, divenendo capitale del Regno di Nan Çiào.
Lo storiografo cinese predetto ci ricorda i nomi di ben quattordici Principi o re di Méng Cià o Nong Sè, alcuni anteriori alla sua ascesa a capitale, altri posteriori a tale evento. Ed è di alcuni di questi ultimi che noi per brevità ci occuperemo, trascurando gli altri per non rendere il racconto troppo lungo o noioso al lettore.
Durante il regno di questi quattordici re, Nan Çiào raggiunse il suo massimo splendore e sviluppo estendendo i suoi confini a sudest nel Lao settentrionale fino al Tonkino (Vietnam) e a occidente fino in Birmania. Conquistò inoltre e occupò temporaneamente anche parecchie città del Tibet e della stessa Cina, obbligando queste due grandi potenze a venire a patti. Uno dei suoi re ottenne tali favorevoli concessioni da avere in sposa una principessa del Celeste Impero. (Tav. III)
Ma procediamo per gradi e notiamo anzitutto che quasi tutti questi re di Nan Çiào passarono alla storia con due e anche tre nomi a seconda del popolo a cui hanno dato origine o hanno avuto a che fare. Di solito ne ebbero uno da parte dei Cinesi che redassero le Cronache, uno da parte dei Thailandesi che lo riportarono nella loro storia dopo una lunga tradizione orale di generazione in generazione, e uno da parte delle Cronache dei Lao e dei Khamén. Noi daremo la precedenza e la preferenza a quello più usato e conosciuto nella Storia Thailandese.
Cominciamo con il terzo della dinastia e cioè col re Khun Lùang (Si Nu Lo) che nel 649 adottò definitivamente per il suo regno il nome di Nan Çiào, abbandonando la vecchia denominazione di Ai Lao.
Ma di tutti i re di Nan Çiào il più importante fu certamente il re Khun Bòròm (Phi Lo Ko), settimo della dinastia, che regnò dal 729 al 746 e completò l’opera di conquista e unificazione di tutte le altre cinque città Ai Lao o Thai. Non solo, ma estese il suo dominio anche sul regno di Sip Song Çiù Thai (12 principati), ed è conosciuto dai Lao col nome di Khun Bòròm, come il diretto iniziatore del loro regno per aver fondato Müang Thèng (l’odierna Dìen Bìen Phu) passata nel territorio del Vietnam e Lùang Phrabàng attuale capitale del Lao. Al governo di questa città aveva posto il suo primogenito Khun Lùang Fà meglio conosciuto nella storia col nome di Ko Lo Feng, di cui ci occuperemo in seguito.
Khun Bòròm (Phi Lo Ko) costruì anche la città di Iònok poi chiamata Cìeng Sèn i cui abitanti dovevano diventare i più vicini antenati degli attuali Thailandesi.
Il re Khun Bòròm (Phi Lo Ko) dunque è passato alla storia come il personaggio chiave e la pietra miliare dei due moderni Stati Thai, il Lao e la Thailandia che più di ogni altro hanno accolto e conservato l’eredità etnico-razziale e culturale degli antichi Ai Lao o Thai.
A lui successe il figlio Khum Lùang Fà o Ko Lo Feng che regnò dal 746 al 779. Durante il suo regno i Cinesi cominciarono a molestare anche i Thai di Nan Çiào, ma furono ripetutamente sconfitti e ricacciati.
Questi attacchi dei Cinesi convinsero allora Ko Lo Feng ad allearsi ai Tibetani e a prendere egli stesso l’iniziativa contro di loro. Approfittando dei disordini causati nel Celeste Impero dal generale tartaro On Su San spinse i suoi eserciti nel territorio cinese conquistando e annettendosi alcune province.
Alla sua morte gli successe il nipote Imòsum, nono della dinastia, che, al contrario del nonno, si alleò con l’Impero Cinese e rivolse le sue armi contro i Tibetani sconfiggendoli e togliendo loro la provincia di Khun Ming Cern.
Il re Feng Çiù, decimo della dinastia, è ricordato per aver nuovamente voltato le spalle alla Cina e aiutato l’Annam a liberarsi dall’esosa oppressione dei funzionari o mandarini del Celeste Impero.
Ma i rapporti tra Nan Çiào e la Cina dovevano andare peggiorando ancora di più durante il regno del figlio di Feng Çiù succedutogli col nome di Ciù Làng, il quale, dichiaratosi Imperatore egli stesso, annullò tutte le visite di omaggio e cortesia alla Corte Imperiale Cinese e cominciò a invadere e devastare parecchie città delle province meridionali cinesi.
L’Imperatore Cinese inviò allora il generale Sai Si ad attaccare le forze di Nan Çiào; ma successivamente ravveduto preferì dare ordine al Governatore Generale delle Province Meridionali Sai Ping, di rimanere soltanto sulle difese. Questi pensando che il pericolo fosse già scongiurato, ridusse le truppe di guarnigione nell’Annam, offrendo così una occasione propizia al re di Nan Çiào di attaccare e porre l’assedio alla stessa capitale Tongking (l’attuale Hanoi).
L’Imperatore Cinese infuriato passò immediatamente il comando di tutti gli eserciti del sud al suo valoroso generale Kao Pìen che, prendendo di sorpresa le truppe di Nan Çiào, con una serie di vittorie, riuscì a liberare la capitale dall’assedio e a prendere pieno possesso dell’intero Tonkino e dell’Annam. Al re di Nan Çiào, Ciù Làng non rimase che venire a patti e chiedere la pace (869). Pace tuttavia che non durò a lungo perché Ciù Làng tornò nuovamente all’attacco. I Cinesi opposero nuovamente accanita resistenza e respinsero le forze di Ciù Làng che, già ammalato e amareggiato della nuova sconfitta, poco dopo morì.
Gli successe il figlio Phra Ciào Fa che decise di rappacificarsi coi Cinesi chiedendo in sposa una figlia dell’Imperatore. Ma alla corte imperiale i pareri su questo matrimonio erano discordi e in gran parte contrari, nonostante che il generale Kao Pìen sostenesse la richiesta con calore ritenendola la migliore soluzione per porre fine alle sanguinose guerre tra i due Paesi. L’imperatore tuttavia sulle prime rifiutò provocando così la reazione del re di Nan Çiào che attaccò nuovamente l’Annam. La sua richiesta venne allora posta nuovamente sul tappeto della corte imperiale cinese e infine l’Imperatore si decise a dare il suo consenso alla figlia, principessa Ngam Fa, di andare sposa al re di Nan Çiào.
Phra Ciào Fa aveva tre ottimi ministri che lo avevano assistito egregiamente nel governo dello Stato e soprattutto nella lotta contro i Cinesi. Ed egli, in premio delle loro alte prestazioni e per ringraziare degnamente l’Imperatore Celeste, non potendolo fare di persona, per avergli concessa in sposa la figlia, li inviò in missione diplomatica alla corte imperiale con doni e lettere di omaggio e deferenza. Ma quivi giunti, su suggerimento del perfido generale Kao Pìen, l’Imperatore offrì loro un sontuoso banchetto durante il quale furono avvelenati, privando così, d’un solo colpo, il re di Nan Çiào, dei suoi migliori uomini e saggi consiglieri. Non solo, ma poco per volta, con la complicità della figlia, riempì il palazzo reale di Phra Ciào Fa di parenti della regina, di funzionari e personale cinesi, sicché alla corte di Nan Çiào questi cominciarono ad avere il sopravvento sui Thai. Per cui nel 1253 l’Imperatore Kublai Khan non durò fatica a sottomettere Nan Çiào e a farne una provincia del vastissimo Impero Mongolo.
Ma se la corte e la nobiltà terriera di Nan Çiào divenne interamente cinese, la massa popolare di quella terra continuò ad essere Thai per secoli, attaccata ai suoi campi, alle sue case, alle sue città, alle sue tradizioni, conservando fino ad oggi una parlata ancora ricca di vocaboli uguali a quelli degli attuali Thai e Lao.
Una buona parte di Thai, tuttavia, specialmente nobili e ricchi, artigiani, commercianti e proprietari terrieri, diseredati dai conquista tori, ripresero la via dell’esilio e dell’emigrazione verso il sud raggiungendo i loro fratelli che li avevano preceduti, inoltrandosi sempre più nell’interno del Lao e della Thailandia in modo particolare, fondando nuove città o ingrossando quelle esistenti e riorganizzandosi in nuovi piccoli principati e regni.

 

CAPITOLO IV

REGNO THAI DI CÌENG SÈN

Il re Sing-hà Navàt



Qui dobbiamo fare un salto indietro di alcuni secoli e riprendere il nostro racconto dal famoso re di Nan Çiào, Phi Lo Ko (o Khun Bòróm) che, come abbiamo visto, fondò la città di Cìeng Sèn (detta anche Iò- nok) e pose così le basi di quella che sarà la futura Thailandia. Essendo questa la prima città Thai (Tav. I) costruita sul territorio del Siam, non spiaccia al lettore se ci dilunghiamo un po’ sulla fondazione anche se adombrata e arricchita da qualche tocco di leggenda, come la nascita della nostra antica Roma.
Narrano le Cronache del tempo che il re di Nan Çiào, Phi Lo Ko, seguendo il tradizionale costume dei Thai o Ai Lao, inviò uno dei suoi figli, il principe Sing-hà Navàt (Khun Khàm Phòng per i Lao e Khun Ciài Phòng per i Cinesi) con 100.000 uomini e donne a farsi il suo feudo.
Il Principe partì dunque da Nan Çiào alla testa del suo popolo e si diresse verso il sud alla ricerca di un terreno adatto all’agricoltura e soprattutto alla coltivazione del riso, che era la specialità dei Thai, e di un posto propizio alla fondazione di una città, dove non mancasse l’acqua, elemento indispensabile non solo alla vita umana ma particolarmente alla coltura del riso e in posizione facile da potersi difendere da eventuali attacchi dei nemici.
Quel posto ideale lo trovò sulle rive del fiume Mè Sài, un affluente del Mè Khòng all’estremo nord della Thailandia. Il territorio faceva parte già dell’Impero Khamén ed era abitato da alcune tribù di Lavà, ancora allo stato selvaggio che vivevano di caccia e di pesca e non conoscevano ancora l’agricoltura. La posizione era veramente propizia perché oltre che essere ricca d’acqua, era al riparo di tre colline che si prestavano egregiamente a opere di fortificazione e di difesa e inoltre non era molto lontana dalle città del territorio di Nan Çiào, nelle quali potevano rifornirsi di quanto fosse loro necessario. (Tavv. IV - VI)
Il principe decise dunque di stabilirsi colà.
Nel vasto territorio poco popolato vi era un villaggio Lavà che apparteneva a due vecchietti conosciuti nelle Cronache con il nome di nonno e nonna Lao Ciòk. Il Principe comperò l’intero villaggio e tutto il territorio circostante e pose mano alla trasformazione del fertile terreno in ottime coltivazioni. Iniziò quindi la fondazione della città che terminò nel 773 e chiamò prima Iònok e poi Cìeng Sèn.
La leggenda dice addirittura che un enorme Nakha o Naga (serpente sacro della mitologia thai) aiutò il Principe a scavare il fossato perimetrale attorno alle mura onde rendere la città inaccessibile e imprendibile dai nemici.
Dopo la costruzione della città Sing-hà Navàt cominciò ad estendere il suo dominio su tutte le terre che l’attorniavano, sottomettendo le tribù Lavà che le abitavano, combattendo e respingendo i Khamén fin sotto le mura di Umongkhaséla (Müang Fang), loro estremo caposaldo, ai confini della Thailandia con il regno di Nan Çiào.
Intanto la città veniva elevata al rango di capitale del piccolo regno detto appunto di Cìeng Sèn, quale stato vassallo però del regno sovrano di Nan Çiào. (Tav. IV)
È da notare qui, per inciso, l’uso antichissimo dei Thai o Ai Lao, giunto fino ai tempi più recenti, di trasformare quasi sempre le loro città in altrettanti piccoli regni, allorché divenivano sede di un Principe Governatore. Da ciò si spiega, come è già detto nella prefazione, perché la parola müang che inizialmente voleva dire solo città (es. Müang Tèng, Müang Fang ecc.) abbia poi assunto anche il significato di regno, stato, nazione, per cui Müang Thai vuoi dire non già città dei Thai, ma Regno, Stato, Nazione dei Thai cioè la Thailandia.
Cìeng Sèn dunque, già durante il regno del suo fondatore, aveva esteso il suo territorio sia a nordovest fino al fiume Sàlvin nel regno dei Mon (Birmania) sia a sudest fino a Lavò o Lop Burì nell’Impero Khamén, conquistando varie città e sottomettendo numerose tribù Lavà.
Al re Sing-hà Navàt successero numerosissimi altri principi e re che purtroppo noi dobbiamo necessariamente trascurare in massima parte per non perderci in un labirinto di digressioni più nocive che utili alla chiarezza e linearità del nostro racconto. Ci limiteremo solo a ricordarne qualcuno che per la forte personalità e particolari gesta, abbia dato lustro alla città e impulso alle origini del futuro regno del Siam o Thailandia.
È da ribadire ancora una volta qui, il concetto che proprio da quella piccola città di confine è venuto il seme della razza thai che doveva formare il popolo thailandese.
Intorno al 1000 dell’E.C. anche Cìeng Sèn però ebbe il suo periodo di decadenza e debolezza (fortunatamente momentanea), per cui i Khamén tentarono più volte di attaccarla e riprendersi i territori perduti. Partendo dalla loro munitissima cittadella-fortezza di Umongkhaséla o Müang Fang, sferrarono numerosi attacchi con i quali riuscirono a fiaccare le truppe di Cìeng Sèn e finalmente a penetrare nella città.
Il re Phang Kharàt, suo 42° monarca e diretto discendente del fondatore, fu fatto prigioniero, ridotto allo stato di vassallo e trasferito in un’altra piccola città dei Khamén, sotto il loro strettissimo controllo e con il gravoso obbligo di pagare ogni anno un pesante tributo in oro ai suoi conquistatori.
Ma, durante questo suo duro esilio e umiliante stato di vassallaggio, ebbe due figli, i principi Thuk Khitaràt e Phrommaràt che fecero oltre che la sua felicità anche la sua fortuna. Il secondogenito infatti diede subito segni di grande ingegno e straordinaria fierezza guerriera. Tanto è vero che a soli 16 anni riuscì ad organizzare clandestinamente un valoroso e fedele esercito con il quale poté sorprendere i Khamén, sconfiggerli in campo aperto e poi prendere d’assalto la stessa fortezza di Umongkhaséla; quindi liberare il padre Phang Kharàt dal suo esilio coatto e riportarlo sul trono di Cìeng Sèn.
Il padre commosso e ammirato dal valore e fedeltà del figlio, lo nominò vicerè e lo pose al governo di Umongkhaséla che da allora mutò il suo nome (di origine marcatamente Khamén) in quello di Müang Fang che mantenne fino ai nostri giorni e tale è ricordata nei successivi annali del Siam.
Se Cìeng Sèn è dunque ritenuta dai Thailandesi come la loro prima città e capitale e quindi culla e sviluppo del loro futuro regno, Müang Fang è passata nella storia come il primo baluardo e la roccaforte che segnò l’inizio delle sconfitte dei Khamén e quindi il loro declino in tutta la Penisola d’Oro. Vedremo difatti come, da allora in poi, tutte le loro città, una dopo l’altra, siano cadute inesorabilmente sotto l’incalzante avanzata dei Thai che scesero sempre più numerosi verso il sud.
Ma prima di continuare le gesta dei re di Cìeng Sèn, dobbiamo fare ancora una piccola digressione, che non possiamo trascurare perché troppo interessante e necessaria alla comprensione della nostra storia dei Thai.
Il principe Phròmmaràt ebbe un figlio di nome Ciài Sirì che, posto al governo della ricostruita Müang Fang, fu proditoriamente assalito da un altro principe thai del ramo Ciàn che gli saccheggiò la città, mettendola a ferro e fuoco, per cui decise di abbandonare quella regione troppo esposta agli attacchi dei nemici vicini e trasferirsi, con tutta la sua gente superstite, nell’interno della Thailandia dove predominava gente della sua stessa stirpe.
Ebbene, uno dei suoi discendenti ebbe la felice ventura di sposare una figlia del re U Thong del regno omonimo di cui parleremo più a lungo in seguito e di fondare la città Aiùtthaià che diventerà poi la capitale del più grande e storicamente più splendido Regno del Siam.
Cìeng Sèn ha dato dunque origine a questo discendente, divenuto poi capostipite di una delle più illustri e gloriose dinastie della Thailandia.
Ma torniamo nuovamente ai re di Cìeng Sèn.
Dopo Phang Kharàt, seguirono altri re dei quali ricordiamo brevemente Mahà Ciài, perito miseramente in un catastrofico terremoto che distrusse l’intera città e fece un’ecatombe di tutti ì suoi abitanti.
Il suo successore Lao Ciàkra Theravàt, proveniente dalla città di Doi Tung, la ricostruì e la chiamò temporaneamente Hiràn Ngeun Iàng.
L’ultimo dei re di Cìeng Sèn, Lao Ngeun, ebbe due figli, i principi Khun Cin e Khun Ciomthàm, ch’egli amava imparzialmente. E siccome la legge di corte dava la preferenza al primogenito, diseredando i figli cadetti, egli, pur rispettando la legge di lasciare il trono al primogenito, fondò per il secondo figlio una nuova città da governare per proprio conto. La città sorse sul fiume Ing e fu chiamata Phùkan Iào (poi Phaiào) e il principe Ciomthàm, dopo averne preso possesso col titolo di re, ebbe a sua volta due figli, i principi Khun Ciüang e Khun Ciòng. (Tav. IV)
Allorché Cìeng Sèn fu assalita dai Tonkinesi e Vietnamiti del nord, il primogenito principe Khun Ciüang corse in aiuto dello zio, respinse i Vietnamiti, li inseguì, tolse loro la città di Lùang Phrabàng (l’attuale capitale del Lao) e giunse fino in Tonkino sottomettendolo al regno di Cieng Sèn. Pare che poi si sia rivolto anche contro i Khamén e sia perito in quella guerra. Il figlio Lao Ngeun Rùang, che l’aveva seguito nelle varie campagne, fece ritorno in patria e prese il governo di Phaiào al posto del padre.
Da questo principato o casata di Phaiào o Phùkan Iào, dopo alcune generazioni nacque il principe Lao Méng che sposò una principessa di Cìeng Rùng del regno di Sip Sòng Phan Na (12 mila campi). (Tav. VI)
Dal loro matrimonio nacque il principe Méng Rai che unificando Phaiào, Cìeng Sèn e altre città fondò un nuovo Regno Thai, che chiamò Lan Na Thai, di cui ci occuperemo nel prossimo capitolo.

 

CAPITOLO V

REGNO DI LAN NA THAI

Re Méng Rài il Grande



Il nuovo regno di Lan Na Thai non è altro che la continuazione del regno di Cìeng Sèn, ma in proporzioni ben più ampie e prosperose. Autore di questo prodigioso sviluppo e ampliamento del regno di Cìeng Sèn fu il re Méng Rài, passato alla storia thai col titolo di «Grande» proprio per le sue grandi gesta di geniale organizzatore, di saggio politico e valoroso guerriero. (Tavv. III - VI)
Ma ciò che desta maggior curiosità in noi occidentali è il nuovo nome dato al suo regno di Lan Na Thai. La parola vuoi dire infatti letteralmente regno del milione di campi (di riso ben si intende) dei Thai (lan milione, na = campi, thai = dei Thai). Come mai questa denominazione per noi così esotica?
Il merito, a dire il vero, di quel nome e la scoperta del sistema agricolo e politico-sociale sul quale si basa non è dovuto esclusivamente al Grande Re Méng Rài. Esso esisteva già nel costume e nella tradizione degli antichi Ai Lao o Thai, e consisteva nel fatto che ogni cittadino thai, in età e condizione di salute valide, doveva produrre 2 staia di riso all’anno corrispondenti pressappoco a 60 kg. e quindi doveva possedere il relativo terreno per produrre quella quantità di riso, la cui estensione logicamente variava a seconda della maggiore o minore fertilità del terreno stesso.
I campi non si misuravano quindi a metri, ma a staia di riso che producevano. Naturalmente i principi, i nobili, i notabili, i funzionari di corte, disponendo di molta mano d’opera di servitù e schiavi conquistati in guerra o acquistati sul mercato, avevano un maggior numero di campi e una maggiore produzione di riso che era, con pochi altri prodotti di frutta e verdura, la ricchezza base della struttura sociale, mentre l’oro, l’argento, il bronzo e altri metalli, legni e pietre preziose costituivano il fondamento della ricchezza reale, dell’artigianato e del commercio.
Questa organizzazione agricola, artigianale e commerciale, ripetiamo, era già nel costume degli antichi Ai Lao; ma al re Méng Rài spetta il merito di averla, in certo qual modo, codificata e generalizzata come norma fondamentale del suo Stato. Per cui un Principe doveva avere almeno mille campi di riso (Phan Na) e il Principato prendeva quel nome proprio per indicare che aveva quell’estensione e quel valore.
Di conseguenza la terra incolta, invasa dalla foresta o dagli sterpi, non aveva alcun valore. Ciò che contava era la mano d’opera che l’avrebbe trasformata in risaie o in campi d’altre colture; in altre parole la terra acquistava valore solo quando era abitata e lavorata.
E’ strano a dirsi, ma questo concetto o consuetudine è giunto fino ai nostri giorni. La Thailandia infatti, nonostante l’enorme aumento della sua popolazione di questi ultimi quarant’anni che l’ha vista più che raddoppiarsi, passando dai 15 ai 40 milioni, ha ancora molte foreste e terre incolte che appartengono per tradizione al re o al demanio, ma che vengono concesse gratuitamente a chiunque si prenda l’impegno di trasformarle, entro un dato tempo, in colture.
Altro fenomeno curioso del tempo era la scarsità della popolazione, per cui i conquistatori si preoccupavano più di razziare uomini e donne per popolare le loro terre che di aumentare i loro territori. E avremo occasione di vederlo in varie future circostanze quando alcuni di essi una volta conquistata qualche città, si accontentavano di portar via l’intera popolazione e abbandonare la città alle fiamme, alla distruzione, all’incuria. Le terre insomma abbondavano ed erano quasi libere e a disposizione dei primi arrivati. Erano gli uomini necessari a lavorarle che mancavano e perciò le guerre avevano più lo scopo di abbattere città e regni per deportare intere popolazioni che di ampliare il proprio territorio. Le stesse tribù aborigene erano poche e sparse su immensi territori dove vivendo di caccia e di pesca e non avendo ancora il concetto o la necessità della proprietà terriera, si spostavano facilmente da un posto all’altro e raramente opponevano resistenza a chi sopravveniva dopo di loro.
Ciò spiega anche perché i Thai abbiano potuto scendere ed emigrare verso il sud senza incontrare eccessive difficoltà, all’infuori di quelle naturali o ambientali del clima, delle foreste o delle paludi.
Stando così le cose, re Méng Rài, deciso a rendere sempre più forte e popoloso il suo regno, appena si accorgeva che in una città o particolare zona la popolazione cominciava a superare la proporzione dei campi, ne prendeva una parte e, mettendosi egli stesso a capo dell’operazione, la spostava in una zona limitrofa, dava le necessarie disposizioni per la bonifica dei terreni e iniziava la fondazione di una città nuova. Di qui passava ad una successiva e così via.
In tal modo, nel giro di pochi decenni del suo regno, sorsero tutto intorno alla sua capitale Cìeng Sèn, numerose altre città, tra le quali ricordiamo Cìeng Tùng, Cìeng Rài e Cìeng Mài.
Il lettore ricorderà che la stessa capitale Cìeng Sèn fu, a suo tempo, fondata proprio con questo sistema, allorché Phi Lo Ko (Khun Bòròm) re di Nan Ciào, inviò suo figlio il principe Sìng-hà Navàt alla testa di 100.000 uomini e donne a fondare il suo feudo con relativa città che fu chiamata prima Iònok e poi Cìeng Sèn.
Questo sistema dei re thai di inviare i propri figli, una volta giunti alla conveniente età di potersi rendere autosufficienti e indipendenti, a fondarsi il loro proprio feudo o piccolo regno o principato, come si voglia dire, basato sui famosi 1000 campi con relativa città, mirava oltre tutto ad evitare lotte fratricide e guerre intestine o civili per la successione al trono, alla morte del padre. Il sistema inoltre, dando ad ogni principe piena soddisfazione, libertà ed indipendenza, nel suo piccolo regno, rinsaldava i vincoli di parentela per cui all’occorrenza d’un comune pericolo o nemico, tutti accorrevano in aiuto l’uno dell’altro, per difendere e mantenere la loro indipendenza e sovranità.
E non si può dire che ciò abbia ritardato il processo di unificazione e formazione della nazione, come potrebbe sembrare in apparenza, giacché i tempi non erano ancora maturi per tale evento. Prima di tutto perché i Thai scesi in Thailandia erano ancora pochi e in secondo luogo perché l’intero territorio era allora controllato e sotto il dominio dei due più potenti Stati dei Mon-Birmani nella parte occidentale e dei Khamén nella parte sud orientale. Era quindi assolutamente impossibile prendere di petto queste due potenze ed abbatterle, con le poche forze thai allora disponibili. L’unico sistema per minare e sgretolare, pezzo per pezzo, quei due colossi era proprio quello di una lenta e pacifica penetrazione, alla spicciola, senza grandi apparati di forze armate e senza destare sospetti, alla stessa stregua di una moderna guerriglia, ma in chiave pacifica e con le armi del contadino anziché del soldato, adattandosi probabilmente anche a pagare i tributi di vassallaggio ora ai Mon e ora ai Khamén.
E questa tattica è dovuta indubbiamente al genio del Grande Re Méng Rài che, con tempestiva intuizione del suo tempo e conoscenza dei suoi nemici, seppe molto bene come prenderli.
Egli costruì dunque anzitutto la città di Cìeng Tùng (oggi Kentùng nella Birmania) e poi Cìeng Rài; la prima a nord e la seconda a sud di Cìeng Sèn; quindi ricostruì e fortificò anche Müang Fang che era stata distrutta e abbandonata dai Thai Ciàn provenienti dalla Birmania e che si trova a sudovest di Cìeng Sèn, chiudendo così la sua capitale fra tre solidi capisaldi ai confini dei Mon-Birmani e mettendosi le spalle al sicuro nel caso decidesse di scendere più a sud com’era nelle sue intenzioni, alla conquista di altre città dei Mon, nell’intento di estendere sempre di più il suo regno e renderlo completamente libero e indipendente.
A oriente confinava coi Khamén, ma per il momento credette opportuno di non molestarli, prendendo astutamente i suoi nemici uno alla volta. Tanto più che poco più a sud vi era un altro re thai, suo amico e alleato (il re Ràma Kam-hèng di Sukhòthai del quale diremo nel prossimo capitolo) che teneva a bada i Khamén e gli dava man forte ad estendere il dominio dei Thai.
Consolidata pertanto la sua posizione al nord, puntò decisamente verso il sud poco più sotto di Cìeng Rài, dove fondò una cittadella che chiamò Kum Kam, con l’intenzione iniziale di servirsene come semplice avamposto fortificato per proteggere le popolazioni che aveva inviato più avanti a fondare due nuove città: Cià Lìeng e Savànkhalòk. Ma il posto gli parve così bello e propizio che si soffermò qui, ampliò la cittadella e la trasformò in una grande città col nome di Cìeng Mài (città nuova) che doveva poi divenire non solo la capitale del suo regno di Lan Na Thai, ma anche il centro storico artistico culturale thai più importante del nord, invidiata e contesa per secoli da tutti gli stati circostanti. (Tavv. I - IV - VI)
E come tutte le fondazioni delle antiche grandi capitali che si rispettino hanno le loro leggende, anche Cìeng Mài ha la sua. Narrano infatti le Cronache Thai che mentre l’instancabile re Méng Rài girava per il suo regno e territori limitrofi in cerca di luoghi adatti alla fondazione di nuove città e di terreni facilmente trasformabili in fertili risaie e frutteti, ecco imbattersi in una vasta prateria brulicante di selvaggina d’ogni taglia e specie, posta ai piedi di due alte montagne dalle quali scendevano numerosi ruscelli ricchi di scintillanti cascate, con meravigliosi specchi d’acqua sparsi qua e là, da sembrare un paradiso terrestre. Ma ciò che più lo colpì fu la presenza di due robusti, grossi cervi che quasi troneggiavano nel bel mezzo d’una radura, con le loro maestose corna. I cani del re vi si avventarono contro, ma i due cervi fuggirono velocissimi e si nascosero nel folto di un alto e fitto canneto inaccessibile ai segugi che li inseguivano.
Subito dopo il re osservò un altro fatto curioso; vide un grosso topo seguito da quattro suoi piccoli correre veloce a nascondersi nel foro di un Bodhi (Phothi), l’albero sacro a Budda.
I due fatti furono ritenuti quanto mai di ottimo presagio e di buon augurio per la fondazione della sua nuova città, perché il cervo è per i Thai uno degli animali più prediletti e il topo quello che apre la serie del loro ciclo degli anni. Il lettore deve sapere infatti che i Thailandesi ancor oggi, oltre naturalmente che conoscere ed usare il nostro calendario, computano e festeggiano, nel loro ambiente familiare e nazionale, gli anni secondo un loro particolare calendario (pare di origine cinese, ma radicatissimo anche nel costume thai) che divide gli anni di dodici in dodici ed ognuno è contrassegnato da un animale. Il primo anno è proprio quello del topo. Seguono nell’ordine il bue, la tigre, la lepre, il drago, il serpente, il cavallo, la capra, la scimmia., il gallo, il cane, il maiale. Quindi i loro compleanni, i loro giubilei o nozze d’argento e d’oro li celebrano secondo questo computo e secondo questi nomi che servono, tra l’altro, anche d’oroscopo, come i segni mensili del nostro zodiaco. La festa più solenne e importante, dopo quella delle nozze, è per il Thailandese, il sessantesimo anno che è il ciclo d’oro di cinque dozzine d’anni.
Il re Méng Rài non esitò un istante a scegliere quel luogo per la sua erigenda città, e nacque così Cìeng Mài (= Città Nuova). Per rendere più solenni e propizi i suoi inizi, re Méng Rài invitò alla cerimonia molti suoi amici e parenti anch’essi già capi o re di altre città o piccoli regni, tra i quali vanno ricordati Khun Ngam Müang, re di Phaiào e Rama Kam-hèng, re di Sukhòthai, dei quali avremo occasione di parlare in seguito. La Nuova Città o Cìeng Mài venne ultimata e solennemente inaugurata nel 1296, ma essa doveva divenire capitale del regno di Lan Na Thai solo più tardi, giacché il re Méng Rài preferì risiedere per tutta la sua vita nella sua città preferita Cìeng Rài, e affidare quella al governo di uno dei suoi figli.
Con la fondazione di Cìeng Mài il re Méng Rài si trovò di fronte alle due maggiori città e capisaldi dei Mon: Lamphùn e Lampàng che gli stessi Birmani e Khamén non erano riusciti a sottomettere, come abbiamo accennato nei capitoli precedenti.
Ciò non diminuì la sua audacia, ma anzi aumentò il suo desiderio di scendere ancora più a sud ed acuì la sua perspicacia sul modo di attaccare e sgretolare i potenti regni dei Khamén e dei Mon-Birmani. Prima di procedere nel suo piano volle ancora una volta, con geniale intuito assicurarsi le spalle al nord, rinforzando il suo dominio su tutto quel territorio, che come abbiamo narrato era disseminato di città poste in parte sotto il suo diretto governo, come Cìeng Sèn, Cìeng Tung, Müang Fang, Cìeng Rài e Cìeng Mài, e in parte indipendenti quali piccoli regni vassalli, ma tutte governate da principi, re o governatori di razza thai. Egli invitò dunque queste ultime a unirsi a lui in una specie di coalizione, allo scopo appunto di poter meglio affrontare i comuni nemici, i Mon-Birmani ed eventualmente i Khamén in caso di attacco simultaneo e concomitante. Quasi tutte le città accettarono il suo invito e le poche che rifiutarono di aggregarsi furono da lui sottomesse con la forza, sostituendo i recalcitranti re o principi con altrettanti governatori scelti tra i suoi parenti, amici o fedeli funzionari. Il nord divenne in tal modo un saldo blocco thai in pugno al ferreo re Méng Rài che poté così procedere, con tutta sicurezza, nella realizzazione dei suoi piani.
Ma giacché l’affrontare i due colossi Mon-Birmani e Khamén in campo aperto poteva essere rischiosissimo, il re Méng Rài preferì agire più con l’astuzia che con la forza. Ed ecco come andarono le cose nella conquista di Lamphùn e Lampàng.
Un giorno, uscendo a caccia a dorso del suo elefante, il re Méng Rài s’imbatté nella capanna di un Lavà di nome Ai Fa. Questo brav’uomo invitò il re ad accettare la sua ospitalità e i poveri doni che poteva offrirgli. Il re Méng Rài accettò di buon grado e, sedutosi bonariamente accanto a lui, intavolò una cordiale conversazione, dalla quale ebbe subito la sensazione che quel povero Lavà, dall’apparenza rozza e selvaggia, aveva uno spirito acuto e una loquela ancora più arguta ed intelligente. Il re lo prese dunque con sé, assieme a tutta la famiglia, e gli diede un’ottima sistemazione alla sua corte.
Ai Fa, da persona intelligente qual era, non tardò a farsi ben volere e stimare sempre più da parte del re che cominciò a trattarlo con particolare riguardo, come il più caro amico, tanto che, ogniqualvolta aveva bisogno di un buon consiglio o di un po’ di sollievo alle sue assillanti fatiche di Stato, ricorreva a lui anziché ai suoi ministri e funzionari.
Anzi un giorno lo volle mettere a parte addirittura dei suoi segreti piani d’azione per il potenziamento del suo regno. Essi consistevano essenzialmente nella conquista di Lamphùn, capitale di un Principato Mon, che gli stava come una spina nell’occhio. Non dimentichi il lettore che Lamphùn era abitata più da Lavà e quindi della stessa stirpe di Ai Fa, che non da Mon. Facendogli quella confidenza quindi il re Méng Rài metteva a dura prova la fedeltà del suo amico e confidente Ai Fa il quale, per amor della sua gente, avrebbe potuto tradirlo. Ma pur nel terribile dilemma di dimostrare la sua lealtà verso il suo grande benefattore e di salvare la sua stirpe da una strage, seppe cavarsela in modo eccellente, evitando l’uno e l’altro misfatto, salvando come si suol dire capra e cavoli.
Ai Fa infatti, guidato dal suo intuito naturale e dalla sua eccezionale furbizia, convinse anzitutto il re Méng Rài a prendere le cose con calma anziché usare la forza, com’era deciso di fare ora che si sentiva sicuro e lo consigliò di far uso dell’astuzia in questo modo. Fingere e spargere la voce di essere stato tradito da Ai Fa, cacciarlo dalla corte, diseredarlo dei suoi beni e bandirlo dal regno. Sicché Ai Fa sarebbe stato costretto a rifugiarsi presso la sua gente Lavà di Lamphùn e colà, narrando le sue disavventure, suscitare la compassione e lo sdegno di tutti compreso il re Jìba che l’avrebbe accolto a corte. Il trucco funzionò e Ai Fa, di lì a qualche tempo, divenne il consigliere particolare del re di Lamphùn, il quale tra l’altro voleva appunto conoscere i segreti della corte del re Méng Rài. Ai Fa, da classica spia internazionale, per usare un termine d’attualità, tipo 007, seppe barcamenarsi nel migliore dei modi dando le minori e meno esatte informazioni possibili e ottenendone in compenso delle ottime e più che mai precise, da trasmettere regolarmente, tramite suoi fidati corrieri, al re Méng Rài. Non solo, ma la sua opera magistrale fu quella di demolire da solo, la struttura stessa dell’intero regno di Lamphùn, consegnandolo nelle mani del re Méng Rài, senza colpo ferire, come vedremo di seguito.
Cominciò infatti col dire al re Jìba che Méng Rài riscuoteva dai suoi sudditi tasse ben più elevate e che nessuno si lamentava, anzi tutti i cittadini erano ben felici di collaborare in tal modo alla grandezza del regno e alla gloria del loro re. Inutile dire che ciò era falso, ma il re Jìba abboccò all’amo e diede subito ordine di raddoppiare le tasse ai suoi sudditi e di abolire ogni privilegio od esenzione da tale dovere verso la patria. La reazione fu naturalmente opposta a quella propinatagli dall’astuto Ai Fa, e mosse un coro di lamentele e proteste verso il sovrano. Ai Fa, per timore che le voci di malcontento giungessero fino alle orecchie del re, prese le sue buone precauzioni dando disposizioni ai funzionari di corte di non far entrare nessuno alla presenza del re senza suo espresso consenso. A tali funzionari naturalmente aveva fatto particolari concessioni in onori e stipendi in modo da attirarli dalla sua parte e tenerli fermamente in pugno. Fece rilevare inoltre al re, proprio per segregarlo sempre di più dal popolo, che era indegno di un gran monarca, quale egli era, di risiedere in una dimora tanto modesta come la sua, mentre il re Méng Rài che aveva un regno più piccolo del suo, disponeva di un immenso e lussuoso palazzo. E anche questo non corrispondeva al vero, ma lusingò talmente la vanità del re Jìba che questi diede nuovamente immediata autorizzazione e pieni poteri allo stesso Ai Fa di procedere alla costruzione di un grandioso e lussuosissimo palazzo reale, in mezzo a parchi, giardini, fontane, ruscelli e specchi d’acqua e tutto recintato da un’alta muraglia con torri per le sentinelle, da fare invidia a qualunque altro sovrano. Ad opera finita il re ne fu più che soddisfatto e colmò Ai Fa non solo di elogi, ma anche di onori e ricompense d’oro e d’argento.
Ma il popolo che si vide espropriare i campi sui quali viveva e sui quali vide sorgere quell’enorme e inutile palazzo, che dovette sopportare dure corvé di lavoro straordinario giorno e notte per procurare i materiali da costruzione dalle foreste e dalle montagne, che vide sperperato, in un battibaleno, un’enorme quantità di denaro pubblico, estorto esosamente dalle loro tasche con tasse inumane, che dovette lavorare alla stessa costruzione senza compenso, perché gli veniva detto che era un onore partecipare a tale opera; il popolo, dico, rimase più che mai amareggiato e deluso del suo re e cominciò ad odiarlo.
Ma Ai Fa, intuendo che ancora nessuno avrebbe osato ribellarsi o prendere l’iniziativa, escogitò un altro stratagemma per inasprire ancora di più il popolo e dare il tocco finale alla sua opera di sabotaggio e alienazione dei sudditi dal loro re.
Tornò di nuovo alla carica del re Jìba facendogli notare che nel suo regno vi erano ancora numerose terre che potevano diventare fertilissime più ancora di quelle del re Méng Rài, se fosse stato scavato un canale tra i fiumi Ping e Kuang. Il re acconsentì ancora una volta, tanto più che questo nuovo progetto gli era prospettato dall’astuto Ai Fa come un’opera pubblica di solo interesse e utilità del popolo e quindi questo sarebbe stato più che entusiasta della sua realizzazione. Quel canale infatti lo avrebbe ricompensato abbondantemente di tutte le fatiche con un raccolto di riso ben più elevato e di migliore qualità del precedente. Quindi non ci sarebbero state delle lamentele da parte dei sudditi ma solo elogi e consensi per il loro re. Questi diede allora ordine a tutti i suoi funzionari e ufficiali di mettersi a disposizione di Ai Fa per mobilitare l’intera popolazione.
Ai Fa, per non distogliere i contadini dal lavoro dei campi, attese la fine del raccolto delle messi, quando però il sole diventava più cocente e la terra più dura. In tal modo avrebbe ottenuto un maggior numero di uomini liberi a sua disposizione e nello stesso tempo li avrebbe fatti lavorare nelle condizioni climatiche peggiori in quantoché proprio in quei mesi cessavano tutti i lavori all’aperto per il gran caldo insopportabile e micidiale anche per chi ne era abituato. Si immagini quindi il lettore la tortura alla quale venne posta quella povera gente costretta a lavorare nei mesi più torridi dell’anno durante i quali era solita riposarsi delle fatiche già sopportate durante tutto l’anno.
Il malumore questa volta si mutò in odio e le lamentele si udivano salire ad alta voce, non solo contro il re ma anche contro Ai Fa e i suoi funzionari. Ma l’astuto lestofante tanto fece e tanto disse che riversò ogni responsabilità e colpa sul re, giungendo al punto di piangere e lamentarsi egli stesso di essere maltrattato e minacciato continuamente di morte se non avesse fatto eseguire il lavoro entro un dato tempo.
Il popolo ci credette e riversò tutto il suo odio sul re e cominciò a dire apertamente che sarebbe stato ben lieto di potersene sbarazzare.
Ai Fa capì allora ch’era giunto il momento giusto per avvertire il re Méng Rài di tenersi pronto ad entrare in Lamphùn, giacché i tempi erano maturi e nessuno dei Lavà sarebbe stato disposto a muovere un dito in difesa del suo re e della stessa città.
Il re Méng Rài partì dunque con un grosso contingente di truppe da Müang Fang, dove si era acquartierato in attesa del segnale convenuto, e si avvicinò a Lamphùn. Il re Jìba a tale vista rimase terrorizzato e chiese per l’ennesima volta consiglio a colui che credeva il suo più fedele amico e migliore consigliere. Ma Ai Fa, per evitare una sanguinosa battaglia e un inutile spargimento di sangue a danno più che altro dei suoi connazionali Lavà, suggerì al re Jìba di abbandonare la città e di rifugiarsi presso il figlio Phraià Beuk nella città di Lampàng dove avrebbe potuto organizzare un esercito e riprendere il suo regno, non potendosi fidare dei suoi sudditi ormai troppo stanchi e logorati dalle fatiche e tuttora impegnati nel lavoro del canale. Lo accompagnò quindi per un tratto di strada rassicurandolo, che nel frattempo, avrebbe pensato lui stesso alla difesa della città. Ma appena rientrato in Lamphùn, Ai Fa, anziché disporre la difesa della città, aperse le porte al re Méng Rài che entrò trionfalmente e in pieno possesso della capitale dei Lavà, senza colpo ferire. Su richiesta di Ai Fa e in premio della loro spontanea sottomissione, re Méng Rài fece grazia della vita a tutti i cittadini, tanto più che aveva bisogno di gente per popolare le sue terre e rendere sempre più forte il suo Regno. Nella confusione ed euforia dell’esercito e del popolo stesso una parte della città però andò incendiata e distrutta. Quando re Jìba, dall’alto di una collina, ne vide le fiamme salire al cielo, pianse di dolore e capì che ormai non vi era più nulla da fare per riavere il suo regno. Ancora oggi quella collina conserva il nome di Ba-hài che vuoi dire Jìba pianse (da Jìbà abbreviato in Ba e hài che vuol dire piangere).
Storia o leggenda, aggiunge lo storiografo dal quale ho preso il racconto, non è dato di saperlo con sicurezza, ma è tuttavia certo che il canale che collega i due fiumi Ping e Kuang è tutt’ora in perfetta efficienza e la collina Ba-hài (re Jìba pianse) conserva ancora quel nome e sono pertanto ritenute prove irrefutabili giunte fino a noi a testimoniare almeno in parte la verità di quegli eventi.
La caduta di Lamphùn nelle mani del re Méng Rài, segnò non solo la fine del regno di Jìba, ma anche il declino del dominio dei Mon in Thailandia. Il Regno dei Mon a Lamphùn ebbe inizio nel 654 e durò quindi ben più di sei secoli.
Ai Fa naturalmente fu dal re Méng Rài elevato al rango di Governatore della nuova città conquistata, col titolo di Phaià o Phraià che vogliono dire la stessa cosa e cioè Principe, Duca.
Il pensiero di Méng Rài era ora tutto rivolto a Lampàng, ultimo baluardo dei Mon e rifugio del fuggitivo re Jìba. Inviò pertanto in quella città numerose spie a studiare le mosse dell’ex re e del figlio Beuk. Questi infuriato più del padre per l’affronto e l’umiliazione subiti non si diede pace finché non riuscì ad organizzare e addestrare un potente esercito con il quale si riprometteva di annientare le forze del re Méng Rài e ritorgliergli la città ed il regno di Lamphùn da restituire al padre. Una volta pronto, passò all’attacco. Ma il re Méng Rài, che già se l’aspettava e stava sul chi va là, appena ebbe sentore delle mosse del nemico, mandò subito a chiamare in aiuto suo figlio Khun Khram, che aveva temporaneamente lasciato al governo di Cìeng Rài, con l’ordine di scendere col suo esercito e di portarsi con abile manovra alle spalle di Phaià Beuk. Sicché questi si trovò, senza accorgersi, interamente accerchiato dalle forze thai. Il suo esercito non ebbe via di scampo e fu completamente sbaragliato e distrutto. Beuk stesso fu affrontato da Khun Khram in un furioso ed accanito duello a dorso dei rispettivi elefanti; ma Khun Khram dopo una lunga lotta, approfittando di una mossa errata di Beuk, il cui elefante si era girato su di un fianco, Io ferì con un colpo di tridente ad una gamba spezzandogliela all’altezza del ginocchio per cui a mala pena Beuk riuscì a reggersi sul suo elefante. A tale vista tutti i suoi uomini corsero in suo aiuto con altri elefanti e riuscirono a liberarlo dalla morsa dei Thai, ma solo per pochi istanti giacché Khun Khram si precipitò all’inseguimento, con tutti i suoi uomini a dorso di elefanti, e, raggiuntolo, lo fece prigioniero e decapitò sul posto.
Anche Lampàng cadeva così nelle mani del re Méng Rài che poneva fine, si può dire, al dominio dei Mon in Thailandia.
Da quanto abbiamo fin qui narrato, il lettore avrà rilevato che Méng Rài è il più diretto discendente del regno di Nan Çiào e oramai il più potente re della Thailandia o Siam, ma non però l’unico. A fianco a lui vi sono altri principi e re thai liberi ed indipendenti e solo coalizzati o imparentati con lui. Ciò conferma quanto abbiamo più volte ricordato che i Thai provenienti dalla Cina e ultimamente da Nan Çiào avevano seguito correnti ed emigrazioni diverse, fondando città e regni un po’ dappertutto nel Sudest Asiatico e nella stessa Thailandia. Piccoli regni e città quasi sempre a gestione autonoma, quasi tribale, anche se vassalli o tributari di altri popoli dominatori come i Mon, i Birmani e i Khamén. E abbiamo già accennato ai piccoli regni o principati di Phaiào e di Sukhòthai, ai quali seguiranno quelli di U Thong e di Aiùtthaià. Ma giacché il regno di Lan Na Thai è per il momento il più importante ci occupiamo più di questo che di quelli fino a quando un altro non prenderà il sopravvento. In questo periodo è il re Méng Rài che domina sulla scena della storia della nascente Thailandia o Siam, con il suo prestigio, con le sue gesta e dobbiamo quindi continuare ad occuparci di lui ancora per un po’.
Con la caduta di Lampàng e la fine del dominio dei Mon in Thailandia il re Méng Rài è praticamente il primo re non solo del regno libero di Lan Na Thai, ma anche del futuro Siam o Thailandia. E dopo questa strepitosa vittoria è lui a prendere l’iniziativa contro i suoi nemici, incoraggiando gli altri piccoli Regni Thai a unirsi definitivamente e totalmente a lui per formare un più vasto Regno Thai. Nei suoi ultimi anni riuscì ad annettersi parecchie altre città dei Thai Ciàn che si trovavano in territorio birmano.
Ma oramai anche la sua vita volgeva al termine e prima di morire volle non solo consolidare il suo regno desistendo da ulteriori azzardate conquiste che potevano comprometterne la stabilità, ma anche mettere in perfetto ordine i suoi affari familiari, in modo da assicurare la saldezza e continuità del suo regno anche per il futuro, evitando che i suoi successori, per invidia o gelosia distruggessero quanto egli aveva così faticosamente costruito.
Egli aveva tre figli maschi che si chiamavano rispettivamente in ordine di età: Khun Khrüang, Khun Khràm e Khun Khrüa. Il primogenito finì purtroppo i suoi giorni miseramente a soli tredici anni, coinvolto in una congiura, allorché il padre lo aveva inviato governatore a Müang Fang e fu barbaramente condannato a morte con tutti i suoi complici dallo stesso padre, che, pur avendo dimostrato in tante occasioni una grande magnanimità, era nello stesso tempo duro e inflessibile con chiunque avesse osato violare la ferrea legge dello Stato.
Il secondogenito Khun Khràm lo conosciamo per la sua ultima impresa con la quale sbaragliò ed annientò l’esercito di Beuk, meritandosi dal padre il titolo di «Çiào Ciài Songkhràm» che vuol dire «Signore della Vittoria» o «Principe Vittorioso». Fu quindi designato dai padre a succedergli al trono.
Il terzo invece, Khun Khrüa, fu bandito dal regno in un lontano stato dei Thai Ciàn (nella Birmania) perché aveva abusato di una delle mogli di suo fratello per cui il padre, per punirlo e soprattutto per evitare una lotta fratricida e pericolosa per la sicurezza dello Stato, lo aveva allontanato a quel modo.
Prima di morire il re Méng Rài ebbe la felice ed inaspettata ventura di vedersi cadere nelle mani l’intero Regno Centrale dei Mon che si era spostato allora in Birmania. Più per merito del suo alleato Ràma Kam-hèng che proprio, a dire il vero, come vedremo nel prossimo capitolo. Approfittando di una ribellione avvenuta a Martabàn, città marittima molto importante dei Mon, situata nel golfo omonimo, inviò un esercito a Pegù, loro capitale ed il re Sutthà Ciùm, non osando opporgli resistenza per i torbidi in atto nel suo regno, accondiscese di diventare vassallo del re Méng Rài e di inviargli ogni anno i dovuti tributi di sudditanza. Anzi, secondo le Cronache di Cìeng Mài, il re Méng Rài inviò un altro esercito a Pagan, capitale dei Birmani. Ed anche il re di questi, oramai indebolito dalle lotte intestine e dalle defezioni subite, non osò opporgli resistenza e si assoggettò come vassallo. Sicché l’intera Birmania, in quel sia pur breve periodo, era diventata uno stato tributario del nascente Siam.
Il lettore ricorderà che i Mon e i Birmani, sempre in stretto contatto con la vicina India, avevano fatto grandi progressi nell’arte, nella cultura, nell’artigianato. Il re Méng Rài ne approfittò per reclutare e portare nel suo regno il maggior numero possibile di artisti, letterati, artigiani, soprattutto orafi, gioiellieri, scultori e pittori che disseminò in ogni sua città, dando così un enorme impulso anche alle arti e alla cultura.
Alla sua morte il suo regno si estendeva già su tutta la Thailandia Settentrionale, la Birmania e, alcuni dicono, anche sul Lao; ed era ricco e prosperoso come non mai, con una agricoltura delle più avanzate del suo tempo e con una meravigliosa fioritura di arti e mestieri.
A buon diritto quindi i Thailandesi ritengono il re Méng Rài il fondatore o per lo meno uno dei massimi fautori della loro nazione.
La sua morte fu alquanto strana, ma certamente consona e direi degna di tanto uomo che nessun altro mortale aveva potuto abbattere e solo un dio avrebbe potuto colpire a morte. Egli morì infatti all’età di 80 anni, mentre camminava per le vie della sua ultima città Cìeng Mài, colpito da un fulmine. Era l’anno 1317.
A lui successe il figlio Khun Khràm, già designato dal padre alla successione, e dopo di lui un centinaio di altri valorosi discendenti della sua gloriosa casata che giunsero coi titoli di re e di principi di Cìeng Mài (subito dopo diventata capitale del regno di Lan Na Thai), fino ai nostri giorni ed esattamente fino al 1939 quando quei titoli furono aboliti dalla costituzione e sostituiti con quello di governatore.
Purtroppo non possiamo seguirli, nonostante abbiano scritto altre meravigliose pagine di storia nel loro regno e in quello della stessa Thailandia, giacché dobbiamo ora passare al regno di Sukhò Thai, dal quale nascerà (anzi è già nato) un altro personaggio, se non più importante di re Méng Rài, agli effetti della struttura politica della Thailandia, certamente pari e superiore dal lato della sua cultura. Si chiama re Ràma Kam-hèng e fu colui che inventò e diede ai Thailandesi il loro alfabeto, la loro propria scrittura e la possibilità di abbandonare le lingue e le culture straniere di cui avevano dovuto servirsi fino allora e cioè il Cinese, il Mon e il Khamén, con rispettivi caratteri e scritture. In poche parole, se Méng Rài pose le basi della struttura politico sociale della Thailandia, il re Ràma Kam-hèng, come vedremo, pose le fondamenta della sua lingua e della sua cultura e completò inoltre la conquista degli altri territori (ancora sotto il dominio dei Khamén) e costituì il grande Regno del Siam e odierna Thailandia.
Ma per comprendere meglio tutto questo è necessario fare nuovamente un passo indietro e dire qualcosa del regno di Sukhò Thai.


 

CAPITOLO VI

REGNO DI SUKHÒ THAI

Il grande re Ràma Kam

 

Quando Müang Fang andò distrutta in seguito all’invasione di un gruppo di Thai del ramo Ciàn (provenienti dalla Birmania), il principe Ciài Sirì che la governava, figlio di Phrommaràt, re di Cìeng Sèn, fuggì a Phèp nei pressi di Kamphèng Phét e poi più a sud. Un suo parente invece, fuggito con lui, anziché seguirlo e andarsene così lontano, preferì fermarsi un po’ prima e prese dimora nella città di Bang Iàng nello staterello di Cìa Lìeng, molto vicino a Sukhòthai che, dopo la perdita di Müang Fang, era divenuta il caposaldo e l’avamposto più importante dell’Impero Khamén ai confini settentrionali. Siamo nell’XI secolo dell’E. C. (Tav. VI)
Così un altro principe thai della stirpe di Cìeng Sèn venne a stabilirsi nell’Impero dei Khamén dando origine a un nuovo principato thai. Il governatore stesso di Sukhòthai, il principe Khun Si Nào Nam Thòm era di origine thai, ma sotto il dominio e controllo dei Khamén, ai quali pagava i dovuti tributi di vassallo. Prima del dominio dei Khamén però, i Thai di quella regione dovevano aver goduto un periodo veramente felice, se chiamarono la loro capitale e il loro piccolo regno «Sukhò Thai» che vuol dire appunto «felicità dei Thai».
Ciò dimostra che tutta la zona nord orientale della Thailandia era già stata invasa e abitata dai Thai, molti secoli prima e vi avevano costruito le loro città e i loro regni, ma poi caddero in parte sotto il dominio dei Mon e in parte dei Khamén i quali, come abbiamo detto, partendo o dalla Birmania o dalla Cambogia, avevano esteso il loro dominio fino all’estremo nord della Thailandia. (Tav. III)
I Thai quindi che scendevano ora da Fang e si stabilivano in questa zona non si trovavano praticamente in mezzo ai Khamén, ma tra i loro fratelli Thai che li avevano preceduti di parecchie generazioni; solo che invece di essere liberi e indipendenti erano tributari dei funzionari Khamén che dovevano però essere ben pochi e coi quali non avevano forse nulla a che fare. Con questo voglio dire che i nuovi emigrati non si trovavano spaesati o tra gente e popoli diversi da loro, ma in un ambiente già conosciuto e quasi familiare, per cui il loro disagio era molto alleviato. Proprio come succede ancor oggi per i nostri emigranti che, pur andando in paesi esteri, sotto governi stranieri, con popoli che parlano altre lingue, cercano di raggiungere i gruppi connazionali che li hanno preceduti, parlano ancora la stessa loro lingua, hanno gli stessi usi e costumi per cui si sentono come nella loro patria. Solo che nel caso dei Thai la proporzione era inversa, come abbiamo detto, e cioè erano più numerosi degli stessi Khamén, che li governavano. E dal nord continuavano a scendere nuove ondate che aggiungendosi a queste colonie, già così forti e numerose, diventavano praticamente padrone della situazione a tutto danno naturalmente dell’Impero Khamén che andava sempre più indebolendosi e non riusciva più a far fronte alla forza numerica di queste masse di Thai.
A questo punto è opportuno che il lettore sappia che d’ora in avanti, anziché servirci delle fonti storiche delle Cronache Cinesi, come abbiamo fatto per il regno di Nan Çiào, ci serviremo degli annali dell’Impero Khamén, giacché i Thai, lo ripetiamo, non avevano ancora una loro scrittura nazionale, e le loro gesta venivano registrate nelle lingue e nelle scritture dei popoli stranieri coi quali venivano a contatto. La documentazione storica Thai avrà inizio solo con Ràma Kam-hèng nel XIII secolo come diremo tra poco.
Presso tutti i popoli della terra è sempre stata viva e perenne anche la tradizione orale dei fatti trasmessa di padre in figlio, di generazione in generazione. Ebbene da una di queste tradizioni dei Thai ci è giunto il fatto che stiamo per riferire e fa parte dell’inizio del regno di Sukhò Thai.
Si narra che il re dei Khamén Surià Vòraman (1113-50) obbligò i Thai di questa regione a trasportare ogni anno fino ad Inthapàt (Angkòr) sua capitale, situata nella odierna Cambogia, una data quantità di acqua in segno di sudditanza.
Era infatti costume dei Khamén farsi portare ogni anno dai popoli vassalli dei quattro punti cardinali dell’acqua come prova di rinnovata fedeltà e che serviva per certe cerimonie del loro culto bramanico.
Ma quel trasporto, che anche per noi con i mezzi moderni di cui disponiamo potrebbe presentare non poche difficoltà, per i Thai di quei tempi era addirittura un problema insolvibile e irrealizzabile; proprio come si trattasse di portare acqua con le ceste. Guarda caso, è proprio con questo sistema che il loro acume li portò a risolvere il problema. Vediamo in quali difficoltà si trovarono, e in che modo le risolvettero. Consideri anzitutto il lettore l’enorme distanza da superare. Infatti tra Bang Iàng e Inthapàt vi erano non meno di 1.000 chilometri in linea d’aria che, riportati sul terreno ineguale e seminato di ostacoli di ogni sorta, venivano più che raddoppiati.
Distanza che si doveva percorrere allora con mezzi di trasporto molto rudimentali e primitivi, dalla fragile barca in balia di correnti impetuose o rapide micidiali, ai carri traballanti e trainati da lenti buoi e bufali, su strade inesistenti o impossibili perché le foreste fitte di piante e grovigli all’inverosimile erano forate solo dalle piste degli elefanti, che per percorrerle non pretendevano certamente né la massicciata né l’asfalto; mentre le pianure potevano essere delle paludi o delle risaie dove i carri affondavano fino al mozzo e ci volevano decine e decine di animali ed uomini per tirarli fuori, se ci riuscivano; oppure il terreno era secco e pieno di crepe che metteva ad ancor più dura prova e fatica sia gli uomini che gli animali per proseguire. Il peggio era che l’acqua doveva essere trasportata in giare di terracotta e si immagini il lettore, da quanto abbiamo detto, se solo una di tali giare poteva giungere sana e salva a destinazione e con qualche goccia d’acqua dentro.
Alle rimostranze fatte giustamente presenti a chi di ragione dai Thai, condannati ad una fatica che neppure il leggendario Ercole sarebbe riuscito a superare, il re Khamén non volle sentire ragioni e pretese che a tutti i costi l’acqua gli fosse portata, sotto la minaccia delle più severe ritorsioni compresa la condanna a morte.
La necessità, dice il proverbio, aguzza l’ingegno, e dopo qualche tempo un principe thai di Bang Iàng ebbe un’idea geniale. Anziché usare le giare di terracotta, che rappresentavano la difficoltà maggiore del problema, pensò che sarebbe stato meglio fare dei recipienti con stecche di bambù intrecciate, ben spalmati di resina o lacca per renderli impermeabili. E i Thai sono maestri insuperabili in lavori di questo genere. Insomma costruirono delle ceste ma a somiglianza delle nostre botti a tenuta perfetta e con quelle riuscirono a superare l’ostacolo, in modo insperato, giacché non solo non ne andava rotta neppure una durante tutto quel viaggio, ma non andava persa neppure una goccia d’acqua. Si poté così soddisfare la richiesta del re Khamén risparmiando fatica, uomini, animali, tempo e mezzi di trasporto.
Incredibile a dirsi, ma la geniale scoperta, anziché destare ammirazione per colui che l’aveva fatta, produsse invece nel re dei Khamén l’effetto contrario e cioè la gelosia ed il sospetto che un tale inventore avrebbe potuto essere di pericolo per la sicurezza dell’Impero.
Diede perciò ordine ad un suo fedele sicario di nome Phraià Décio, di cercare l’inventore e di metterlo subito a morte. Ma il principe Khun Bang Klang Thao, avvisato per tempo, si rifugiò in un monastero e si fece bonzo. Il sicario venne a saperlo e andò difilato alla pagoda che ospitava il principe che egli però non aveva mai visto e quindi non poteva riconoscere a prima vista. Al primo bonzo che gli si presentò davanti, entrando nel monastero, chiese dove fosse il principe tal dei tali. Il bonzo, al quale Décio rivolgeva la domanda, era né più né meno che la vittima designata. Ma il principe bonzo, con grande calma e presenza di spirito, chinò la testa in segno di saluto e rispose che sarebbe andato subito a chiamarlo. E di lì a un po’ tornò con una buona squadra di suoi amici che circondato Décio lo trucidarono.
Il fatto sa forse di leggenda, ma il personaggio fu realmente esistito e gli Annali lo registrano come il terzo discendente della casata di Bang Iàng. Infatti nel 1238, continua la storia, Khun Bang Klang Thao si era guadagnato tanta fama e stima tra la sua gente di Bang Iàng e dintorni da sentirsi in grado di attaccare i Khamén e rendersi indipendente. E l’anno seguente, con l’aiuto di Khun Pha Müang della città di Rat, assalì e conquistò Sukhò Thai, cacciando i Khamén che, come abbiamo detto, tenevano colà il loro Governatore Imperiale e il più grosso presidio all’estremo confine nord-occidentale del loro Impero.
Inutile dire che dopo tale successo e strepitosa vittoria Khun Bang Klang Thao fu acclamato, a gran voce, re di Sukhòthai da tutti i suoi cittadini e prese il nome di re Khun Si Inthrathìt, mentre sua moglie, principessa Nang Süang, divenne a sua volta regina, cambiando anche lei il nome in Si Akharà Mahà Thévì, com’era ed è tuttora nei costume thai quando si passa da un grado all’altro della scala sociale nobile o reale. Ed è proprio da loro due che nacque il famoso Ràma Kam-hèng, che doveva dare tanto lustro non solo al suo piccolo regno di Sukhò Thai ma a tutta la grande futura nazione della Thailandia e passare al la storia come uno dei suoi uomini più illustri.
Egli era il terzogenito maschio e cominciò subito a distinguersi e dar prova di doti eccezionali fin dalla tenera età di nove anni, allorché suo padre lo prese con sé in una spedizione contro la città di Müang Ciòt (l’attuale Mè Sot). Il padre infatti stava già ritirandosi con l’esercito in rotta, allorché il coraggioso Ràma Kam-hèng intervenne col suo distaccamento di riserva, affrontò fulmineamente il nemico impegnandolo in una furiosa battaglia, incitando dall’alto del suo elefante i suoi uomini con la parola e con l’esempio, e diede così il tempo necessario al padre di riorganizzare l’esercito in rotta, riprendere la battaglia e sconfiggere il nemico.
Alla morte del padre, avvenuta qualche anno dopo, salì sul trono il fratello maggiore Ban Müang, che però morì dopo breve tempo nel 1275, per cui Ràma Kam-hèng prese il suo posto, essendo l’altro fratello morto in tenera età.
Durante il suo regno, si può dire che la Thailandia abbia raggiunto la vetta più alta della sua potenza e grandezza. Mentre infatti re Méng Rài, suo contemporaneo e alleato, l’aveva liberata dal dominio dei Mon Birmani, egli la liberò interamente dal dominio dei Khamén, estendendo i suoi confini, mai più eguagliati poi, dall’Annam (Vietnam) al golfo del Bengala e all’intera penisola di Malacca (attuale Malesia) compresa l’isola di Singapore. Uno storico thai asserisce che la sua flotta abbia attaccato anche le coste dell’isola di Giava.
Ma la gloria maggiore, come abbiamo già accennato, è stata quella di aver dato ai Thai un loro alfabeto, una loro scrittura, di cui ci ha lasciato lui stesso irrefutabili e imperituri documenti in certe tavole di pietra, sulle quali fece incidere nel 1292 i fatti più salienti delle sue imprese, con i nuovi caratteri da lui inventati.
Egli fece parlare di sé anche le Cronache Cinesi (oltre naturalmente a quelle Khamén) dalle quali apprendiamo che: «... il re di Sukhò Thai attaccò Angkòr, capitale dei Khamén nel 1296, seminando il terrore e la rovina in tutto quel grande Impero».
Ma procediamo per ordine e cerchiamo di seguire, per quanto ci è possibile, una certa cronologia delle sue gesta.
La sua prima impresa fu quella di venire gratuitamente in possesso di Pegu, ex capitale dei Mon nella stessa Birmania, dove già il re Méng Rài aveva fatto man bassa di numerosi staterelli. Ma l’aspetto più saliente di questa impresa è il modo curioso e insolito in cui è avvenuta.
Narrano gli storici che un cittadino di Pegu, di nome Magado e di professione mercante nella città portuale di Martabàn, andò un giorno ad offrire i suoi servigi al re Ràma Kam-hèng. Questi l’accolse volentieri e lo adibì, all’inizio, come stalliere degli elefanti e dei cavalli delle scuderie reali. Ma Magado, con la sua sagacia ed energica intraprendenza, riuscì ben presto a farsi ben volere dal re e salire, piano piano e di grado in grado, fino all’incredibile carica di Gran Ciambellano di Corte e Consigliere particolare del re. Insomma a diventare un secondo perspicace ed intraprendente Ai Fa.
Ma durante una spedizione fatta da Ràma Kam-hèng nel nord, in aiuto al suo alleato re Méng Rài, l’intraprendente Magado corteggiò la principessa Suvànna Thévi, figlia del re, che corrispose al suo amore. Temendo però l’ira del monarca, al quale non avevano chiesto il preventivo e necessario consenso prescritto dal costume thai, fuggirono entrambi a Martabàn, prima che Ràma Kam-hèng facesse ritorno dalla sua campagna militare.
A Martabàn, l’astuto e pervicace Magado, tornò alla scalata delle cariche, ormai da professionista esperto, per cui in men che non si dica, diventò Vicegovernatore della città. In una discussione però che ebbe con il Governatore, dal semplice diverbio passò presto alle parole grosse e da queste alla spada con la quale stese a terra stecchito il suo avversario. Quindi sostenuto dai suoi seguaci e munito di un buon esercito, percorse in lungo e in largo il piccolo Stato Mon di Pegu e se lo sottomise.
Pensando però al torto fatto al re Ràma Kam-hèng, suo suocero, volle farne ammenda ed inviò pertanto un’ambasciata guidata da sua moglie, che certamente doveva essere l’ispiratrice del ripensamento del marito, a Sukhòthai per chiedere perdono al rispettivo padre e suocero, e fargli atto di sottomissione con tutto il Regno di cui erano diventati Signori. Ràma Kam-hèng perdonò di buon animo ad entrambi e, accettando l’atto di sottomissione del genero come vassallo, nominò Magado re di Pegu col nuovo nome di Fa Rùa (o di Vareru secondo il linguaggio Mon).
Sicché il regno dei Mon, già in parte ridotto al vassallaggio dall’altro re thai Méng Rài, passò ora sotto il controllo di Ràma Kam-hèng. Il re Méng Rài infatti, ormai in età avanzata, aveva deciso di cedere il primato e le redini dell’alleanza degli Stati Confederati Thai al suo degno alleato e amico Ràma Kam-hèng della nuova Casata di Sukhòthai.
Questa impresa di Ràma Kam-hèng contro i Mon fu tuttavia puramente fortuita, ripetiamo, e non entrava affatto nei suoi piani che avevano, per unico e preciso scopo, la lotta ad oltranza contro i Khamén fino alla loro totale sottomissione.
Dopo nove anni infatti di dure e sanguinose guerre riuscì a cacciarli da tutto il territorio della Thailandia e conquistare la loro stessa capitale Angkòr Thòm (in Cambogia), che affidò al governo di un suo parente. Questa serie di guerre è senz’altro quella a cui si riferisce la scarna citazione delle Cronache Cinesi che abbiamo poc’anzi ricordato e coincide esattamente con la nostra data del 1296, anno in cui ebbe termine la sottomissione completa dei Khamén.
Ma questa epica lotta di Ràma Kam-hèng contro un Impero più vasto e potente del suo piccolo Regno è confermata e descritta da molti altri autori e storiografi orientali e occidentali per cui non c’è bisogno di spendere altre parole per provarne il valore e certezza storica.
Un altro suo merito fu quello di accattivarsi l’amicizia e benevolenza del mongolo Kublai Khan, Imperatore della Cina, che pare non fosse né uno stinco di santo, né un uomo dai sentimenti troppo teneri. Ebbe con lui ottimi rapporti diplomatici, se non di vera amicizia, con scambio di numerose ambasciate di cui gli storici ci danno le date precise: non solo, ma egli stesso andò a fargli visita per ben due volte nel 1290 e nel 1300. Alcuni storici dicono però che nella seconda visita Ràma Kam-hèng non abbia potuto vedere l’Imperatore, perché era già morto, mentre egli si trovava ancora in viaggio che naturalmente a quei tempi non durava poche ore d’aereo come oggidì, ma anche un anno e forse più. È certo comunque che egli, da abile politico qual era, avendo portato i suoi confini, dopo l’annientamento dell’Impero Khamén, lungo le province della Cina meridionale, volle stringere con questa i dovuti rapporti di buon vicinato onde evitare future guerre o molestie.
A queste dimostrazioni di amicizia e intensi rapporti diplomatici tra i due grandi monarchi, fece seguito un fruttuoso scambio commerciale e soprattutto culturale. Ràma Kam-hèng infatti chiese ed ottenne da Kublai Khan un gran numero di artigiani, particolarmente per la lavorazione della porcellana che in Cina aveva raggiunto la massima raffinatezza e perfezione ed il cui segreto era gelosamente custodito e concesso solo su autorizzazione dello stesso Imperatore.
Ràma Kam-hèng diede dunque un grande impulso anche alle arti e mestieri già introdotti dal re Méng Rài nel suo regno, sicché va ascritto a suo merito anche la fusione delle due civiltà, quella Cinese e quella Mon-Khamén-Indiana, che maggiormente hanno influito sui Thai e dal cui connubio è nata la caratteristica e inconfondibile cultura thai. Argomento della massima importanza questo, che qui accenniamo solo brevemente, ma sul quale ritorneremo in un capitolo a parte.
Ràma Kam-hèng fu dunque non solo un invitto guerriero, ma anche e soprattutto un grande politico e un geniale letterato. Politicamente diede al suo regno tale assetto e prosperità da farlo il più ricco di tutto l’Oriente, a comune testimonianza degli storici contemporanei e posteriori, nel quale abbondava ogni ben di Dio, dal riso alla frutta, dalle verdure al pesce, dagli animali domestici alla selvaggina, per cui ogni suddito disponeva di cibo e di merci di ogni sorta. Inoltre tutti i cittadini erano liberi e non esisteva la schiavitù, neppure per i suoi nemici Khamén, ai quali concesse magnanimamente libertà e parità di diritti come se fossero Thai, alla sola condizione che sottostessero alle leggi, uguali per tutti, e non fomentassero agitazioni o rivolte.
Amava sinceramente il suo popolo e non esitava, contrariamente alle comuni usanze orientali, di scendere fra i suoi sudditi, senza apparati o distintivi regali, da semplice cittadino e di intavolare amichevoli conversazioni con chiunque volesse rivolgergli la parola. Anzi aveva fatto appendere di fronte alla porta del suo palazzo una campana che chiunque, angustiato da qualche ingiustizia, torto o maltrattamento o altre necessità, poteva suonare per chiamare il re a fargli giustizia. E il re usciva dal suo palazzo, si sedeva su di una grossa pietra che aveva fatto porre tra due piante, in modo che fosse sempre all’ombra, ed ascoltava le lamentele di chi l’aveva chiamato con il suono della predetta campana, circondato sempre da una gran folla che accorreva nella vasta piazza. Il re esaminava il caso, ne parlava coi suoi ministri e consiglieri, ascoltava i testimoni ed il parere degli stessi popolani intervenuti all’udienza e decideva secondo il parere della maggioranza che indubbiamente doveva essere quello più vicino alla verità e alla giustizia. Se invece si trattava di questioni riguardanti la sua stessa persona decideva da solo, ma con grande magnanimità da persona di rara intelligenza e fine intuito.
E a questo riguardo egli diede eccellenti prove non solo nell’elaborazione del nuovo alfabeto thai, ma anche in numerosi scritti giunti fino a noi. La stessa sua augusta consorte, la regina Nophamàt (figlia di un astrologo Bramano dell’ex corte Imperiale Khamén, secondo alcuni storici e secondo altri figlia dello stesso re Khamén), fu la più famosa poetessa del suo tempo. Fu lei ad introdurre nel costume thai tante usanze indù-khamén, tra le quali, la cerimonia detta Loi Krathòng che consiste nel lasciar scorrere sulle acque dei fiumi delle candeline accese, entro barchette di foglie di banano, di carta o di plastica, nella notte del plenilunio di novembre, per propiziarsi il dio delle acque Varunà. Tale rito è giunto fino ai nostri giorni e fa parte del folclore thailandese prediletto dal popolo e dai turisti. (Fig. 19)
Le città erano popolose e animate da una fervente attività in ogni settore commerciale e artigianale. Erano inoltre ben fortificate, talvolta da due o tre cerchia di mura, a seconda della posizione più o meno strategica che occupavano nel regno. L’esercito collaudato da tante guerre, era in piena efficienza e sempre pronto ad affrontare qualsiasi evenienza.
Per agevolare e incrementare i commerci con tutti i paesi limitrofi e tra gli stessi Stati Thai indipendenti, di cui era formata allora la Thailandia, abolì ogni sorta di tasse sia d’importazione che di esportazione.
Per quanto riguarda la mancata totale unificazione nazionale, come già accennato testé, per la presenza di numerosi staterelli in seno al suo grande dominio, bisogna dire che non fu dovuta alla sua incapacità, ma alla sua, oggi inconcepibile e quasi assurda, grandezza d’animo e profondo rispetto per l’onore e l’amicizia.
Ràma Kam-hèng infatti era diventato il più potente di tutti i re thai, suoi contemporanei, compreso re Méng Rài che era ormai al declino e di cui conosciamo la vastità del regno, disponeva del più efficiente esercito, aveva alle sue dipendenze un territorio più vasto dello stesso Impero Khamén e gli bastava un soffio per abbattere tutti gli altri Staterelli Thai e divenire non solo re ma anche Imperatore di tutta la Thailandia, che a quel tempo, come abbiamo detto, aveva una estensione doppia di quella odierna e ben maggiore dello stesso ex Impero Khamén. Ciò nonostante egli non lo fece perché si sentiva legato dal vincolo d’amicizia fra i capi dei due più importanti di tali stati indipendenti.
Il lettore ricorderà infatti che gli stati o regni indipendenti cui alludiamo erano soprattutto quello di Lan Na Thai del re Méng Rài, col quale re Ràma Kam-hèng partecipò alla fondazione di Cìeng Mài, poi quello di Phaiào governato da Khun Ngam Müang che erano i suoi più cari amici, perché cresciuti sugli stessi banchi di scuola, presso la pagoda di Lop Burì ed educati dallo stesso maestro, il bonzo Sukhana. Non poteva quindi far loro un simile torto. Vi erano anche i due regni di U Thòng e di Nakhòn Si Thammaràt, di cui ci occuperemo nel prossimo capitolo, ma erano suoi vassalli e quindi praticamente uniti al suo regno.
Ma ai due sunnominati amici Ràma Kam-hèng doveva anche un altro grosso debito di riconoscenza ed obbligo morale. Narrano infatti le Cronache ch’egli un giorno si era recato a far visita a Khun Ngam Müang a Phaiào e fu accolto all’arrivo, non solo dall’amico, com’era nella tradizione thai, ma anche dalla sua moglie che insieme l’attendevano sulla porta del palazzo. La moglie era la regina A ex principessa di Cìeng Sèn e quindi della parentela del re Méng Rài, ed era di una bellezza tale che Ràma Kam-hèng appena la vide si innamorò, quasi folgorato dal classico colpo di fulmine. Purtroppo anche la regina corrispose al suo amore e per loro somma disgrazia furono colti in flagrante adulterio. Khun Ngam Müang andò su tutte le furie e fece arrestare e imprigionare immediatamente i due colpevoli, deciso di punirli con la morte.
Ma nel frattempo la notizia giunse anche alle orecchie del re Méng Rài che subito intervenne come paciere e riuscì infatti a placare l’ira dell’offeso ed a convincere il colpevole a fare giusta ammenda della sua colpa, con la considerevole somma di 999.000 conchigliette, usate allora come monete, e che avevano lo stesso valore dei buoni marenghi d’oro d’altri tempi. Fatta la pace, i tre amici la vollero consacrare e rendere indissolubile col famoso rito del sangue. Scesero nel fiume Ing, riempirono una coppa d’acqua, vi fecero stillare dentro ognuno tre gocce del proprio sangue da un’incisione praticata in un dito della mano destra e poi bevvero a turno la miscela sacrale invocando gli dei a testimoni del loro giuramento.
Re Ràma Kam-hèng era infatti molto religioso e non avrebbe mai infranto un simile giuramento anche per rispetto alla divinità. Promosse il culto e la dottrina di Budda in tutte le sue forme. Questa era già diventata la religione dei Thai da parecchi secoli. Inviò un gran numero di bonzi a perfezionare i loro studi religiosi nell’isola di Ceylon (Sìlang) che, dopo il ritorno in tutta l’India della religione indù o Bramana, divenne la culla e la città santa del Buddismo, come Roma per il Cristianesimo e La Mecca per l’Islamismo. Un gruppo di tali bonzi, partiti dalla città di Nakòn Si Thammaràt, al loro ritorno, portarono in patria la famosa statua di Budda detta «Si-hìng» (varie sono le versioni degli storici a riguardo di questa statua. Si veda infatti il capitolo dell’arte thai), che donarono a Ràma Kam-hèng e questi la pose in una magnifica pagoda di Sukhòthai, fatta costruire appositamente per tale evento.
Fece infine costruire numerose altre pagode e monasteri per i bonzi in tutte le città che ne erano sprovviste. Morì, secondo le fonti storiche più attendibili, nel 1324, sette anni dopo il suo amico e alleato Méng Rài.
A Ràma Kam-hèng seguirono altri re, che però anziché consolidare e aumentare la gloria e la potenza del loro Regno e della stessa Thailandia a cui l’aveva portata il loro illustre antenato, ne causarono miseramente il declino, di generazione in generazione, fino a quando il Regno di Aiùtthaià non sopravvenne a prendere il suo posto e a portare il Siam o Thailandia alle più alte vette del suo splendore.
Infatti il figlio Leuthài, suo primogenito, cominciò col perdere il dominio di Pegu (Birmania) con Martabàn, Tavoi e Tenasserim che erano porti marittimi della massima importanza per i commerci con l’India e tutto l’occidente; quindi nel 1329 perdette i Regni di Lavò o Lop Burì, di U Thong al centro, e di Nakhòn Si Thammaràt al sud della Thailandia che si resero indipendenti. Sotto il suo mal governo fu di nuovo istituita la schiavitù, abolita già dal padre. E alla sua morte lasciò il Regno in un gran disordine per la successione, per cui un certo Phaià Nga Nanton (1345-1347) usurpò il trono al legittimo successore, il fratello Luthài o Lithài.
Questi tuttavia, che alla morte del fratello, era governatore della città di Si Sàtcia Nàlai, raccolse un esercito e corse nella capitale Sukhòthai a reprimere la ribellione e a punire severamente l’usurpatore. Infatti nel giro di due anni riuscì a sconfiggere i ribelli, impadronirsi della città e a salire sul trono, nel 1347.
Anche Luthài o Lithài tuttavia non fu né un abile politico, né un saggio amministratore ed il suo regno continuò a scendere giù per la china sulla quale lo aveva già spinto il fratello Leuthài. Egli fu solo un buon letterato che compose una specie di Divina Commedia intitolata «Trai Phùmì Kàtha» ossia i Tre Regni (della terra, del paradiso, dell’inferno) che è giunta fino a noi ed è un capolavoro della letteratura thai. Fu pure un appassionato astronomo ed un ingegnoso architetto che costruì parecchie strade ed opere pubbliche, ma proprio per questo non era fatto per governare ed anch’egli, come il fratello che lo precedette si lasciò portar via un’altra fetta del regno, questa volta dai Lao che cominciavano a farsi sempre più forti e sotto il regno di Fa Ngum, suo contemporaneo, reclamarono l’indipendenza.
Per fortuna sua e del regno di Sukhò Thai, l’intraprendente Fa Ngum si era innamorato della figlia del re Lüthài (successore di Luthài), la principessa Nang Kèo Iuphà, e si poté così rabberciare le cose alla meglio e fermare l’avanzata del coraggioso re del Lao, che minacciava di conquistare e sottomettere tutta la Thailandia del nord.
Poco o nulla abbiamo da segnalare del re Lüthài che mori nel 1374 ed al quale successero Sai Lüthai e Ban Müang (1) ai quali va solo il merito o demerito di dare il colpo di grazia al già agonizzante regno di Sukhò Thai, passandolo alle dipendenze di Aiùtthaià, capitale di un nuovo regno che segnò il periodo più glorioso e splendido di tutta la storia della Thailandia.
Ma di questo diremo nel prossimo capitolo.
1 Tutti i re di Sukhò Thai sono conosciuti nella Storia Thai anche con l’appellativo di Phra Rùang. I successori di Ràma Kam-hèng a loro volta sono anche chiamati: Thammaràcià e abbiamo quindi: Thammaràcià I (Leuthài), Thammaràcià II (Luthài o Lithài), Thammaràcià III (Lüthài), Thammaràcià IV (Sai Lüthài), Tammaràcià V (Ban Müang).

 

CAPITOLO VII

REGNO THAI DI AIÙTTHAIÀ
PRIMO PERIODO


Re U Thong o Ràma Thibodì, fondatore di Aiùtthaià Phaià Pha Ngùa o re Boròmaràcià I - Re Ràme Sùan
Re Intharàcià - Re Boròmaràcià II

Mentre al nord i Lao scendevano minacciosi e il regno di Sukhò Thai andava a rotoli, un po’ più a sud, anzi nel cuore della Thailandia, nasceva un nuovo regno che doveva darle il massimo splendore sotto ogni aspetto.
Anche qui dobbiamo però rifarci un po’ all’indietro, come abbiamo dovuto fare già altre volte per gli altri regni. E ci auguriamo che al lettore non dispiaccia se ci ripetiamo e se, in questa intricata matassa dei numerosi regni thai, cerchiamo di aiutarlo a tirar fuori il bandolo giusto che lo guidi, come il filo di Arianna, sulla tortuosa strada della nascente unità nazionale Thailandese, senza perdersi nel dedalo dei molteplici suoi piccoli regni.
D’altronde questo fenomeno degli Staterelli, Principati, Ducati. Signorie, Repubbliche, Comuni, costituiti da singole città o regioni indipendenti, fu comune e proprio del Medio Evo di tutti i popoli del mondo compreso il nostro per cui ci dispensiamo da ulteriori dettagli e spiegazioni sulle cause della loro nascita, del loro sviluppo e del loro conseguente inevitabile tramonto per dare origine ad altri gruppi etnico-linguistici e politico-sociali sempre più vasti che presero la struttura e il nome delle moderne Nazioni.
Abbiamo detto nel capitolo del regno di Cìeng Sèn, che di là era uscito il seme che doveva dare i migliori virgulti della futura razza thailandese e quindi i migliori suoi uomini, i quali ne avrebbero forgiato la struttura politica, sociale e culturale, cementando in un sol blocco tutti i piccoli staterelli e città indipendenti di cui si componeva la Thailandia o Sìam nei secoli precedenti.
Già abbiamo visto come due di quei grandi uomini Méng Rài e Rà ma Kam-hèng discendenti da quel regno e divenuti rispettivamente re di Lan Na Thaì e di Sukhò Thai, siano giunti sul punto di realizzare quel sogno e quel progetto, ma che i loro inetti discendenti lo abbiano lasciato cadere nel nulla di fatto.
Con il regno di Aiùtthaià sorgeranno finalmente gli uomini che porteranno a compimento definitivo tale impresa e faranno del Siam o Thailandia uno dei più grandi Stati d’Oriente di quel tempo.
Il lettore ricorderà che dalla città di Fang (data alle fiamme e ridotta in cenere da un’invasione nemica) era fuggito, novello Enea, il principe Ciài Sirì che la governava e andò a rifugiarsi, con la sua gente superstite, a Phèp, nei pressi di Kamphèng Phét. E mentre un suo parente si fermò in quei paraggi non lontano da Sukhòthai, egli proseguì verso il sud, nel cuore del regno Mon Thavàravadì e si stabilì a U Thong presso Suphàn Burì, dove un suo discendente sposò la figlia di Phaià U Thong, re di quella città e stato vassallo, prendendo anch’egli il nome del suocero, prima di principe e poi di re U Thong. Dopo qual che tempo, in quel territorio, scoppiò un’epidemia di colera ed allora genero e suocero se ne andarono più a est e presero dimora sulla sponda destra del fiume Çiào Phraià di fronte alle rovine di un’antica città Lavà-Mon-Khamén chiamata Aiòtthaià (non Aiùtthaià). Quindi passarono sull’altra sponda e fondarono, accanto a quelle rovine, una nuova città che chiamarono Aiùtthaià, cambiando la “o” del primo nome nella “u” del secondo. (Tav. VI)
E’ da notare che il regno di U Thong era sorto da parecchi secoli per opera dei Mon e dei Thai immigrati che lo tennero indipendente fino a quando, ora i Birmani e ora i Khamén non lo sottomisero e ridussero in stato di vassallaggio. Negli ultimi anni però, sotto la guida di Phaià U Thong, il suocero del futuro fondatore di Aiùtthaià, esso non solo si era riscattato dalla servitù dei Khamén, ma si era sviluppato in estensione e potenza tanto da poter far fronte a tutti i nemici della Thailandia. Di comune accordo infatti col re di Sukhò Thai, Ràma Kam-hèng, al quale aveva dato man forte a cacciare i Khamén da tutta la valle del fiume Çiào Phraià, aveva esteso il suo controllo su tutta la Thailandia meridionale fino in fondo alla Penisola di Malacca. Anzi, alla morte di quel grande re, cominciò a far sentire la sua influenza sullo stesso regno di Sukhò Thai che, come abbiamo visto, andava ormai declinando.
Phaià U Thong morì nel 1347 ed ebbe per successore il genero che, conosciuto anch’egli col nome di U Thong, divenne poi il fondatore di Aiùtthaià e suo primo re col nome di Ràma Thibodì I. Anche Ràma Thibodì I è da molti Thai ritenuto il primo re di tutta la Thailandia e Aiùtthaià la sua prima vera grande capitale.
Egli fu un re energico che non solo pose le basi del nuovo regno di Aiùtthaià, ma vi diede anche un forte impulso verso la sua futura grandezza, assorbendo lo stesso regno di Sukhò Thai, una volta così potente ma oramai traballante e destinato a divenire uno stato vassallo o provincia del nuovo regno thai. A governare questo regno vassallo Ràma Thibodì pose suo figlio Ràme Sùan assegnandogli però come sede Lop Burì, e non già Sukhòthai dove si susseguirono come governatori altri cinque discendenti di Ràma Kam-hèng col titolo ereditario di re, ma senza reali poteri. Finché, estinta la casata, il regno di Sukh6 Thai divenne una delle tante province della Thailandia.
Rinforzato a tale punto il suo regno da poter divenire padrone indiscusso di quasi tutta la Thailandia, Ràma Thibodì I dovette rimboccarsi le maniche e rifare tutto il lavoro di Ràma Kam-hèng e Méng Rài giacché, nel mezzo secolo di decadenza di Sukò Thai e di Lan Na Thai, gli ex dominatori e quindi acerrimi nemici della Thailandia, i Khamén-Cambogiani a oriente e i Mon-Birmani a occidente avevano tentato di riconquistare i loro perduti domini e c’erano in gran parte riusciti.
I Khamén o Cambogiani infatti avevano ripreso la loro capitale Angkòr Thòm e dichiarato l’intera Cambogia indipendente, mentre i Mon o Birmani (1) avevano conquistato e annesso alla Birmania quasi tutte le città del regno di Lan Na Thai, tanto faticosamente e pazientemente costruite una dopo l’altra dal re Méng Rài il Grande e avevano trasferito la capitale da Cìeng Sèn a Cìeng Mài.
1 D’ora in poi, per non ripetere i doppi nomi Mon-Birmani e Khamén-Cambogiani, faremo uso solo del secondo termine, dato che oramai quei due popoli Mon e Khamén, che avevano predominato nel passato, erano stati assorbiti o sopraffatti rispettivamente dai Birmani e dai Cambogiani ed avevano già assunto anche nella loro storia tale nuova denominazione.
Nel 1352 dunque Ràma Thibodì inviò suo figlio Ràme Sùan a sottomettere nuovamente la Cambogia. Ma il giovane principe, del tutto inesperto in campagne del genere, fu improvvisamente attaccato e messo in rotta dai Cambogiani prima ancora che giungesse alla capitale Angkòr Thòm e a stento riuscì a porsi in salvo con le truppe decimate. La notizia causò grande costernazione ad Aiùtthaià e Ràma Thibodì si affrettò ad inviare un nuovo esercito al comando del cognato Phaià Pha Ngùa. Questi giunto in tempo a salvare il resto dell’esercito thai in ritirata attaccò subito i Cambogiani, li sconfisse e pose l’assedio alla capitale Angkòr Thòm che dopo un anno dovette arrendersi.
Secondo lo storico thai Phra Borihàn Thép Thani Io stesso re Ràma Thibodì avrebbe preso parte all’ultima fase della campagna, ma la notizia è da altri ritenuta infondata.
Fatto sta invece che Angkòr Thòm fu messa a sacco dai Thai, la sua popolazione (si dice 90.000 persone) deportata in massa e al posto del re cambogiano, morto durante l’assedio, fu messo il figlio di Ràma Thibodì, il principe Pàsat, quale governatore o re vassallo di Aiùtthaià.
Ritornato nella capitale Ràma Thibodì I marciò verso il nord per conquistare e sottomettere tutte quelle città. Ma la sua impresa su questo fronte riuscì solo in parte e dovette accontentarsi della sottomissione di numerose città minori del Lan Na Thai mentre Cìeng Mài la sua capitale, governata, come abbiamo detto, da un re thai per discendenza, oppose la più dura resistenza e si mantenne indipendente frustrando la sua viva speranza di poter raggiungere la completa e sognata unità nazionale dei Thai.
E, strano a dirsi, la città o piccolo regno che più d’ogni altro ostacolò caparbiamente l’unità nazionale thai fu proprio Cìeng Mài, la prima grande capitale thai fondata dal re Méng Rài il Grande e che avrebbe dovuto essere di buon esempio e sprone a tutte le altre città minori nel raggiungimento del grande ideale nazionale. Ma la vanità e la gelosia di essere sopraffatta o ridotta in un posto di secondo ordine nel contesto nazionale, l’ha purtroppo spinta a tale pazzia con grave pregiudizio della sua stessa sicurezza per cui più volte fu preda e vittima dei nemici limitrofi, soprattutto i Lao e i Birmani, che la ridussero allo stato di vassallaggio. E ci vollero addirittura alcuni secoli prima di poterla unire definitivamente al Regno della Thailandia o Siam.
Il re Ràma Thibodì I aveva comunque fatto del Siam già una grande potenza. E ci stupisce come mai la Potente Cina abbia permesso il sorgere di un così forte regno senza intervenire. La politica infatti del Celeste Impero, come d’altronde quella di tutte le grandi potenze, era fondata sul famoso motto degli antichi Romani «dìvide et ìmpera». E Kublai Khan e i suoi successori avevano fatto di tutto per smembrare l’Impero Khamén nel Sudest Asiatico, incoraggiando gli stessi Thai a ribellarsi e a costituirsi in piccoli regni indipendenti. Non era però nei suoi piani la nascita e la formazione di un altro regno vasto e potente. Come si spiega dunque ciò? La ragione di questo momento d’oro che i Thai hanno saputo cogliere e sfruttare con tempestiva audacia è dovuta al fatto che i Mongoli in Cina erano nei guai e stavano perdendo potenza sotto l’incalzare di un’altra dinastia, quella dei Ming, che li avrebbe sopraffatti e sostituiti. È bastato quel breve periodo di transizione da una dinastia all’altra per dare ai Thai la magnifica occasione di mettere le basi della loro grande nazione. E lo seppero fare con tempestività e intelligenza. Appena infatti i Ming ebbero preso i pieni poteri del Celeste Impero i Thai cessarono ogni azione di conquista e si affrettarono ad inviare numerose ambasciate in Cina per fare atto di omaggio e quasi sottomissione onde accattivarsi la benevolenza e l’amicizia dei nuovi imperatori che, trovandosi davanti al fatto compiuto, e a persone così a modo, dovettero riconoscere il nuovo grande Regno del Siam. In diplomazia i Thai sono sempre stati imbattibili.
E così il Regno del Siam o Thailandia era fatto. Aiùtthaià ne era la sua grande capitale e Ràma Thibodì il suo primo re. Ma anche qui era il caso di dire, come da noi nel secolo scorso, la Thailandia è fatta ma ora bisogna fare i Thai.. I Thai a dire il vero c’erano belli e fatti e prosperavano numerosissimi in tutta la Penisola d’Oro, ma erano purtroppo tenuti in continua discordia dai soliti ambiziosi reucci, principi e signorotti che preferivano essere, come Cesare, primi in un villaggio che secondi in Roma o in una grande nazione. E ci volle purtroppo ancora del tempo prima di ottenere la completa e totale unità nazionale del Siam o Thailandia. E Cìeng Mài sarà l’esempio più classico e lampante di questa discordia o antagonismo nazionale.
Ràma Thibodì I fu anche un ottimo legislatore e promulgò il primo Codice che la Storia della Thailandia ricordi. Esso tuttavia non è altro che una raccolta di leggi e usanze già esistenti da secoli e millenni nel contesto sociale thai e in pieno vigore nel regno di Nan Çiào, probabilmente anche scritte in caratteri cinesi. Fu successivamente modificato sulla base del Codice Manu indiano, ma ha sempre mantenuto i principi basilari delle leggi e costumi thai fino alla seconda metà del XIX secolo quando il re Çiulà Longkòn lo sostituì completamente con una moderna legislazione di carattere occidentale.
Alla morte di Ràma Thibodì I avvenuta nel 1369 salì al trono il figlio Ràme Sùan. Ma a causa della sua impopolarità dovuta probabilmente all’insuccesso della sua campagna in Cambogia e a numerose sedizioni scoppiate nella capitale e in altre città che non riusciva a domare, dopo solo un anno di regno, abdicò in favore dello zio Phaià Pha Ngùa, cognato di Ràma Thibodì I, invitto condottiero della Campagna di Cambogia e di altre spedizioni militari.
Phaià Pha Ngùa salì dunque al trono di Aiùtthaià nel 1370 col nome di Boròmaràcià I (1370-1388). Durante la prima metà del suo regno il nuovo re ebbe non poco da fare per imporre la sovranità sua e di Aiùtthaià sulla zona settentrionale del corso del fiume Ciào Phraià; e particolarmente su Sukhòthaj che tendeva a rivendicare la sua indipendenza e su Cìeng Mài che aveva preferito diventare un regno vassallo dei Birmanj piuttosto che unirsi alla madre patria.
Nel 1371 Boròmaràcià I compì varie spedizioni al nord conquistando e sottomettendo parecchie città. Spedizioni che divennero abituali di anno in anno finché nel 1378 sottomise definitivamente il regno di Sukhòthai e annesse tutti i suoi distretti al regno di Aiùtthaià.
Rimaneva sempre Cìeng Mài, che fiera della sua indipendenza e priorità storica opponeva e continuerà a opporre, come abbiamo già detto, una caparbia resistenza per secoli, da fare concorrenza alla famosa guerra dei cent’anni tra la Francia e l’Inghilterra. È assolutamente impossibile raccogliere nel breve spazio del nostro racconto anche solo una parte delle vicende, lotte e guerre tra le due città rivali. Dovremo accontentarci di accennarne solo qualcuna delle più importanti a mano a mano che ci capiteranno durante i resoconti dei vari re di Aiutthaià.
Causa immediata della ripresa delle ostilità era solitamente la successione al trono di Cìeng Mài, contesa fra due pretendenti. Ed è ciò che avvenne anche nel 1387 allorché Sèn Mùang Ma, un ragazzo di 14 anni, salì sul trono di Cìeng Mài e un suo zio pensò subito di detronizzarlo chiedendo lui stesso l’aiuto e l’intervento del re di Aiùtthaià. Boròmaràcià non aspettava di meglio per poter finalmente ridurre alla ragione l’ostinata città ribelle. Partì dunque con un forte contingente di truppe verso il nord, ma fu sconfitto dall’esercito di Cìeng Mài al villaggio Sèn Sanùk e dovette battere in ritirata. Quella battaglia rimase famosa nelle Cronache di Cìeng Mài per l’inaspettata ed eroica bravura dimostrata dalla principessa Nang Mùang, che nonostante fosse in avanzato stato di gravidanza, volle prendere parte al combattimento vestita da uomo e assisa sul suo elefante da guerra. I cittadini di Cìeng Mài furono fieri di chiamare il figlio, che diede poco dopo alla luce, col nome di Principe Coraggioso fin dal seno materno (Çiao Klà Tè Thong).
Alla morte di Boròmaràcià I, avvenuta nel 1388, suo figlio Thong Lan tentò di usurpare il trono al legittimo successore Ràme Sùan. Ma questi precipitatosi da Lop Burì ad Aiùtthaià, depose l’usurpatore, dopo solo dieci giorni di regno, lo mise a morte e salì sul trono conservando il suo nome anche da re (1388-1395). Sua precisa intenzione era quella di riprendere la politica di espansione e consolidamento del nuovo grande regno del Siam iniziato dal padre Ramà Thibodì I e consolidato dallo zio Boròmaràcià I, combattendo non solo i nemici esterni ma anche quelli interni. E tra questi il più acerrimo era sempre Cìeng Mài. Sua prima mossa fu quindi una grossa spedizione al nord.
Senonché una sortita degli astuti Cambogiani che volevano approfittare della sua lontananza dalla capitale per saccheggiare alcune città thai ai confini sudorientali, lo fecero recedere dal suo proposito e ritornare precipitosamente verso il sudest a dare ai Cambogiani una ben meritata lezione una volta per tutte, e prendersi una rivincita dello smacco subito anni addietro quando era ancora un principe imberbe. In men che non si dica, giunse difilato fin sotto le mura di Angkòr Thòm, loro capitale e la strinse d’assedio. I Cambogiani opposero una accanita e lunga resistenza e cedettero soltanto per il tradimento di alcuni generali simpatizzanti per i Thai che apersero loro le porte della città; ma ciò non toglie nulla al coraggio e bravura del nuovo condottiero che lavò così l’onta subita da ragazzo inesperto.
Il re dei Cambogiani Kodom Bong o Thammasòka, caduto prigioniero, fu subito fatto decapitare. E Ràme Sùan venne in possesso di tutto il suo tesoro, comprese le famose insegne regali dell’Impero Khamén che erano gelosamente e superstiziosamente custodite come i simboli più preziosi e sacri dell’impero e già più volte messe in salvo dalle razzie dei Thai; perse le quali i Khamén superstiti si sentirono fatalmente perduti. E infatti questa fu la loro vera fine e da allora in poi essi scomparvero col loro nome quasi nel nulla, assorbiti e mutati in una nuova nazione, la Cambogia.
Ràme Sùan lasciò una grossa guarnigione a presidio non solo della capitale ma anche di ogni singola città importante e per maggior sicurezza portò via gran parte della popolazione, particolarmente di razza e tendenza Khamén, sostituendola con quella thai dei confini. I Khamén o Cambogiani deportati furono adibiti ai giganteschi lavori di ampliamento e abbellimento di Aiùtthaià.
Questa campagna dei Thai in Cambogia segnò anche il destino della vecchia capitale Khamén Angkòr Thòm che doveva giungere fino a noi in un cumulo di rovine. Essa infatti, pur essendo stata ricostruita, subito dopo, fu definitivamente abbandonata, alcuni decenni più tardi, dai Cambogiani che trasferirono la loro capitale a Phnòm Péng.
Ritenevano infatti che Angkòr Thòm fosse ormai troppo vicina ai confini thai e quindi troppo esposta ai loro attacchi. La scomparsa di Angkòr Thòm e la nascita della nuova capitale Phnòm Péng segnarono a loro volta l’inizio della nuova e moderna Cambogia.
I Cambogiani naturalmente non desistettero dalla lotta contro i Thai per la loro indipendenza. Ma questi riuscirono a tenerli come vassalli per lungo tempo ancora e quindi sentendosi sicuri su questo fronte passarono all’attacco su quello di Cìeng Mài. Le Cronache siamesi Ponsavadan assegnano a Ràme Sùan anche la conquista e sottomissione di Cìeng Mài, ma pare, secondo lo storico Wood, che la notizia sia apocrifa.
Ciò che successe veramente in quel lasso di tempo, fu che il re di Cìeng Mài, col pretesto di aiutare Sukhòthai a riscattare la sua indipendenza, abbia condotto colà un esercito di mercenari Lao. Ma il re Sai Lùthai di Sukhòthai rendendosi conto che il vero scopo di Cìeng Mài era di stendere il dominio sul proprio regno e usarlo come base di attacco contro Aiùtthaià, cambiò improvvisamente tattica e cacciò lui stesso il re di Cìeng Mài dai suoi territori, senza neppure chiedere l’intervento di Ràme Sùan. Cìeng Mài comunque rimase tuttavia ancora libera e indipendente.
Il periodo che va dal 1395 al 1408 segna un vuoto nella storia della Thailandia. Vuoto che alcuni storici riempiono con un fantomatico re Ram-Ràcià, figlio di Ràme Sùan, di cui però non si sa nulla.
Nel 1408 fu deposto da una congiura di palazzo capeggiata da un figlio di Boròmaràcià I che salì al trono col nome di Intharàcià (1408- 1424). Gli unici eventi del suo regno degni di nota avvennero al nord a causa di due successioni contese. La prima ebbe luogo in Sukhòthai nel 1410 dove il re Intharàcià intervenne d’autorità e impose la sua decisione. La seconda invece avvenne l’anno seguente in Cìeng Mài in seguito alla morte del re Sèn Mùang Ma. Tre erano i pretendenti. Il re Intharàcià pensò fosse una buona occasione per sottomettere Cièng Mài ed inviò un grosso esercito condotto dal re di Sukhòthai (2).
2. Il lettore non dimentichi che, nonostante la sottomissione ad Aiùtthaià, i governatori di Sukhòthai conservarono ancora il titolo ereditario di re. E ciò avvenne anche per Cìeng Mài, alla sua caduta, ma solo molto più tardi.
Ma questi anziché marciare direttamente sulla Capitale del nord, deviò su Phaiào, altra celebre città antica e capitale di un piccolo regno thai indipendente e tentò di sottometterla. Ma Phaiào oppose la più fiera resistenza e respinse ogni attacco dell’esercito nazionale. All’esercito di Aiùtthaià non rimase allora altro che abbandonare l’impresa e riprendere la via di Cìeng Mài. Anche questa respinse ancora una volta tutti gli assalti delle truppe di Aiùtthaià che per rifarsi almeno in parte degli smacchi subiti puntarono su Cìeng Rài che dopo una breve resistenza cadde. Il comandante dell’esercito di Aiùtthaià, per salvare la faccia davanti al re Intharàcià, al quale doveva rendere conto della spedizione, razziò la città e deportò un gran numero di prigionieri ad Aiùtthaià.
Il re Intharàcià morì nel 1424 lasciando il trono a tre figli. Una lotta furibonda si accese tra i due maggiori per la successione. E il tentativo di risolvere la vertenza in un duello a dorso dei rispettivi elefanti si concluse in una tragedia. I due principi infatti furono contemporaneamente sbalzati dalle loro cavalcature e schiacciati sotto le zampe dei loro pesanti pachidermi.
Il trono passò quindi al terzogenito che fu proclamato re col nome Boròmaràcià II (1424-1448). Egli fu l’ultimo conquistatore della vecchia Angkòr Thòm che dopo questa distruzione fu completamente abbandonata dai Cambogiani i quali d’allora in poi stabilirono definitivamente la loro capitale a Phnòm Pén. La campagna del re thai in Cambogia non ebbe tuttavia i risultati che si aspettava. Non riuscì infatti a ridurre questo paese allo stato di vassallo e la sua spedizione si concluse in un nulla di fatto.
Le Cronache Cambogiane fanno menzione di ulteriori lotte, dopo un breve intervallo. Ma non risulta che i Thai abbiano conquistato alcun territorio nella battaglia avvenuta nel 1431-32. E anche nelle battaglie successive, pur restando l’iniziativa nelle mani dei Thai, non si ebbe alcun risultato pratico.
Boròmaràcià II ebbe invece il merito di unire definitivamente alla corona di Aiùtthaià il regno di Sukhò Thai. Alla morte infatti del suo ultimo re ereditario, egli pose suo figlio come governatore di tutto quel territorio, assegnandogli come sede la città di Phitsanulòk.
NeI 1442 una ennesima contesa per la successione al trono di Cìeng Mài offri al re dì Aiùtthaià l’opportunità di intervenire. Ma anche questa volta con esito negativo. L’esercito di Cìeng Mài infatti inflisse una dura sconfitta alle forze nazionali. Il re stesso Boròmaràcià si ammalò durante quella spedizione e, tornato alla capitale, poco dopo spirò.

CAPITOLO VIII


Re Boròm Trailòkanàt - Re Boròmaràcià III
Re Ràma Thibodì II - I Portoghesi conquistano Malacca
Re Boròmaràcià IV - Re Phra Ciài Ràcià
Regina Si Sudà Çìan
 

Al re Boròmaràcià II successe il figlio principe Ràme Sùan che salì sul trono col nome di Boròm Trailòkanàt, solitamente abbreviato in Trailòkanàt (1448-1488). Egli lasciò una forte impronta personale nel governo del suo Paese curando particolarmente il settore amministrativo in tutti i suoi aspetti. Il suo intendimento era quello di creare un sistema di amministrazione centralizzato e uniforme. Fino a quel tempo infatti i vari governi provinciali o regionali sfuggivano quasi completamente al controllo centrale. Ogni governatore, che era re o principe come abbiamo più volte accennato, faceva un po’ per conto suo senza rendere conto a nessuno se non in casi estremi di pericolo generale di guerre o di ribellioni. Cioè le province o regioni funzionavano in gran parte alla stessa maniera dei grandi feudi europei. Per poterli controllare era dunque necessario riorganizzare anzitutto l’amministrazione centrale istituendo dei dipartimenti con funzionari di discendenza reale in modo da poterli imporre ai governatori periferici, senza discapito del loro decoro, autorità e rango sociale ai quali gli Orientali ci tengono molto.
Fin allora i Re Thai si erano serviti per il governo del loro piccolo o grande regno di due soli Ministri e cioè: del Kalàhòm incaricato dell’esercito, del reclutamento, dell’equipaggiamento e tutto ciò che riguardava la guerra e la difesa del regno e del Phra Khlàng (corrotto dagli stranieri in Barkalon), che curava soprattutto gli affari esteri, il commercio, la marina mercantile, i porti, la riscossione delle tasse, dei dazi, ecc. Il Governo Centrale era dunque praticamente diviso in due soli Ministeri: quello della Guerra e quello degli Esteri, ma, come abbiamo accennato, con poteri molto più ampi e complessi di quelli attuali. E ciò forse poteva andar bene per uno stato piccolo; ma ora che i piccoli regni thai tendevano a diventare una grande nazione, tale sistema si dimostrava assolutamente inadeguato. Ecco dunque la necessità della riforma del re Trailòkanàt.
I due grandi Personaggi o Primi Ministri tipicamente thai del Kalàhòm e del Phra Khlàng continuarono tuttavia a sussistere quali braccio destro e braccio sinistro del Re. Ma ad essi furono affiancati altri Ministri a capo rispettivamente: del Ministero dell’Interno che curava in pratica l’ordine interno di tutto il Paese; del Ministero del Governo Locale che curava gli interessi della capitale e della sua provincia; del Ministero delle Finanze al quale era assegnato il controllo sui commerci, la riscossione delle tasse e dei dazi; del Ministero dell’Agricoltura responsabile della coltivazione, distribuzione e proprietà delle terre; e del Ministero della Real Casa incaricato della cura dei Palazzi Reali e dell’Amministrazione della Giustizia. L’amministrazione Militare, sotto il Kalàhòm, fu pure divisa in vari dipartimenti i cui capi erano assunti al rango di Ministri.
Questa fu, grosso modo, la struttura generale del Governo Centrale del Siam d’allora in poi e che rimase in vigore fino al XIX secolo. E a concorde testimonianza degli stessi storici stranieri il governo siamese di quel tempo fu, per la sua saggia distribuzione delle mansioni ed efficienza pratica, all’avanguardia di tutti i governi del Sudest Asiatico.
Altra riforma degna di nota del re Trailòkanàt fu certamente la regolamentazione o codificazione ufficiale del cosiddetto «sakdi na». Dai tempi più remoti, esisteva nel contesto sociale thai, il diritto e la consuetudine di avere un quantitativo di terra proporzionale alla condizione o grado sociale di ogni singolo cittadino. Trailòkanàt rielaborò l’intero sistema, stabilendo minuziosamente i vari gradi della scala sociale di tutto il popolo e assegnando a ognuno l’esatta misura di terra spettante. Il quantitativo variava da un equivalente di 4.000 acri (l’acro corrisponde a mq. 1600) per un Çiào Phraià (Principe) fino a 10 acri per un popolano di infimo grado sociale. Il sistema, che sopravvisse fino ai tempi più recenti, costituiva più che una semplice struttura e graduatoria sociale, anche una vera forma di stipendio e quindi di compenso del lavoro. Infatti per i funzionari dello Stato e ufficiali dell’Esercito, prima dell’introduzione degli stipendi governativi avvenuta nella seconda metà del XIX secolo, esso stabiliva i loro emolumenti, e ognuno riceveva un quantitativo di terra prescritto dal «sakdi na», la cui rendita si presumeva fosse sufficiente a viverci sopra decorosamente secondo il proprio grado.
Anche nei tribunali le ammende e le condanne venivano stabilite proporzionalmente al grado sociale stabilito dal «sakdi na». Il «sakdi na» era articolato in modo tale che i sudditi appartenenti ai gradi minimi della scala sociale, data la grande fertilità della terra dell’Asia tropicale, non soffrissero indigenza di cibo, ma ne avessero in abbondanza.
Il «Kòt Monthìen Bàn» o Codice di Palazzo, uscito nel 1450, fu una ulteriore e dettagliata raccolta di leggi di questo re Edoardo del Siam. E anche questo lavoro del Sovrano thai è stato più che altro una raccolta e registrazione di norme già esistenti anziché l’emanazione di nuove norme e leggi sociali. In esso vengono enumerati tutti gli stati tributari, definiti i vari gradi di parentela e di nobiltà della Corte, dalle regine e dai principi reali in giù; sono descritte le cerimonie, prescritte le attribuzioni di tutti i funzionari e fissate le punizioni relative. Vi è descritta minuziosamente per esempio la procedura da seguire nell’esecuzione capitale di un membro della famiglia reale che «doveva essere posto a morte mediante bastonatura con legno di sandalo e chiuso in un sacco di pelle di bue a tenuta perfetta in modo che non ci fosse spargimento di sangue, né profanazione del suo corpo che non poteva essere toccato da persone di rango inferiore».
lI regno di Trailòkanàt è passato alla storia anche per la sua costante e ininterrotta guerra contro Cìeng Mài. E fu quasi sempre il regno del nord che diede l’avvio alle ostilità. La guerra ebbe origine, anche questa volta, dal malcontento che serpeggiava in Sukhòthaì a seguito del suo definitivo incorporamento nel regno del Siam.
I nodi vennero al pettine particolarmente nel 1451 quando il governatore di Suvànkhalòk decise di diventare tributario di Cìeng Mài nella speranza di avere un valido appoggio nella ribellione contro Aiùtthaià. Il re di Cìeng Mài inviò immediatamente un esercito per prendere possesso di Sukhòthai, ma fu respinto. Un secondo esercito però inviato contro Kamphèng Phét riuscì a prendere la città.
L’improvvisa e inaspettata invasione dei territori di Cìeng Mài da parte delle truppe del re di Lùang Phrabàng (Lao), fece cessare le ostilità e per alcuni anni non vi furono altre mosse. Trailòkanàt non fu in grado di sfruttare l’occasione d’oro offertagli dal re del Lao, sferrando il colpo decisivo a Cìeng Mài, perché nel frattempo si era seriamente impegnato nella difesa dei territori della Penisola di Malacca. E ne fu anche ostacolato dallo scoppio improvviso di una epidemia di vaiolo in tutto il regno che decimò l’intera popolazione.
Ciò che sia successo in Malesia non si sa con certezza. Wood dice che la città di Malacca si era ribellata e che i Siamesi la presero nel 1455, ma non riuscirono a controllarla per lungo tempo.
Autore della ribellione fu il Sultano Mathufà Cià, meglio conosciuto come Ràcià Kasèm, che era insorto contro il dominio siamese col malcelato proposito di fare dell’intera Penisola di Malacca un Sultanato di religione Islamica completamente libero e indipendente. Ma il re del Siam era intervenuto energicamente e pur non essendo riuscito a sconfiggere il Sultano, né a riconquistare la città di Malacca dove il ribelle risiedeva, ristabilì ugualmente la sua sovranità sul resto della Penisola.
Di fronte all’energica reazione del re del Siam il Sultano Mathufà Cià, di lì a qualche tempo dovette desistere dal suo ardito progetto e venire a più miti pretese. E, come riferiscono testualmente le Cronache Malesi: «Il Sultano Mathufà Cià e il re del Siam si scambiarono ambasciate e regali e fecero la pace».
Nel 1460 è nuovamente il nord in rivolta e in disordine. Il Governatore di Savànkhalòk infatti era fuggito e passato al servizio del re di Cìeng Mài per incitarlo ancora una volta ad invadere il centro del Siam e ad abbattere la supremazia di Aiùtthaià. E l’anno seguente gli eserciti di Cìeng Mài presero Sukhòthai e posero l’assedio a Phitsanulòk. Ma un’invasione di Cinesi dallo Iun Nan costrinse il re di Cìeng Mài a battere immediatamente in ritirata e a correre in difesa dei suoi stessi territori, abbandonando l’impresa a metà.
Nel 1462 Aiùtthaià riprese Sukhòthai; ma Cìeng Mài rimase ancora libera e indipendente. Da questo ennesimo tentativo di Cìeng Mài, appare comunque evidente quanto abbiamo più volte asserito, che cioè l’antica e superba capitale del Lan Na Thai, memore del suo glorioso passato, non solo si rifiutava decisamente di sottomettersi ad un’altra città, sia pur ormai capitale di fatto e riconosciuta da tutti gli altri territori thai, ma addirittura tentava di diventare lei stessa capitale della Thailandia o Siam.
La sua posizione geografica però rispetto a tutto il territorio thai le era decisamente sfavorevole. Troppo al nord e troppo lontana dai centro per poter esercitare un vero controllo su tutto il regno. Non è esagerato dire che Sukhòthai ed Aiùtthaià ebbero il successo che conosciamo proprio e soprattutto per questa loro strategica posizione. E anche in Italia, a suo tempo, si dovette abbandonare la bella Torino per Firenze e poi per Roma. E Torino per funzionalità di capitale non aveva nulla da invidiare alle altre due città italiane, anzi ne era superiore; ma era purtroppo fuori mano come si suol dire, e dovette cedere.
La continua minaccia di Cìeng Mài costrinse il re Trailòkanàt a trasferire il suo Quartier Generale da Aiùtthaià a Phitsanulòk nel 1463; e quella città divenne a tutti gli effetti pratici la sua capitale durante il resto del suo regno.
Subito dopo questo trasferimento della capitale, Cìeng Mài sferrò un terzo attacco contro Sukhòthai. Fu però decisamente respinto e le truppe nazionali incalzarono i nemici in ritirata sino a Doi Ba dove questi ultimi si arrestarono improvvisamente e opposero una dura resistenza. La battaglia fu combattuta al chiar di luna e le truppe di Aiùtthaià furono obbligate a ripiegare. Fece quindi seguito qualche anno di pace.
Nell’intervallo il re Trailòkanàt ricevette la tonsura di bonzo ed entrò in un monastero per qualche tempo. Nel suo ritiro escogitò di indebolire Cìeng Mài con quella che i Thai chiamano magìa nera, ma che in realtà era né più né meno che azione di sabotaggio. Nel 1467 inviò infatti un bonzo birmano a seminare discordia alla corte di Cìeng Mài. L’anno dopo fece seguire a questo un’ambasceria capeggiata da un bramano Khamén, con lo stesso scopo.
Molte disgrazie invero furono causate da quegli emissari a Cìeng Mài, giacché le loro calunnie e maldicenze causarono la condanna a morte del primogenito del re e di un fedele ministro, su false accuse naturalmente. Ma le malefatte del bramano e del bonzo suscitarono presto dei sospetti; il loro complotto fu scoperto ed entrambi furono affogati in un fiume con pietre legate ai piedi; morte ignominiosa che i Thai riservavano alle condanne più infamanti,
La guerra fu ripresa nel 1494 e continuò ininterrottamente e senza risultati per tutto il seguente quarto di secolo.
Poco prima della sua morte il re Trailòkanàt prese un’altra decisione assai importante e quasi rivoluzionaria, creando suo figlio, il Principe Ciài Cetthà, secondo re o viceré (Uparàt in thai) 2.
2 Al Mahà Uparàt, viceré o secondo re, erano attribuite alcune delle prerogative della stessa regalità e dieci volte l’ammontare della terra assegnata al più alto funzionario o principe del regno. Solitamente la carica veniva assegnata al figlio primogenito o al fratello del re. Tale titolo corrisponde al nostro Principe Ereditario, ma con funzioni molto più reali e pratiche. La consuetudine del viceré o secondo re è di origine indiana e si diffuse su tutto il Sudest Asiatico, dalla Birmania alla Malesia, dal Lao alla Cambogia e alla Thailandia, a seguito dell’influenza politico-religiosa esercitata dall’India in quei Paesi.
L’istituzione del viceré esisteva da secoli nel costume thai. Ma la novità della decisione del re Trailòkanàt sta nel fatto della sua dichiarazione ufficiale e nella scelta del figlio minore che risiedeva con lui a Phitsanulòk, anziché del figlio maggiore che risiedeva ad Aiùtthaià.
Ciò fece pensare che, alla sua morte, Trailòkanàt volesse dividere l’Amministrazione del Regno tra le due capitali: Phitsanulòk e Aiùtthaià.
Egli invece morì senza lasciare precise disposizioni; e giacché nel Costume thai prevaleva la consuetudine di assegnare la successione al trono al primogenito, i nobili e la corte proclamarono il reggente di Aiùtthaià loro re e lasciarono Ciài Cetthà come viceré a Phitsanulòk.
Il nuovo re è conosciuto nella Storia Thai col nome di Boròmaràcià III. Egli restituì immediatamente tutte le prerogative e funzioni di capitale ad Aiùtthaià. E di lui non sappiamo altro giacché, dopo solo tre anni di regno morì nel 1491.
A lui successe il fratello minore Ciài Cetthà che prese il nome di Ràma Thibodì II (1491-1529). Il suo regno è segnato da un evento assai importante e straordinario non solo per la Thailandia, ma anche per tutto l’Oriente. L’arrivo degli Europei.
A dire il vero la loro comparsa in Oriente era già stata anticipata dai nostri celebri veneziani Polo, alcuni secoli addietro; ma questi erano giunti colà in forma quasi privata e potremmo dire turistico-culturale o avventuriera, alla Mauri dei nostri giorni. Erano stati preceduti anche da qualche missionario diretto in Cina per lo più via terra e quasi mai via mare.
Dopo le ardimentose imprese di Cristoforo Colombo prima, che ruppe l’incanto delle colonne d’Ercole e, sfidando l’ignoto, giunse nelle supposte Indie (poi chiamate Americhe) e quindi degli altri coraggiosi navigatori che nel corso di pochi decenni, fecero il giro del mondo, come Magellano che attraverso lo stretto omonimo doppiò l’America del Sud portandosi dall’Oceano Atlantico al Pacifico e di Vasco di Gama che circumnavigando tutta l’Africa raggiunse le vere Indie, gli Europei cominciarono a giungere nell’Estremo Oriente non più alla spicciolata, ma a gran frotte.
Ebbene, una di queste spedizioni portoghesi approdò anche sulle coste della Penisola di Malacca che allora apparteneva alla Thailandia, la quale però, avendo la capitale troppo lontana ed essendo impegnata in altre imprese che bene conosciamo, non vi esercitava un vero e conveniente controllo e governo, che era lasciato ai capi dei vari staterelli vassalli, di cui si componeva. I Portoghesi ne approfittarono e non esitarono, con la complicità di qualche sultano locale, completamente diverso per razza e religione dai Thai, a prenderne possesso, riservandosi poi di inviare una pomposa ambasciata alla corte di Aiùtthaià per giustificare e far ratificare la loro impresa piratesca. (3)
3 Certamente i Portoghesi debbono aver avuto sentore dei poco buoni rapporti che esistevano tra il Sultano Mathufà Cià e il re del Siam e puntarono decisamente su Malacca.
Nel 1511 giunse così alla corte di Aiùtthaià il portoghese Duarte Fernandez inviato dall’Ammiraglio Don Alfonso de Albuquerque ad annunciare la conquista fatta della città di Malacca. Il re del Siam un po’ stupefatto dalla presenza di quelle strane persone, sfarzosamente vestite, mai viste prima e provenienti da paesi tanto lontani, un po’ compiaciuto forse di essere il primo a stringere amicizia con loro, ma soprattutto allettato dai cannoni e da altre armi da fuoco che i Portoghesi gli offrivano come contropartita, fece buon viso a cattivo gioco ed accettò il fatto compiuto. (4)
4 Né deve essere dispiaciuto al Re del Siam di sostituire coi Portoghesi i successori del Sultano Mathufà Cià, che tanto filo da torcere aveva dato a suo padre e certamente avrebbe avuto anch’egli per l’avvenire con nuove ribellioni e tentativi di indipendenza. Persa per persa dunque Malacca, tanto valeva la pena scambiarla o cederla a chi gli dava maggiori garanzie e vantaggi.
I Portoghesi infatti, in cambio della cessione di Malacca, bisogna riconoscerlo, d’allora in poi rimasero sempre a fianco dei Thai da buoni alleati e li aiutarono, con le loro potenti armi da fuoco, in varie imprese guerriere anche contro gli stessi Europei. Ma ne fecero particolarmente uso contro i Birmani, i più acerrimi nemici della Thailandia e la cui ostilità doveva durare parecchi secoli. Il Siam, nonostante questa perdita, conservava ancora, durante questo suo primo periodo di Aiùtthaià, un vasto dominio quasi da Impero, da Cìeng Mài a Singapore, dalla Cambogia alla Birmania. Ciò che le mancava invece era la solidità e compattezza di una vera nazione. In essa infatti persistevano piccoli regni semi-indipendenti o indipendenti e soprattutto la mentalità dei signorotti o reucci da medioevo che non comprendevano i tempi e la necessità dell’unione nazionale.
E poco o nulla era valsa la stessa riforma di accentramento amministrativo del re Trailòkanàt che, se aveva eliminato apparentemente le divisioni provinciali e regionali, non era certamente riuscito a cambiare di punto in bianco la mentalità dei principi e reucci dei vari staterelli. Si sa che per cambiare le idee agli uomini ci vogliono generazioni e secoli; e anche per la Thailandia c’è voluto il suo tempo. Purtroppo noteremo ancora questo fenomeno provinciale o campanilistico che, pur non avendo agito da vero elemento disgregatore, fu indubbiamente una remora e un freno all’unione nazionale. E lo constateremo soprattutto nella guerra contro i Birmani; guerra decisiva per la vita e per la morte non solo di Aìutthaià, ma dell’intero Siam.
Ma non anticipiamo i tempi e ritorniamo al nostro re Ràma Thibodì II che si trovava nuovamente nei guai con Cìeng Mài a causa di un Principe della sua stessa Casa Reale che si era fatto bonzo in una pagoda di quella città e, approfittando di una breve licenza per visitare la madre inferma, aveva trafugato una preziosa statua di Budda detta Phra Sihìng, e l’aveva portata ad Aiùtthaià forse allo scopo o nella speranza di ottenere la guarigione della madre. Il raro simulacro era ritenuto, tra l’altro, come un simbolo nazionale e garanzia di sicurezza e perciò appena il re di Cìeng Mài venne a sapere dell’accaduto invase immediatamente con le sue truppe i territori di Aiùtthaià chiedendo l’immediata restituzione della statua. E Ràma Thibodì II, per evitare danni maggiori, intervenne di persona e fece restituire il Phra Sihìng al re di Cìeng Mài.
Cìeng Mài non desistette tuttavia dal procurare altre noie ad Aiùtthaià e dopo due tentativi falliti, nel 1513 compì una spedizione in grande stile contro Sukhòthai mettendola a sacco e portando via un gran numero di prigionieri e un grosso bottino. Due anni dopo ripeté l’impresa e vi riuscì occupando Sukhòthai e Phitsanulòk. Ma poco dopo fu ricacciata dagli eserciti di Aiùtthaià che le inflisse una dura sconfitta sulle sponde del fiume Mè Van. Alla vista di tanta audacia e in considerazione della crescente potenza dei nemici, Ràma Thibodì II decise di ristrutturare e rafforzare le forze armate introducendo il servizio militare obbligatorio. Il regno fu diviso in tanti distretti militari, a loro volta suddivisi in centri minori di reclutamento, ai quali dovevano fare capo tutti gli uomini validi dai 18 anni in su e correre in caso di chiamata.
Ràma Thibodì II morì nel 1529 e gli successe il figlio Principe Athìtiavòng che prese il nome di Boròmaràcià IV (1529-1534). Egli, per prima cosa, stipulò un trattato di pace con Cìeng Mài e per alcuni anni vi fu una pausa di respiro in quell’interminabile guerra. Ebbe tuttavia la sventura di morire poco dopo di vaiolo e di lasciare il trono al figlio (Ratsada), ancora in tenera età, causando torbidi alla corte per la successione e mettendo quindi in grave pericolo la sicurezza del Regno.
Infatti il fratellastro, Principe Phrà Ciài usurpò il trono al legittimo erede mettendolo a morte senza pietà e riguardo della sua tenera età di cinque anni.
Divenne re col nome di Phra Ciài Ràcià ed ebbe subito a che fare coi Birmani i quali (sotto la guida del loro grande re Tabèng Ciavéti che da poco aveva sottomesso i Thai Ciàn, gli Arakanesi e i Mon e fatto della Birmania una grande e forte nazione moderna) avevano deciso di riconquistare gli antichi possedimenti o regni dei Mon in territorio thailandese. Oltrepassati infatti, nel 1538, i confini del Siam si erano già impossessati di Cìeng Kran e si disponevano a scendere verso il sud. Ciò naturalmente provocò le ire del nuovo re di Aiùtthaià che, partito come un fulmine, e con l’aiuto delle armi da fuoco dei mercenari portoghesi incorporati nel suo esercito, li ricacciò immediatamente. Ma questa fu la scintilla dell’immane incendio o guerra che scoppiò tra i due fieri contendenti e che doveva durare ben due secoli e decidere della vita e della morte di uno dei due.
Il re Phra Ciài Ràcià tuttavia, inconscio di ciò che doveva seguire e incoraggiato dalla strepitosa vittoria ottenuta, tentò allora di prendere Cìeng Mài che con la sua assurdamente ostile e ambigua politica costituiva per la sicurezza della Thailandia un pericolo più grave degli stessi Birmani. Ma la furba vecchia volpe giocò questa volta d’astuzia e riuscì a liberarsi nuovamente dagli eserciti di Aiùtthaià. La principessa Çirà Phaphà infatti che governava la città come vassalla dei Birmani, vistasi impotente dinanzi alle forze superiori di Aiùtthaià e senza l’aiuto degli alleati Birmani che erano stati sconfitti, fece buon viso a cattivo gioco e, aperte le porte della città, accolse il re Phrà Ciài Ràcià nel migliore dei modi come un vecchio amico e liberatore.
Di fronte a tale inaspettata accoglienza il re di Aiùtthaià rimase non solo sorpreso ma letteralmente disarmato. Non mosse quindi un dito per prendere la città con la forza e consegnarla ai suoi generali, ma soddisfatto delle calorose promesse e assicurazioni di sudditanza dell’astuta donna, si ritirò con tutte le sue truppe, lasciando la città nelle mani della principessa che avrebbe dovuto governarla come vassalla di Aiùtthaià. Cìeng Mài era dunque finalmente caduta e faceva parte anche lei del regno thai. Ma purtroppo solo apparentemente e per ben poco tempo.
Il re Phra Ciài Ràcià intanto poco dopo il suo ritorno alla capitale, morì quasi improvvisamente lasciando anch’egli due figli in tenera età. Il primo, principe Iòt Fà di 12 anni e il secondo principe Si Silpa (Si Sin) di 5. E ciò causò altre serie difficoltà alla corte con tragiche conseguenze.
La madre dei due principi infatti, regina Si Sudà Çiàn assunse momentaneamente il governo del regno come Reggente per il figlio primogenito principe Iòt Fà, ancora minorenne. Ma nel frattempo la Regina si era innamorata del guardiano della torre del tempio, posta di fronte al palazzo reale, certo Phan Bùt Si Thép. Per sanare la situazione, giacché era rigorosamente vietato dal costume thai il matrimonio e tanto più una relazione irregolare tra una persona di sangue reale e un popolano, la Regina Madre promosse sull’istante il guardiano al rango di nobile col titolo di Khun Cinaràt e lo fece passare al suo servizio nel palazzo reale. Una storia di Cenerentola al rovescio.
Poi radunò i nobili del regno e prospettando loro il grave pericolo in cui si trovava la nazione, continuamente minacciata dai Birmani, mentre suo figlio era ancora troppo piccolo per potersi assumere la responsabilità del governo e lei una donna debole per poterlo sostituire, propose loro di eleggere re Khun Cinaràt, come l’uomo più adatto a tale incarico.
I nobili, che conoscevano per filo e per segno tutta la scandalosa vicenda, pur con riluttanza e sdegno, si guardarono bene dall’opporsi alla proposta e capriccio della Regina. E così Khun Cinaràt divenne di punto in bianco da semplice guardiano a re di Aiùtthaià col nome di Voravòng Sathiràt. Il principe Iòt Fà, legittimo erede, per tema che creasse difficoltà, fu prima allontanato dal palazzo reale e poi crudelmente fatto scomparire.
Intanto la Regina dava alla luce una bambina, frutto della sua relazione con l’ex guardiano ed attuale re. Ma i nobili non poterono sopportare più a lungo una simile vergognosa situazione e, amareggiati soprattutto per la crudele e inumana fine inflitta al principe ereditario Iòt Fà, decisero di sbarazzarsi dei due indegni sovrani. E col pretesto di mostrare alle loro Maestà un elefante bianco, da poco catturato e che volevano offrire in dono alla neonata come portafortuna, li attirarono tutti e tre in una imboscata e li trucidarono senza pietà.
Quindi invitarono un altro principe di nome Thìen Ràcià, che si era fatto bonzo, a salire sul trono.

 

CAPITOLO IX
Re Mahà Çiàkraphàt - Invasioni birmane - Re Mahìn
Prima caduta di Aiùtthaià nelle mani dei Birmani

 

Il Principe Thìen Ràcià dunque, lasciato il monastero nel quale s’era fatto bonzo, salì sul trono del Siam prendendo il nome di Mahà Çiàkraphàt e regnò dal 1548 al 1569.
Suo primo dovere fu quello di ricompensare, con titoli ed emolumenti, i nobili che l’avevano invitato a salire sul trono. Primo fra tutti Khun Pirén Thorathép che capeggiò la congiura di palazzo, al quale diede una sua figlia in sposa e lo nominò Principe Mahà Thammaràcià, Governatore di Phitsanulòk. Questi d’altronde era già di stirpe reale quale discendente, da parte del padre, del re di Sukhòthai, e, da parte di madre, dal re Phra Ciài Ràcià e quindi più di ogni altro era indignato contro il popolano salito sul trono.
Questi disordini e congiure di palazzo offrirono logicamente al re dei Birmani Tabéng Ciavéti un’occasione più che propizia per ritentare l’impresa della conquista non solo delle città confinanti ma di attaccare addirittura la stessa capitale Aiùtthaià. Il re Çiàkraphàt si mostrò tuttavia forte e deciso ad affrontarlo con un buon esercito, già pronto e sul piede di guerra.
La prima grande invasione dei Birmani ebbe inizio nel 1548 e Tabéng Ciavéti, con un enorme esercito di fanti, cavalli, elefanti e carri entrò in Thailandia per il Passo delle Tre Pagode; scese a Kan Burì, passò a Suphàn Burì, senza incontrare alcuna resistenza ed entrò nella valle del fiume Çiào Phraià fino a Lumphlì, dove si accampò quasi sotto le mura di Aiùtthaià.
Il re Mahà Çiàkraphàt uscì allora con il suo esercito ad incontrare il nemico fuori dalle mura, a dorso del suo elefante, accompagnato dalla regina Surì-iòthai che, degna consorte, volle essergli al fianco nel bene e nel male. Durante la battaglia, in un corpo a corpo tra il re thai e un generale birmano, Mahà Çiàkraphàt perdette l’equilibrio e fu sul punto di essere colpito dalla spada dell’avversario, senonché, in quel preciso istante, la coraggiosa regina si buttò istintivamente in sua difesa facendogli scudo col proprio corpo. E purtroppo il micidiale fendente, destinato al re, cadde invece su di lei colpendola a morte sul colpo.
I suoi due figli, principi Mahìn e Ràme Sùan, si buttarono allora con impeto nella mischia in aiuto degli augusti genitori e giunsero in tempo a cacciare il nemico ed a sottrarre alla sua brutalità il corpo inanimato dell’eroica madre e portare in salvo il padre. La battaglia riprese e continuò per vari giorni con gravi perdite da ambo le parti. Più volte i Bimani tentarono la scalata delle mura della capitale thailandese, ma invano, anche per la presenza e l’aiuto dei Portoghesi che coi loro micidiali cannoni posti sugli spalti e nei punti più strategici della città seminavano terrore e morte tra i nemici non avvezzi a tali armi.
Le provviste degli assalitori inoltre cominciavano ormai a scemare e stavano per essere ridotti alla fame; e per buona sorte dei Thai, stava per sopraggiungere, in loro aiuto il principe Mahà Thammaràcià con un grosso contingente di truppe fresche raccolte nella sua città di Phitsanulòk e nelle province vicine. Al re della Birmania Tabéng Ciavéti, per non essere accerchiato e annientato, non rimase pertanto altro che battere in ritirata, non però per la via dalla quale era venuto, che era stata spogliata di tutti i viveri e foraggi dalle sue orde d’uomini e animali, ma per la via del nord. E ciò appunto per il motivo del foraggiamento. Aveva saputo infatti che l’esercito di Mahà Thammaràcià era ben provvisto di ogni sorta di viveri e foraggi; incontrandolo pertanto e affrontandolo sulla via del ritorno, separato e lontano da Aiùtthaià, avrebbe potuto facilmente batterlo e impadronirsi di tutte le sue salmerie e proseguire quindi tranquillamente il suo ritorno in patria saccheggiando indisturbato tutte le città che avesse incontrato successivamente sul suo cammino.
Intanto il re di Aiùtthaià, saputo dell’avvicinarsi di Mahà Thammaràcià e della fuga dei Birmani, inviò i suoi due figli Mahìn e Ràme Sùan a inseguirli nella speranza di prenderli alle spalle nel momento in cui avrebbero dato battaglia a Mahà Thammaràcià. Ma l’astuto re Tabéng
Ciavéti intuì la mossa e tese loro un agguato lasciando indietro un buon contingente di truppe che, ben celato nella foresta, lasciò passare i due principi col loro esercito e li chiuse alle spalle senza via di scampo.
I due principi fatti prigionieri furono portati alla presenza del re birmano che se ne servì quali preziosi ostaggi per imporre al re di Aiùtthaià condizioni di pace a tutto suo favore.
Tra queste vi era anche la richiesta di due elefanti bianchi. Si sa che gli elefanti bianchi erano ritenuti dai Thai e dai popoli limitrofi di un valore inestimabile perché rari e soprattutto perché si credeva, superstiziosamente ma seriamente, che avessero i più magici poteri di portafortuna. Soddisfatte tali condizioni, il re dei Birmani riprese indisturbato la via del ritorno in patria.
Nella città di Aiùtthaià intanto, la prima cosa di cui re e popolo si preoccuparono fu di dare solenni esequie, mediante cremazione secondo il costume thai, alla salma della defunta regina Surì-iòthai caduta così eroicamente per la salvezza non solo del re ma anche della patria. Sul posto, dove avvenne il fatto, fu innalzato un monumento sacrario chiamato Vat Savàn, le cui rovine sono giunte fino a noi.
Aiùtthaià ebbe così il suo battesimo di fuoco e la sua dura prova da parte dei più acerrimi nemici della Thailandia che tuttavia avrebbero potuto essere battuti se l’inganno e la sfortuna non avessero perseguitato i Thai.
Poco dopo il suo ritorno dalla spedizione contro Aiùtthaià, il re Tabéng Ciavéti morì e gli successe al trono nel 1551 il cognato Buréng Nong che, ancora più ardimentoso e fanatico del suo predecessore, nonché animato da una folle mania di grandezza ed espansionismo preparò una nuova invasione della Thailandia, deciso a sottometterla con tutti i suoi stati vassalli. Preparò quindi un esercito addirittura terrificante per quei tempi, composto di: 120.000 uomini, 18.000 cavalli e 8.500 elefanti. Se si pensa che un elefante ha la forza di un carro armato dei più pesanti, bisogna dire che solo in quest’ultima guerra si è superato tale potenza d’urto e di devastazione. Non solo, ma già allora gli elefanti venivano muniti di cannoni e altre armi da fuoco, anche se non automatiche nel senso moderno, per cui avevano poco da invidiare agli attuali mezzi di distruzione.
Ma se si erano preparati alla guerra i Birmani, i Thai non erano certamente rimasti con le mani in mano. Il re Mahà Çiàkraphàt infatti aveva fatto battere tutte le foreste a caccia del maggior numero possibile di elefanti e, guarda caso, in questa gigantesca caccia vennero catturati anche, nientemeno che, 7 elefanti bianchi. Numero mai raggiunto da nessun re nella storia thai. Tant’è vero che Mahà Çiàkraphàt è conosciuto anche col nome di «re dai sette elefanti bianchi». Malauguratamente però e contrariamente alla superstiziosa ma ferma credenza dei Thai che portassero fortuna alloro possessore, vedremo invece quante disgrazie abbiano rovesciato non solo sul re ma su tutto il Siam.
Proprio quei sette elefanti bianchi infatti cominciarono ad attirare l’attenzione e di conseguenza a stuzzicare le brame di possederli del re della Birmania, diventando il pomo della discordia, se ce ne fosse stato ancora bisogno, tra i due nemici.
Il re Buréng Nong non voleva essere da meno del re thai Çiàkraphàt e perciò, l’abbia fatto per capzioso pretesto politico o proprio per il capriccio di averne un numero almeno pari, fatto sta che inoltrò formale richiesta di averne un paio. Naturalmente sia il re che tutti i nobili thai si opposero, perché, tra l’altro, secondo il costume di quei tempi, la cessione, anche di un solo elefante bianco, era ritenuta un atto di sottomissione e sudditanza. In tal modo Aiùtthaià avrebbe automaticamente rinunciato alla sua sovranità su tutta la Thailandia in favore della Birmania.
La risposta fu dunque negativa; ma il lupo, quando vuol mangiarsi l’agnello, il pretesto dritto o storto lo trova sempre. Infatti il re Buréng Nong accolse tale risposta come un’offesa, un’onta da lavare col sangue. E lanciò a capofitto giù per le valli della Thailandia le sue orde di uomini, cavalli ed elefanti, deciso di fare del Siam terra bruciata.
Ma anziché seguire la tattica del suo predecessore, entrando in Thailandia da un’unica direzione da est verso ovest, egli scese dal nord e in punti diversi in modo da avere alle sue spalle, a mano a mano che si inoltrava nel territorio thai, tutte le città e popolazioni sicuramente dalla sua parte o perché già vassalle di provata fedeltà o perché saldamente presidiate da guarnigioni delle sue truppe che venivano di volta in volta rimpiazzate da nuove leve di uomini thai che ingaggiava lungo la via. In tal modo manteneva costante l’alto numero dei suoi soldati, si assicurava una continuità dei rifornimenti e soprattutto la via sicura per una eventuale ritirata. Il nostro uomo non era un comandante da poco ed infatti passò alla storia della Birmania come il suo migliore stratega. (1)
1 L’epopea delle sue imprese contro la Thailandia è stata magistralmente narrata in un romanzo a sfondo storico dal titolo: «Il conquistatore proveniente da dieci direzioni», che pensiamo di tradurre e pubblicare quanto prima, in questa stessa «Collana di Cultura Orientale».
Quando giunse nei pressi di Phitsanulòk, il governatore Mahà Thammaràcià rimase terrorizzato dall’immane armata e chiese aiuto immediato ad Aiùtthaià che però non gli giunse in tempo e dovette capitolare. Non solo, ma il feroce birmano lo obbligò, secondo alcuni storici (e secondo altri lo fece volontariamente, a giudicare dai fatti che seguiranno), a impugnare le armi contro il suo re e la sua patria, aggregandolo alla sua armata.
Le truppe inviate dal re Mahà Çiàkraphàt, in aiuto a Phitsanulòk, giunsero solo fino a Nakhòn Savàn, dove, al solo scorgere la massa enorme di cui si componeva l’armata birmana, batterono in ritirata e si rifugiarono nella capitale.
I Birmani giunsero quindi, ancora una volta indisturbati, fin sotto le mura di Aiùtthaià che cinsero subito d’assedio, mentre il re Buréng Nong inviava un messaggio al re Çiàkraphàt invitandolo a venire a patti per la resa. Fosse paura, viltà o prudenza, fatto si è che, il re di Aiùtthaià, di fronte a un simile spiegamento di forze, non osò affrontare il nemico e pensò fosse meglio salvare il suo popolo da una sicura strage, che difendere le mura della città. Uscì pertanto a trattare col re birmano.
Buréng Nong gli ripeté la richiesta degli elefanti bianchi, ma non più due, come aveva fatto la prima volta, bensì quattro; inoltre di fare atto di sottomissione come re vassallo, consegnandogli quali ostaggi, in garanzia del patto, suo figlio principe Ràme Sùan e i nobili Phaià Ciàkrì e Phaià Si Sunthòn, da portare con sé in Birmania. Il re di Aiùtthaià non aveva scelta e dovette accettare le amare e umilianti condizioni, pur di scongiurare la totale distruzione del suo popolo e delle poche città che ancora gli rimanevano.
Il re birmano allora levò le tende e l’assedio della città e riprese la via del ritorno, ritenendosi ormai soddisfatto e certo di avere in pugno l’intera Thailandia.
Unico motivo di gloria e vanto per il buon nome dei Thai, in questa triste circostanza delle invasioni birmane, fu l’atto eroico della regina Surì-iòthai che corse subito di bocca in bocca in tutti gli angoli del paese e fuori apportando non solo onore ma anche giovamento alla causa del regno di Aiùtthaià. Infatti il re del Lao Setthà Thiràt, che fino allora aveva simpatizzato per i Birmani per conservare l’indipendenza del suo regno dal dominio dei Thailandesi, chiese subito al re Çiàkraphàt in sposa la figlia dell’eroica madre. La richiesta non poteva giungere più propizia al re di Aiùtthaià in quantoché significava chiaramente un atto di amicizia e un patto di alleanza tra i due regni che avrebbero potuto così respingere e anche attaccare più facilmente i Birmani, l’uno per scrollarsi di dosso il loro giogo e l’altro per allontanare la minaccia di tale sorte.
Il matrimonio fu dunque concordato e la figlia del re Çiàkraphàt, accompagnata da adeguata scorta, inviata nel Lao.
Ma la cosa non piacque affatto al re dei Birmani che, intuendo appunto il suddetto motivo, inviò un suo distaccamento ad intercettare il convoglio e a rapire la principessa, la quale anziché giungere nel Lao finì in Birmania.
Inutile dire che il re del Lao Setthà Thiràt, alla notizia, andò su tutte le furie, pretese immediatamente la restituzione della principessa e voltò le spalle ai Birmani dichiarando loro apertamente inimicizia e guerra. Cosicché l’astuzia o prepotenza del re birmano questa volta fallì ed ottenne l’effetto contrario.
Anche il re Çiàkraphàt, incoraggiato dalla nuova piega che andavano prendendo le cose, ruppe il patto di sudditanza e dichiarò guerra ai Birmani, fiducioso di poter riscattare l’onore e la libertà del suo regno. Suo primo disegno fu quello di riconquistare il maggior numero possibile di città thai diventate, per amore o per forza, vassalle del re della Birmania, a cominciare da Phitsanulòk, governata dall’indegno suo genero Thammaràcià che in questa faccenda si era comportato in modo inqualificabile, tenendosi apparentemente dalla parte del re di Aiùtthaià, ma sotto sotto informando, da vile spia, il re della Birmania di tutto ciò che accadeva nella capitale e nel regno del Siam, e causando tra l’altro il ratto o sequestro della principessa destinata in sposa al re del Lao.
Il re del Lao Setthà Thiràt, alla notizia delle intenzioni del re Çiàkraphàt, ora suo suocero, non indugiò un attimo a piombare col suo esercito su Phitsanulòk, come un falco sulla preda.
Mahà Thammaràcià, il classico «doppiogiochista», con la massima ipocrisia e sfrontatezza, inviò un messaggero a chiedere aiuto al suocero re di Aiùtthaià, contro il Lao.
Il figlio del re di Aiùtthaià Mahìn, che aveva preso le veci del padre Çiàkraphàt, ormai troppo vecchio, facendo buon viso a cattivo gioco, inviò un suo ufficiale certo Siharàt Déçio perché lo rassicurasse che l’aiuto richiesto era stato concesso e stava arrivando. In realtà invece ciò doveva servire a far entrare le truppe dì Aiùtthaià come alleate in Phìtsanulòk e, una volta dentro, avrebbero aperto le porte ai Lao e fatto prigioniero Mahà Thammaràcià, senza colpo ferire.
Ma il perfido ufficiale Siharàt Deçiò tradì il suo re e passò al nemico svelandogli il segreto. Mahà Thammaràcià chiese allora con la massima urgenza l’intervento del re birmano Buréng Nong. Il re della Birmania inviò subito un buon contingente di truppe, al comando di due generali, che, rompendo il cerchio teso dai Lao intorno alla città, riuscirono a penetrare, con poche perdite, in Phitsanulòk e dare man forte al loro alleato.
Poco dopo sopraggiunse, lungo il fiume, anche l’esercito di Aiùtthaià che, ignaro del tradimento perpretato da Siharàt Deçiò, chiese di entrare in città. Ma Thammaràcià inviò lo stesso traditore Siharàt Deçiò a convincere il comandante delle truppe nazionali a far pernottare i suoi soldati sulle barche e navi da guerra ancorate lungo il fiume. Quindi a notte fonda sguinzagliò i suoi uomini «rana o sommozzatori» a incendiare tutto il naviglio, seminando il panico e lo scompiglio fra le truppe già immerse nel sonno, per cui una parte perì tra le fiamme e una parte si diede alla fuga.
Anche ì Lao dovettero allora desistere dall’assedio di Phitsanulòk e ritirarsi.
Questi però, giunti sulle alture circostanti, si fermarono in una stretta gola che si prestava molto bene all’agguato nel caso che le truppe di Mahà Thammaràcià o dei Birmani li avessero inseguiti. Infatti i Birmani, al comando dei loro due generali, si buttarono all’inseguimento dei fuggitivi, ma giunti entro la gola furono tempestivamente assaliti e in massima parte massacrati dai Lao. Solo pochi poterono mettersi in salvo con la fuga e tra di essi i due generali che però avrebbero preferito la morte piuttosto che presentarsi al loro re colpevoli di una simile disfatta.
Pregarono allora Mahà Thammaràcià di interporre i suoi buoni servigi e chiedere al re Buréng Nong clemenza per loro. Egli accettò di buon grado e li accompagnò personalmente in Birmania, ottenendone il perdono dal loro re.
Il re Mahìn, appena seppe del viaggio di Mahà Thammaràcià, in Birmania sospettando che fosse andato a concertare col re Buréng Nong una nuova invasione per diventare lui re del Siam, inviò alcuni suoi uomini a rapire la principessa Visutthì Kasàtri, sua figlia e consorte del genero Thammaràcià, nonché il loro figlio principe Eka Thotsaròt, suo nipote, che si trovavano a Bangkok e a portarli ad Aiùtthaià come ostaggi. Ciò avrebbe servito, secondo le sue intenzioni, a scoraggiare il genero da un eventuale attacco, con l’aiuto dei Birmani, contro Aiùtthaià, appunto in considerazione dell’incolumità della moglie e del figlio che diversamente avrebbero fatto la stessa fine ch’egli forse voleva causare alla dinastia regnante.
Appena i nobili di Phitsanulòk vennero a conoscenza del sequestro, inviarono immediatamente un corriere in Birmania ad informarne il loro governatore Mahà Thammaràcià che, a sua volta, passò la notizia al re birmano Buréng Nong. Quest’ultimo ne fu più indignato del primo e diede disposizione sull’istante di preparare una nuova spedizione punitiva contro Aiùtthaià, incaricando lo stesso Mahà Thammaràcià di raccogliere il maggior numero possibile di uomini da tutte le città e province del nord della Thailandia, che purtroppo, per timore di rappresaglie, si posero dalla parte dei Birmani, abbandonando Aiùtthaià sola al suo tragico destino.
E’ un caso tipico dei nostri signorotti del medioevo che, anche per motivi personali, non esitavano ad allearsi coi nemici esterni per abbattere, coi nemici personali, anche la loro patria.
I Birmani, questa volta, entrarono in Siam da nordovest, esattamente in direzione di Kamphéng Phèt e di Nakhòn Savàn, dove si incontrarono e unirono con le truppe di Mahà Thammaràcià, formando un’unica armata. Sotto la guida dello stesso re della Birmania Buréng Nong, la gigantesca armata scese verso Aiùtthaià che non oppose alcuna resistenza, come nella precedente invasione e si tenne esclusivamente sulle difensive. I Birmani iniziarono subito i lavori di assedio scavando trincee ed elevando terrapieni e palizzate per proteggersi dai tiri incrociati dei cannoni che i Portoghesi avevano piazzato sulle mura e nei punti strategici della città, azionandoli con sorprendente abilità e prontezza.
E questa, si può dire, fu l’unica efficace difesa che ha opposto Aiùtthaià all’assalto dei Birmani in quest’occasione. Bisogna dire che quel fuoco di fila ben condotto e assestato ha prodotto un numero enorme di vittime tra i nemici che lavoravano in gran parte allo scoperto e ritardato di molto i lavori d’assedio e la caduta della capitale. Il crudele re Buréng Nong stesso d’altronde diede man forte ai Portoghesi nell’aumentare tale numero di vittime (tanto più che si trattava più di Thai che di Birmani), mandandole in massa allo sbaraglio, correndo egli stesso a dorso del suo elefante, da un capo all’altro del campo d’assedio impartendo ordini severissimi ai comandanti e comminando pene capitali a chiunque non li eseguisse, sicché non pochi Thai al soldo dei Birmani caddero per mano dei loro stessi alleati.
Si narra infatti che il re birmano aveva predisposto un piano d’attacco con trincee concentriche attorno alla città che dovevano, partendo da lontano, giungere fin sotto le mura. Ma per quanto si cercasse di costruire dei ripari, i soldati spesso erano presi d’infilata o venivano a trovarsi sotto il tiro ravvicinato di ogni sorta di armi da fuoco, delle quali, tra l’altro, i Birmani scarseggiavano, per cui non osavano più avanzare e allora l’inumano re li faceva uccidere sul posto dai loro stessi comandanti. E perché suo figlio, viceré, si mostrava meno duro e inflessibile, fu subito dal padre degradato, rimosso dall’incarico e allontanato dall’esercito. Condannò alla pena capitale, sul posto, un suo compagno d’armi di molte guerre e valoroso com’battente, il nobile Phraià Sirìem, per aver desistito dal mandare al macello i suoi uomini durante un intenso e ravvicinato fuoco d’artiglieria. E fece decapitare sul corpo del padre l’unico figlio che era accorso a piangerne la morte e il loro servo che aveva tentato di recuperare e comporre pietosamente le loro salme per la cremazione.
La città di Aiùtthaià era circondata non solo da alte e robuste mura, ma anche da canali e fiumi, a somiglianza dei nostri antichi castelli medioevali, chiusi da un fossato più o meno ampio per cui, per accedervi, erano necessari i ben noti ponti levatoi. Non disponendo più di legname, già impiegato in altre opere di assedio come torri, palizzate e postazioni, il re birmano diede ordine di fare dei passaggi dalla terra ferma alle mura colmando i corsi d’acqua in vari punti con dighe o terrapieni in modo da formare delle strade anziché dei ponti.
Ma in tal modo i suoi uomini venivano più che mai esposti al tiro scoperto e ravvicinato dei cannoni e dei fucili dei Portoghesi. Egli chiese allora quanti uomini sarebbero caduti per portare tanta terra quant’era necessaria a costruire uno di tali passaggi in un punto particolarmente strategico e adatto a scalare le mura. «Non meno di un uomo ogni tre ceste di terra», rispose il comandante interpellato. «Ebbene, soggiunse il re Buréng Nong, sacrificate pure quella percentuale di uomini, ma fate eseguire i lavori predisposti; anzi seppellitevi dentro anche i cadaveri dei caduti così farete più presto a riempire il fossato ed a terminare il lavoro». Ci vollero tre mesi e migliaia di uomini per completare l’opera e ognuno immagini quante vite umane abbia costato quel terrapieno (forse più colmo di cadaveri che di terra).
Nell’interno della città le cose andavano al rovescio nel doppio senso. Gli unici a far qualcosa erano, come s’è detto, i Portoghesi con le loro armi da fuoco che riuscivano a tenere a bada un simile formicaio di uomini, senza lasciarseli arrivare fin sopra i piedi, proprio come le formiche. Vi erano anche dei buoni generali, ma il re Mahìn, succeduto al padre Mahà Çiàkraphàt, deceduto poco dopo l’inizio dell’assedio, pareva fosse stato colto dalla pazzia del disfattismo e del menefreghismo. Si era infatti chiuso nel suo lussuoso palazzo reale e aveva lasciato ogni responsabilità della guerra al generale Phaià Ram. Ma incredibile a dirsi, fu dal re eliminato per troppo zelo ed eccezionali doti guerriere.
Il generale infatti si era subito dato da fare e pur disponendo di pochi uomini, aveva tentato anche alcune sortite fuori delle mura in modo da disturbare il nemico il più possibile e scoraggiarlo forse, con la lunga durata dell’assedio e la fame, come era avvenuto nella prima spedizione guidata dal re Tabéng Ciavéti. E quando vide che i Birmani costruivano il passaggio, di cui s’è detto più sopra, attraverso il fossato di cinta, con geniale intuito, fece costruire in quel punto un altro muro interno a una certa distanza dal primo, munendolo di buoni cannoni portoghesi, di modo che i Birmani, una volta superato il primo muro, si sarebbero trovati in una situazione peggiore di prima, perché nell’impossibilità di avanzare e di indietreggiare. Affidò quindi quel punto strategico ad un bravo ufficiale, Phrà Mahà Thép, che seppe tenerlo valorosamente respingendo ogni attacco del nemico. I Birmani insomma nonostante l’apatia e pazzia del re Mahìn trovarono, per merito di questo generale, un osso duro anche per i loro denti.
Il re Buréng Nong ricorse allora all’inganno. Fece spargere la voce in città (la quinta colonna e i collaborazionisti sono sempre esistiti da quando si sono cominciate le guerre) che tutte le sofferenze dei cittadini di Aiùtthaià erano da ascriversi soltanto al loro re, nella persona di Çiàkraphàt prima e di Mahìn ora, che non aveva accettato la pace e le ottime condizioni offerte dal re dei Birmani. E basterebbe ora che il re Mahìn gli consegnasse il generale Phaià Ram che tutto sarebbe finito. Si concluderebbe la pace ed egli se ne andrebbe via subito.
Il re Mahìn credette a queste voci e consegnò pazzamente il suo valoroso generale Phaià Ram nelle mani del re birmano, il quale, nell’intento di togliere all’inetto re anche gli altri suoi migliori uomini, chiese, subito dopo, di inviargli tutti i suoi nobili per trattare la pace. Il re cadde nuovamente nell’inganno e accondiscese. Ma non i nobili, i quali, convinti del tranello teso dall’astuto re birmano e certi che appena fuori delle mura sarebbero stati uccisi o nel migliore dei casi portati prigionieri in Birmania, mentre la loro città sarebbe miseramente caduta in balia dei Birmani con tutte le loro famiglie, mogli, figli, parenti e amici, rifiutarono decisamente la proposta e dichiararono di continuare la guerra.
Ma il re Mahìn continuò nelle sue pazzie. Non contento di essersi sbarazzato di tutti i grattacapi della guerra ed essersi ritirato a gozzovigliare, mentre i suoi sudditi morivano e soffrivano sugli spalti della città, arrivò al punto di condannare a morte il suo proprio figlio, principe Si Saovaràt, non ancora ventenne. Questi infatti che, contrariamente al padre, si era già prodigato in mille modi per la difesa della città distinguendosi anche per atti di valore e coraggio, a fianco dei generali e dei nobili, aveva costituito un centro di reclutamento e smistamento di tutti gli uomini validi, ancora rimasti, che istruiva ed avviava poi nei punti dove c’era più bisogno o dove erano più adatti alla difesa della città. Aveva, insomma, per dirla con parole attuali, promosso una mobilitazione generale, nel solo intento di salvare la patria e il regno di suo padre. Il re Mahìn invece la prese per una congiura o complotto, forse indispettito e insospettito dal diniego ricevuto di recente dai nobili a proposito dell’ingannevole proposta di pace fatta dal re birmano e da lui pazzamente accettata, come abbiamo riferito poc’anzi.
Fatto si è che senza sentir ragioni e adducendo il solo pretesto che il figlio aveva preso una iniziativa senza chiederne a lui il preventivo consenso, lo fece mettere a morte. E ad una morte delle più atroci. Infatti le leggi thai del tempo vietavano l’esecuzione capitale dei membri di stirpe reale con spargimento di sangue. Il condannato allora veniva rinchiuso in un sacco di pelle di bue e fustigato a morte con bastoni di sandalo. In tal modo, anche se, sotto i micidiali colpi, il sangue usciva ugualmente dal corpo della vittima, non usciva però dal sacco di pelle che era a tenuta perfetta e perciò non vi era spargimento di sangue. I cavilli della legge e dei legulei arrivano a quello e ad altro. L’esecuzione fu fatta nel recinto della pagoda Phrà Ram, le cui rovine ci ricordano ancora oggi l’efferata condanna capitale.
Il re Mahìn così, oltre che coprirsi d’infamia, si privò di un altro strenuo difensore di Aiùtthaià. Ciò nonostante questa resisteva ancora. Il re Buréng Nong tentò allora un ultimo tranello per minarne definitivamente le forze residue e prenderla d’assalto. Egli liberò il nobile Phaià Çiàkrì, che era stato preso in ostaggio nella precedente invasione; con l’ingiunzione di entrare in città e far credere di essere riuscito a fuggire dalla vigilanza delle guardie birmane e di essere pronto a mettersi a servizio del suo re e alla difesa della città, ma in realtà ne sabotasse invece tutte le opere e iniziative, scoraggiando gli stessi cittadini, pena la morte se si fosse comportato diversamente. Questi accettò le condizioni ed una notte riuscì a penetrare in città con le catene addosso, dando l’impressione e confermandola con la parola, di essere fuggito alla vigilanza dei suoi custodi, nelle cui mani era stato consegnato dal re birmano che lo avevo fatto incatenare, a suo tempo, perché aveva tentato più volte di unirsi ai suoi compatrioti per la difesa della sua patria e aveva sdegnosamente rifiutato di collaborare col nemico. Il re Mahìn cadde nuovamente nell’inganno e accogliendolo nel migliore dei modi, gli affidò addirittura il comando supremo di tutte le forze, mettendo nelle sue mani il destino della sua capitale e del suo regno. Destino che, come ben si può prevedere, non poteva essere altro che quello della capitolazione.
Çiàkrì infatti, appena ebbe ogni potere in mano, fece del suo meglio per ottenere il peggio, sabotando cioè la difesa della città, scoraggiando i suoi diretti collaboratori, cambiando ogni giorno ordini e disposizioni in modo da creare il caos tra i comandanti, i soldati e i cittadini, ma soprattutto eliminando, con apparenti plausibili pretesti, l’artiglieria portoghese che costituiva l’ostacolo maggiore alla presa della città, sicché quando, come convenuto, inviò un messaggio al re Buréng Nong, i Birmani, con un ultimo assalto, non durarono fatica a penetrare da tutti i lati delle mura; e Aiùtthaià cadde miseramente nelle loro mani. Era l’anno 1569, ed esattamente il sabato dell’undicesimo giorno della luna crescente del nono mese del calendario thai, ossia il 30 agosto del nostro. Data fatale e tristemente memorabile nella Storia non solo di Aiùtthaià ma di tutta la Thailandia.
Quello che seguì è facile da immaginare. I Birmani esasperati dal lungo assedio che costò loro immani sacrifici e privazioni per la spietata durezza del loro re e comandante, si buttarono al saccheggio, alle distruzioni, alla violenza sulle donne e ad ogni sorta di furfanterie proprie di tutte le guerre e di tutte le soldataglie. Solo l’intervento di Mahà Thammaràcià che, secondo i patti col re birmano doveva diventare re di Aiùtthaià e di tutta la Thailandia come vassallo della Birmania, riuscì a salvare, nel suo interesse, una parte della città, occupata dalle sue truppe; diversamente Aiùtthaià già questa volta sarebbe stata rasa al suolo.
Andarono tuttavia distrutti parecchi meravigliosi templi e palazzi, numerose statue di Budda in oro e pietre preziose, ridotte in minuti pezzi per essere divise tra la soldataglia o tra gli stessi cittadini esasperati e insorti. Non si contano poi i magazzini, negozi di merci di ogni sorta e laboratori di gioielleria furiosamente saccheggiati e distrutti dal ferro e dal fuoco.
Non bastasse tutto questo, lo stesso re Buréng Nong diede ordine ai suoi uomini di smantellare tutte le fortezze, requisire tutti i cannoni e le armi da fuoco da portare in Birmania e radere al suolo le mura fino all’ultimo brandello.
Inoltre fece prigioniero il re Mahìn, tutti i nobili, gli ufficiali e i soldati superstiti con un incalcolabile numero di cittadini (pare 70.000) da trascinare come schiavi in Birmania, lasciando ad Aiùtthaià solo diecimila abitanti tra uomini, donne e bambini, probabilmente della quinta colonna e quindi dalla sua parte con una guarnigione di tre mila Birmani, sotto il governo di Mahà Thammaràcià divenuto re vassallo e alleato del re Buréng Nong.
E finalmente i Birmani si misero sulla via del ritorno. Ma durante il viaggio il re Mahìn cadde ammalato e poco dopo morì. Allora il feroce re birmano fece decapitare sul posto una dozzina di medici alle cui cure lo aveva affidato nella speranza di portarlo in patria quale eccezionale trofeo della sua vittoriosa spedizione, trascinandolo in catene dietro al suo elefante nel corteo trionfale attraverso la capitale, come facevano i duci e gli imperatori romani tornando vittoriosi dalle loro campagne, coi re vinti e legati al cocchio nell’onore del trionfo.
La descrizione infatti che ci dà un contemporaneo riecheggia alquanto i fasti di quei trionfi romani. «... il bottino comprendeva trenta grandiose e pesanti statue di uomini ed elefanti in bronzo massiccio... migliaia e migliaia di abitanti di Aiùtthaià legati e aggiogati come bestie a gruppi con collari di bambù; tra di essi vi erano attori, attrici, musicisti... Tornando vittorioso a Pegù, Bureng Nong entrò nella capitale in trionfo preceduto da molti carri carichi di idoli di inestimabile valore... Alla fine apparve lui con a fianco le sue regine tutte vistosamente ingioiellate, su di un grandioso carro trainato dai principi e nobili thai fatti schiavi. Davanti al suo carro sfilavano duecento elefanti adornati di gualdrappe intessute di fili d’oro e d’argento e dietro le sue truppe vittoriose...».
Erano appena scomparsi alla vista i Birmani ad ovest che i pochi e ancora terrorizzati superstiti di Aiùtthaià si videro piombare addosso da est i Cambogiani. Questo era proprio il colmo della sventura.
Ma Aiùtthaià aveva ormai toccato il fondo delle sue disgrazie ed ora doveva nuovamente risorgere. Non era più in balìa di un re inetto e pazzo; ora era in pugno di un nuovo re, forse poco onesto, ma indubbiamente abile e forte. Egli infatti, nonostante l’esiguità degli abitanti della capitale, disponeva per merito personale e per incarico del re dei Birmani di un gran numero di città e province thai che tenevano dalla sua parte ed erano quindi accorse in suo aiuto con molti eserciti. Non durò quindi fatica a respingere i Cambogiani. Anzi il loro attacco tornò a tutto suo vantaggio. Poté difatti, con questo pretesto, ottenere dal re della Birmania l’autorizzazione a ricostruire le mura della città, munirla di artiglieria come prima e riportarla al passato splendore, ma non alla sua indipendenza che sarà riscattata da suo figlio Naré Sùan passato alla storia thai col nome di «Principe Nero» e con la fama del più grande re di questo periodo, di cui diremo nel prossimo capitolo.

 

CAPITOLO X
REGNO DI AIUTTHAIA
SECONDO PERIODO
Re Mahà Thammaràcià - Re Naré Sùan, il leggendario Principe Nero
Nuove Invasioni birmane


Mahà Thammaràcià, nuovo re della Thailandia, diede dunque inizio al secondo periodo di Aiùtthaià che fu sicuramente migliore del primo, anche se finì più tragicamente, con la totale distruzione e abbandono di quella meravigliosa capitale, giunta fino a noi solo in un cumulo di rovine.
Egli aveva due figli e una figlia: il primogenito si chiamava Naré Sùan ed il secondogenito Eka Thotsaròt destinati entrambi a succedergli, uno dopo l’altro, sul trono, mentre la figlia principessa Suphà Thévì doveva essere sacrificata alla ragion di Stato e inviata in Birmania quale ostaggio in sostituzione del fratello maggiore.
Naré Sùan ed Eka Thotsaròt erano anche chiamati rispettivamente «Principe Nero» e «Principe Bianco». Il nome poi di Naré Sùan veniva spesso accorciato in Narét. Egli fu ostaggio in Birmania per ben nove anni e si era quindi fatto le ossa tra le più dure ed aspre lotte della vita. A soli sedici anni mostrava già una piena maturità e competenza negli affari dello stato. Il padre quindi lo richiese al re della Birmania offrendogli in cambio, sempre come ostaggio, la figlia principessa Suphà Thévì che prendeva il posto del fratello. Al suo ritorno in patria, il padre lo destinò subito quale governatore di Phitsanulòk proprio nella stessa città che governava lui prima di diventare re e alla quale erano sottomesse tutte le città e province del nord. Era quindi un segno di piena fiducia nelle sue capacità e doti di governo.
Naré Sùan infatti alla corte birmana aveva potuto acquisire, oltre che una buona educazione ed eccellente cultura, anche un’ottima esperienza sia teorica che pratica in tutte le branche dell’organizzazione statale. Il re Buréng Nong voleva del personale vassallo efficientissimo, all’altezza delle sue doti personali di abile governatore oltre che di invincibile conquistatore, e delle sue severe esigenze d’uomo duro e inflessibile, per cui pretendeva dai principi vassalli, che prendeva in ostaggio nei vari regni conquistati, un appropriato tirocinio, sotto la sua personale direzione.
Alla sua morte, avvenuta nel 1581, gli successe al trono il figlio Nantha Buréng che, a sua volta, nominò subito principe ereditario suo figlio Ming Kasavà. In occasione della cerimonia d’incoronazione furono invitati tutti i re vassalli per rendergli omaggio e fare atto di sottomissione.
Il principe Naré Sùan chiese allora al padre di poterlo sostituire perché, da precoce abile politico, desiderava vedere di persona come andavano ora le cose alla corte col «cambio della guardia», come si suol dire, e sapersi di conseguenza regolare in conformità.
Giunto in Birmania apprese, come prima notizia, che la città di Mùang Khang era in rivolta, forse nella speranza di poter approfittare del momentaneo vuoto di governo per riacquistare l’indipendenza, e perciò non aveva inviato alcun suo rappresentante per la cerimonia dell’incoronazione. Era questa una città posta in una posizione privilegiata sul colmo di un’alta collina per cui si riteneva imprendibile. Infatti due spedizioni inviate dal nuovo re, con forze non indifferenti, furono regolarmente respinte e allontanate. La prima era stata comandata dallo stesso principe ereditario ed ebbe come risultato un umiliante smacco, sia per il principe che per il re.
Naré Sùan intanto, che seguiva con la massima attenzione e interesse tutto quanto accadeva alla corte, di nascosto e senza far sapere nulla a nessuno, andò, con la scusa di una partita di caccia e accompagnato solo da alcuni suoi servi, ad esplorare minuziosamente il posto.
E dal sopralluogo notò che la città aveva il lato posteriore meno aspro e quindi più agevole da salire e dal quale si sarebbe potuto facilmente prendere il nemico di sorpresa perché il terreno era coperto da fitta boscaglia. Chiese allora al re di ripetere la spedizione e il tentativo di prendere la città ribelle, offrendosi di guidarla lui stesso. Il re acconsentì e gli assegnò un contingente di forze pari alle precedenti spedizioni.
Naré Sùan, giunto nei pressi della collina sulla quale sorgeva la città, dispose un piccolo distaccamento sul lato frontale, dal quale i difensori di Mùang Khang solitamente si aspettavano gli assalti degli attaccanti, e ordinò agli uomini che lo componevano di fare, ad un suo segnale, il maggior chiasso possibile aprendosi a ventaglio in modo da dare l’impressione di un grande spiegamento di forze e attirare così su quel lato il maggior numero possibile di difensori. Egli quindi, col grosso dell’esercito, e sempre protetto dalla foresta, si spostò sul lato posteriore. Una volta schierati opportunamente i suoi uomini, diede il segnale d’attacco. Come previsto, al fracasso indiavolato che fecero gli uomini posti sui lato frontale, tutti i cittadini di Mùang Khang accorsero da quella parte convinti che di là venisse l’attacco, mentre invece con mossa fulminea Naré Sùan e i suoi uomini scalarono d’un balzo la collina e li presero alle spalle, prima ancora che se ne accorgessero.
La città fu dunque sottomessa e riconsegnata al re Nantha Buréng che apparentemente si compiacque con Naré Sùan ed elogiò la sua bravura di guerriero, ma in cuor suo cominciò a covare un po’ d’invidia e sospetto contro quel giovane principe vassallo che già dimostrava di conoscere la tattica militare meglio d’un principe birmano.
Ma più offeso ed umiliato che mai si sentì Ming Kasavà, il principe ereditario, anche perché aveva già avuto con Naré Sùan un precedente screzio. Si narra infatti che un giorno i due principi avessero scommesso sul combattimento di due galli e che il gallo di Naré Sùan avesse battuto quello di Ming Kasavà. Questi allora sdegnato disse con disprezzo a Naré Sùan: «Solo un gallo vassallo può essere tanto sfacciato!». Al che Naré Sùan rispose con ripicca: «Il mio gallo è capace di combattere non solo per una scommessa, ma anche per la conquista di un regno!». La frase era troppo allusiva e fu naturalmente dal principe ereditario riferita al padre che da allora in poi cominciò non solo a sospettare ma anche a diffidare di Naré Sùan.
E lo dimostrò con la immediata preparazione di un potente esercito per attaccare Aiùtthaià allorché se ne presentasse la necessità. A tale scopo inviò due suoi funzionari a predisporre in tutte le città del nord della Thailandia un certo numero di granai, per l’incetta del riso, facendo spargere la voce però che dovevano servire alle truppe destinate a sottomettere il Lao resosi, da qualche tempo, indipendente dalla Birmania e alla quale non pagava più i tributi di vassallaggio.
Di Naré Sùan, il leggendario Principe Nero, si narrano ancora molti altri episodi sul suo coraggio e prontezza d’azione. Una volta, ad esempio, recandosi a far visita a sua madre in Aiùtthaià, ebbe occasione di conoscere un nobile cambogiano che aveva chiesto asilo politico al re suo padre e si era stabilito nella capitale. Ma in realtà non era un perseguitato politico, bensì una spia al soldo del re della Cambogia. E infatti, un giorno, Naré Sùan lo vide fuggire su di una giunca cinese. Intuì allora subito la verità e, raccolto un pugno di uomini, saltò su di una barca reale e si pose all’inseguimento del fuggiasco. Raggiuntolo, imbracciò il fucile e gli sparò; ma disgraziatamente la canna del la sua arma scoppiò e stava a sua volta per essere preso di mira dal cambogiano, quando il fratello Eka Thotsaròt, che era accorso con lui, fece in tempo a metterlo al riparo dal colpo che lo avrebbe colpito in pieno petto. La giunca intanto guadagnava tempo e, giunta alla foce del fiume Ciào Phraià, spiegò le vele e si dileguò in alto mare. Naré Sùan, non potendo con la sua piccola barca affrontare i marosi, dovette a malincuore far ritorno ad Aiùtthaià.
Un’altra volta i Cambogiani fecero una delle solite sortite fuori dei loro confini per saccheggiare le città thai e portarne via gli abitanti da usare come schiavi. Naré Sùan, saputolo, intervenne immediatamente con tremila uomini inviandone cinquecento in avanscoperta allo scopo di tendere un agguato ai Cambogiani. Questi infatti, quando sopraggiunsero, si videro inaspettatamente attaccati di fronte e alle spalle e a stento e con gravi perdite riuscirono, solo in parte, a fuggire.
Alla corte della Birmania, nel frattempo, il principe ereditario Ming Kasavà, non sapendo fare di meglio, litigava con le mogli. Egli aveva sposato, in prime nozze, una sua cugina, figlia del re di Ava (uno dei tanti staterelli vassalli situato nella stessa Birmania). Poco dopo passava a seconde nozze, provocando, come minimo, la gelosia della prima moglie, che un giorno litigò con la nuova arrivata. Questa chiese l’intervento del principe, che prendendo le sue difese, trattò piuttosto male la prima moglie, non solo a parole ma anche per via di fatto, provocandole una emorragia dal naso. Questa, tutta in lacrime e indignata, raccolse quel sangue inzuppandone un fazzoletto che inviò al padre quale corpo del reato e prova lampante dei maltrattamenti a cui veniva sottoposta alla corte birmana.
Il re di Ava, addolorato e giustamente adirato, si dichiarò libero dal vassallaggio e, ottenuto l’appoggio di tutti gli altri Stati Ciàn, scrisse ai re vassalli di Cìeng Mài, Tong U e Prom invitandoli a unirsi a lui contro il re della Birmania. I tre re vassalli però non aderirono al suo invito e inviarono invece le sue lettere al re Nantha Buréng che, raccolto un esercito, marciò contro Ava, lasciando il governo della capitale Pegù nelle mani del figlio Ming Kasavà. Nello stesso tempo invitò i predetti re vassalli, più quello di Aiùtthaià, a inviargli uomini e vettovaglie.
Gli eserciti di Cìeng Mài, Tong U e Prom erano già giunti nella Capitale e si erano uniti all’armata del re birmano, mentre quello di Aiùtthaià, comandato da Naré Sùan, dovendo percorrere una maggior distanza, era ancora in marcia e stava appena attraversando la frontiera.
Allora il principe Ming Kasavà, che covava un odio implacabile contro Naré Sùan e voleva sbarazzarsene, inviò due suoi generali con il loro esercito a fargli buona accoglienza «alla birmana» e cioè con segrete e precise istruzioni di chiuderlo alle spalle mentre egli l’avrebbe attaccato frontalmente, appena fosse giunto nei pressi della capitale.
Ma per buona fortuna di Naré Sùan, i due generali erano di stirpe Mon che, come abbiamo detto, avevano avuto un passato glorioso ed erano stati successivamente sopraffatti dai Birmani e ridotti praticamente in schiavitù dall’attuale dinastia regnante, che li trattava piuttosto duramente, per cui odiavano il loro re e il principe ereditario, mentre simpatizzavano per il coraggioso Naré Sùan, che avevano avuto modo di conoscere molto bene durante la sua lunga permanenza alla corte birmana come ostaggio e ponevano in lui buone speranze per un futuro riscatto e ripresa del potere. Prima di partire vollero dunque chiedere un consiglio al loro venerando maestro, abate di un convento di bonzi, il quale li consigliò di non eseguire gli ordini ricevuti, perché Naré Sùan non aveva commesso alcun male e perciò non meritava alcun castigo. Filosofia spicciola ma sublime del Buddismo.
Poi tutti e tre andarono segretamente ad avvisare Naré Sùan, che nel frattempo era giunto nella città di Mùang Khrèng la quale, per doppia fortunata coincidenza, apparteneva ai Mon suoi sostenitori.
Il principe Naré Sùan, grato ai suoi amici Mon e indignato per il perfido complotto ordito da Ming Kasavà, con la complicità forse anche del padre, adunò il consiglio della città e, dopo aver esposto i fatti, dichiarò apertamente di volersi staccare dalla Birmania e riscattare nuovamente la libertà e l’indipendenza della sua patria e della loro se lo avessero voluto.
Entrato quindi nella capitale birmana, senza colpo ferire, raccolse tutti i prigionieri thai ancora superstiti e li invitò a far ritorno con lui in patria. E, prima che il re Nantha Buréng ritornasse a Pegù dalla sua spedizione contro Ava, partì per Phitsanulok con il suo esercito e con diecimila prigionieri thai liberati dalla schiavitù.
Il principe Ming Kasavà, sconcertato e sorpreso dalla fulminea svolta degli eventi, non riuscì a intervenire tempestivamente e, abbandonato dai suoi due generali, non si sentì di affrontare il nemico da solo. Appena poté rendersi conto di quanto era accaduto così imprevedibilmente e riprendere in pugno la situazione, lanciò il suo esercito all’inseguimento di Naré Sùan, al comando di un altro generale.
Questi raggiunse il principe thai sul fiume Sittùang, quand’egli però era già dall’altra sponda, da dove con un colpo di fucile ben centrato colpì a morte lo stesso generale birmano. I Birmani, sconcertati e senza guida, si diedero alla fuga e tornarono a Pegù, mentre Naré Sùan riprendeva indisturbato la via del ritorno alla sua città.
Nel frattempo molti Thai Cian che erano stati condannati a dure corvé dai Birmani, avuta notizia della ribellione del principe thai, erano fuggiti dalle loro città e si erano rifugiati a Phitsanulok. Il comandante della guarnigione birmana di Kamphèng Phét, che stava allestendo un granaio di riso in quella città, chiese che gli venissero consegnati quei fuggiaschi. Ma il governatore di Phitsanulok, che sostituiva Naré Sùan, rispose che non aveva poteri per farlo e bisognava attendere il ritorno del principe. Il comandante birmano, che non voleva frapporre indugi, gli mandò allora un ultimatum dicendo che se non gli consegnava subito i Ciàn avrebbe preso in ostaggio tutta la popolazione di Kamphèng Phét. Proprio in quel frangente arrivò il principe Naré Sùan il quale rispose personalmente al comandante birmano che quegli uomini avevano chiesto asilo politico ed erano sotto la sua protezione e perciò non poteva consegnarglieli. E per dimostrarglielo coi fatti partì immediatamente col suo esercito alla volta di Kamphèng Phét e in quattro e quattr’otto cacciò via la guarnigione birmana aumentando il dominio e il suo prestigio, I governatori di Sukhòthai e di Phi Ciài non credevano però che Naré Sùan ce la facesse a battere i Birmani e perciò non risposero alla sua richiesta di invio di truppe in suo aiuto. Naré Sùan allora, cogliendo l’occasione della cacciata dei Birmani da Kamphèng Phét fece una capatina anche dalle loro parti, invitandoli nuovamente a schierarsi con lui. Ma i due recalcitranti governatori si rifiutarono nuovamente e si opposero all’entrata delle sue truppe nella loro città. Naré Sùan le prese allora d’assalto e fece decapitare i due ribelli. Poté così riavere in pugno tutte le città del nord della Thailandia e tutte decise a combattere con lui i Birmani.
La regione settentrionale della Thailandia fu quella che più d’ogni altra risentì del dominio e soprattutto delle invasioni dei Birmani. La sua popolazione quindi, per le tremende lotte, razzie, persecuzioni, rappresaglie e tutti gli altri malanni che portano inevitabilmente le guerre, fu più che decimata. Le sue singole città non avrebbero quindi potuto opporre alcuna resistenza valida contro gli invasori e, prese alla spicciola una ad una, sarebbero nuovamente e miseramente ricadute nelle mani dei Birmani.
Naré Sùan allora, con geniale intuito, degno predecessore di Napoleone o di Federico il Grande, con i quali potremmo fare numerosi accostamenti nella strategia di guerra adottata dal nostro principe thai, decise di raccogliere quanti più uomini possibile ad Aiùtthaià e di formare un’unica armata.
Ma purtroppo di uomini validi ce n’erano rimasti pochi e, per quanto egli facesse e i suoi Thai rispondessero con generosità ed entusiasmo alla sua chiamata, non poté raccogliere più di 10.000 uomini atti alle armi. Mentre sapeva benissimo che l’armata birmana si componeva di un contingente dieci, dodici ed anche tredici volte superiore, Naré Sùan non si perse d’animo e, forte della sua audacia e incrollabile fiducia nella vittoria, ma soprattutto sorretto dalla sua profonda conoscenza del nemico, non desistette dall’impresa e continuò intrepido la sua opera di ricostruzione della patria,
Alla corte birmana aveva avuto modo, nei lunghi anni di esilio come ostaggio, non solo di farsi una cultura sul governo dello Stato, ma anche di pensare e meditare sulle tremende sciagure rovesciate sulla sua nazione dalle precedenti invasioni e di studiare di conseguenza dettagliatamente le cause che le avevano prodotte e la tattica impiegata dai Birmani per abbattere il regno dei suoi avi. E gli apparve evidente che da parte dei Thai ci fu la disgregazione come causa prima della loro disfatta e da parte dei Birmani una tattica e strategia basate esclusivamente sulla forza bruta o sull’inganno. Doveva dunque batterli su queste tre basi. Fare dei Thai una nazione unita e compatta, opporre all’enorme massa d’urto dei Birmani una tattica di estrema mobilità, sorpresa e tempestività, insomma una guerriglia di tipo moderno e diffidare sempre del suo nemico. Siccome le orde birmane scendevano solitamente da varie direzioni e in reparti separati egli li avrebbe attaccati singolarmente ad uno ad uno in modo da decimarli e fiaccarli prima ancora che potessero riunirsi in un’unica armata.
Ma ciò che più conta, Naré Sùan curò personalmente l’addestramento fisico e morale dei suoi uomini con una dura ma umana disciplina, dando lui stesso l’esempio di abnegazione, ordine, puntualità e spirito d’ardimento, buttandosi sempre per primo dove la battaglia più infuriava. Si guadagnò così, in breve tempo, la piena fiducia e tutta la stima dei suoi soldati dai più umili fanti ai generali, tramutando dei pavidi uomini ancora terrorizzati dalle efferate brutalità e rappresaglie dei Birmani in autentici eroi sprezzanti d’ogni pericolo.
I suoi soldati lo idolatravano e non combattevano più, come i Birmani, da mercenari per il bottino, il saccheggio o l’immediato guadagno, ma per la patria e l’onore del loro valoroso capo. Naré Sùan era riuscito finalmente a instillare nel loro animo, più con l’esempio che con la parola, quel sacro amor di patria mai sentito fino allora. Era la prima volta, nella storia thai, che avveniva tale rinnovamento nello spirito dei suoi soldati. Il loro morale pertanto era sempre alto, anche nelle più dure prove, e sempre ferma la loro fiducia di poter vincere il nemico perché tale era la ferrea volontà del loro comandante.
E i fatti hanno pienamente confermato le eccezionali doti di Naré Sùan e dei suoi uomini, nonché il nuovo spirito che li animava. Solo così si spiega come i Thai, dopo essere stati annientati, ridotti in servitù, razziati di tutti i loro averi, stremati di forza e di animo, più che decimati dalle precedenti invasioni, abbiano potuto, partendo dal fondo del baratro in cui erano caduti, risalire lentamente e faticosamente l’erta china e opporre per ben nove anni e cinque tremende invasioni del re Nantha Buréng una barriera invincibile contro un esercito enormemente superiore alla loro entità fisica. Ma i Thai, ora, non erano più solo dei corpi, erano anche e soprattutto degli spiriti e lo spirito è sempre destinato a vincere e dominare la materia. Infatti, dopo aver contenuto e respinto le cinque poderose invasioni, Naré Sùan e i suoi fedeli e coraggiosi Thai passarono all’attacco del nemico e con tale impeto da prendere il sopravvento, annientare l’enorme armata dei Birmani e soggiogarne la nazione.
Ma vediamo di fare, seppure brevemente, una rassegna cronologica delle cinque invasioni del re Nantha Buréng, onde poter meglio comprendere l’eroica epopea compiuta dalla Thailandia in quei memorabili anni sotto la guida del suo leggendario Principe Nero.
Le invasioni birmane del re Nantha Buréng ebbero inizio esattamente nel 1584 e la prima fu guidata da uno dei suoi figli, il principe Ming Kasavà. Era composta di 130.000 uomini, 9000 cavalli e 900 elefanti, mentre i Thai erano appena 10.000 più una piccola flotta. La sproporzione era tale da scoraggiare i più grandi strateghi del mondo da Ciro ad Alessandro il Grande, da Milziade a Cesare, da Federico il Grande a Napoleone. Ma l’impavido Naré Sùan non si lasciò prendere dal panico, bensì, con mente lucida e calcolo geniale, giostrò i suoi uomini non già come forza d’urto contro una massa soverchiante che troppo facilmente li avrebbe annienti, ma con la tattica, di cui abbiamo detto, della mobilità e quasi guerriglia attaccando i vari distaccamenti birmani a mano a mano che scendevano da direzioni diverse, tendendo loro agguati nelle strettoie delle valli o prendendoli di sorpresa mentre sostavano nei loro accampamenti; infliggendo loro gravi perdite per poi sganciarsi e spostarsi fulmineamente da un posto all’altro. Così quando l’armata, già duramente provata e decimata dai vari attacchi subiti dai singoli reparti, riuscì a stento a riunirsi nei pressi di Suphàn Burì e diede battaglia ai Thai, fu facilmente sbaragliata e messa in rotta.
Nel 1585, a brevissima distanza quindi dalla prima, ne segui un’altra, guidata ancora dal principe ereditario Ming Kasavà che, furioso per la bruciante sconfitta subita l’anno precedente voleva riprendersi la rivincita. Scese anche questa volta con forze ingenti di 120.000 uomini, 10.000 cavalli e 1.000 elefanti. L’esercito thai però, questa volta, era già salito a 40.000 unità, grazie soprattutto alle defezioni che avvenivano giornalmente dei Mon e dei Ciàn i quali duramente maltrattati dai Birmani abbandonavano le loro terre e correvano a frotte nelle file di Naré Sùan, entusiasmati ed ammirati dalle sue prodezze e fiduciosi di trovare in lui anche l’uomo del loro riscatto dal giogo birmano. Naré Sùan, dopo aver opposto inizialmente la tattica della precedente invasione, schierò l’intero suo esercito, ormai più forte e numeroso, a Bang Sakét sostenendo valorosamente ancora una volta l’urto possente di una massa tre volte superiore alla sua. E il principe birmano Ming Kasavà dovette nuovamente far ritorno in patria più umiliato e offeso di prima, ma senza più il coraggio di ritornare.
Dopo due simili sconfitte, il re della Birmania Nantha Buréng decise di guidare lui stesso la terza invasione, ma questa volta con forze il doppio delle precedenti, deciso di fare della Thailandia terra bruciata e di radere Aiùtthaià al suolo. Avvenne l’anno dopo la seconda invasione e cioè nei 1586. Con una mobilitazione generale, il re birmano era riuscito a raccogliere nientemeno che 252.000 uomini, 12.000 cavalli e 3.200 elefanti. Non si sa invece a quanto ammontasse l’esercito thai ammassato, questa volta, quasi interamente nella capitale per i lavori di rifornimento, fortificazione e difesa, in vista di un più che certo assedio, date le ingenti forze birmane delle quali era già giunta notizia tramite gli appositi informatori.
Nantha Buréng ormai più che edotto e scottato dalle precedenti invasioni, guidate dal figlio, non scese con la sua armata in gruppi separati e in direzioni diverse, ma puntò decisamente con tutto il grosso delle sue forze in direzione di Aiùtthaià. Naré Sùan tentò ugualmente parecchie sue puntate di disturbo, coi migliori suoi uomini, ma non certo con lo stesso risultato delle precedenti campagne, dato che i Birmani scendevano ora tutti uniti e non più separati in vari reparti. E inoltre non ne ebbe neppure il tempo, perché con questi suoi attacchi e sganciamenti, che poteva fare solo contro l’avanguardia e raramente ai fianchi, accelerava la marcia dell’intera armata costretta a serrare le file per correre in aiuto ai primi reparti assaliti dal principe thai. Sicché Nantha Buréng giunse sotto le mura di Aiùtthaià prima ancora del previsto e vi pose immediatamente l’assedio.
Aiùtthaià, per fortuna, oltre che essere ben protetta dalla sua naturale posizione tra i fiumi e canali che la circondavano interamente, era stata anche saldamente fortificata e munita di ottima artiglieria manovrata dagli esperti mercenari portoghesi. Era stata inoltre rifornita così abbondantemente di ogni sorta di viveri da poter resistere ad un assedio ben superiore a quello che i Birmani avrebbero potuto sostenere. Furono infatti loro a doversi ritirare proprio per mancanza di vettovaglie, sia per gli uomini che per gli animali, che non riuscivano ormai più a trovare sul posto, perché le campagne e le risaie erano già state devastate dal loro passaggio e poi abbandonate dai pochi contadini rimasti, né potevano farle giungere dalla Birmania, perché troppo lontana.
Ed è proprio su questo punto debole che Naré Sùan batté l’armata birmana in questa terza invasione. Con continue sortite di disturbo, con attacchi costanti a tutte le pattuglie birmane addette al vettovagliamento delle truppe e al foraggio degli animali, egli riuscì a ridurre alla fame i suoi nemici. Per cui dopo sei mesi di assedio il superbo e borioso re Nantha Buréng dovette levare le tende, abbandonare vergognosamente l’impresa e ritornarsene in patria.
Di questa terza invasione è rimasto celebre un atto straordinariamente ardimentoso del Principe Nero che, sempre instancabile e irrefrenabile, faceva delle continue sortite notturne, ora per attaccare piccoli distaccamenti inviati a razziare viveri e foraggi, ora per mettere lo scompiglio nei serragli dei cavalli o degli elefanti ed ora per appiccare il fuoco agli accampamenti dei nemici. Ma una notte ebbe l’ardire di uscire con un pugno di uomini scelti e dare la scalata nientedimeno che alla palizzata del padiglione dello stesso re Nantha Buréng. Serrata la spada tra i denti, come facevano i nostri arditi durante la prima guerra mondiale con il loro pugnale, per averla pronta all’occorrenza e per non essere impacciato nei movimenti, si buttò per primo su per la palizzata. Stava già per raggiungere la sommità quando malauguratamente le guardie diedero l’allarme e dovette desistere dall’impresa, buttandosi, con un balzo fulmineo, tra i suoi uomini che lo portarono in salvo. Quella famosa spada è giunta fino a noi col nome appunto di «Spada della scalata all’accampamento» gelosamente custodita tra i più prestigiosi cimeli del tesoro reale. Quando Nantha Buréng venne a conoscenza del fatto, incaricò due picchetti del suo corpo di guardia, comandati da due valorosi ufficiali, di stare costantemente all’erta giorno e notte e di dare la caccia, senza tregua, al principe thai con l’obbligo di portarglielo vivo o morto. Naré Sùan, come al solito, uscì nuovamente e i due ufficiali, posti in agguato, gli furono subito addosso. Ma il primo non fece neppure in tempo ad avvicinarsi che il principe gli mozzò, con la sua spada, la testa d’un sol colpo. E quando il secondo corse, col suo picchetto, in aiuto del collega fu accerchiato dagli uomini di Naré Sùan che, massacrando i Birmani sopraggiunti, portarono nuovamente in salvo il loro principe, prima che tutto il campo nemico fosse messo in allarme.
I Birmani tornati in patria durarono fatica a riaversi dalla nuova tremenda sconfitta e umiliazione. E ci vollero ben quattro anni prima che si rendessero conto della realtà dei fatti e riuscissero a superare lo scoramento nel quale li avevano buttati i Thai. Non riuscivano proprio a capacitarsi come mai uno sparuto esercito di uomini già precedentemente più volte annientati dal loro re Buréng Nòng e tenuti divisi nei loro staterelli nonché terrorizzati e sfibrati dalle angherie delle guarnigioni birmane, avessero potuto improvvisamente unirsi in un sol blocco e diventare tanto coraggiosi e addirittura invincibili.
Ciò nonostante vollero tentare nuovamente e nel 1590 partì la quarta invasione, comandata dal principe ereditario, sostenuto da Phaià Bassein, governatore di Pagan e capo di uno scelto corpo di Birmani, la razza autoctona dominante e quindi fedelissima all’attuale dinastia regnante. In totale l’esercito birmano ammontava a 200.000 unità. La storia non ci precisa, questa volta, il numero dei cavalli e degli elefanti che doveva comunque essere pari o superiore al precedente. In compenso ci parla di 1.000 mercenari portoghesi e inglesi che, con le loro armi da fuoco, si erano messi al servizio anche della Birmania. Già sapevamo che il re Buréng Nòng aveva fatto requisire tutti i cannoni e le armi da fuoco dei Thai dopo la prima caduta di Aiùtthaià, ma erano in massima parte servite a fortificare la capitale e ad armare una speciale guardia del corpo del re birmano. E d’altronde ci volle il suo tempo prima di ottenere, con relazioni diplomatiche molto più complicate e lunghe di oggi, dal Portogallo prima e dall’Inghilterra poi il necessario personale ed equipaggiamento e soprattutto le munizioni che dovevano giungere interamente dall’Europa, dopo lunghi e avventurosi viaggi che duravano sempre parecchi mesi e talvolta anni. Solo ora perciò i Birmani erano in grado di far uso anch’essi di un buon numero di armi da fuoco e dotare l’armata di un corpo speciale di cannonieri e fucilieri.
Scese dunque il principe birmano Ming Kasavà, acerrimo rivale di Naré Sùan, per i precedenti che già conosciamo, fiducioso e deciso di riprendersi finalmente una definitiva rivincita sul principe thai e di portarlo in Birmania non più come ostaggio ma come schiavo in catene.
Ma Naré Sùan, disponendo ormai di un numero di uomini e mezzi ben superiore alle precedenti invasioni gli fece pari accoglienza e uscì coraggiosamente ad affrontarlo in campo aperto. Lo scontro avvenne nuovamente a Suphàn Burì, e il principe birmano ebbe la stessa sorte toccatagli in occasione della prima invasione. Subì una disfatta totale e a stento poté riparare con la fuga lasciando sul campo di battaglia e in balìa dei Thai, gran parte dei suoi uomini.
Ad Aiùtthaià, in quello stesso anno, moriva il re Mahà Thammaràcià e il principe Naré Sùan saliva sul trono al suo posto. Aveva solo 35 anni, ma l’esperienza e la capacità di governo del più vegliardo sovrano della terra. E il fratello Eka Thotsaròt, che gli era stato sempre al fianco in tutte le battaglie e pericolose imprese, fu da lui nominato viceré o Uparàt, come dicono i Thai, con onori superiori a tutti i suoi predecessori.
Il nome di Naré Sùan intanto e la fama delle sue leggendarie imprese avevano valicato tutti i confini della Thailandia e ovunque non si faceva che parlare del Principe Nero. Era ormai credenza generale ch’egli fosse la reincarnazione di uno dei favolosi eroi di cui è piena la mitologia Thai. I generali birmani tremavano dalla paura al solo sentirlo nominare e lo stesso principe ereditario, sollecitato dal padre a ritentare l’impresa, l’anno dopo con 240.000 uomini, rispose, ancora terrorizzato e riluttante, che era meglio sospendere o almeno rimandare la campagna perché gli astrologi gli avevano detto ch’egli era nato sotto una cattiva stella. E il re dovette dichiarare all’assemblea dei Ministri e dei Nobili vassalli che: «Mentre il re di Aiùtthaià aveva un figlio che non aveva bisogno di essere comandato a combattere, ma al contrario bisognava frenarne lo spirito ardimentoso, egli era lo sfortunato padre d’un figlio che non voleva più impugnare le armi». Il re fu dunque costretto ad affidare il comando della quinta spedizione al principe Zaparo ed ai governatori di Tong U e di Prom, mentre il principe ereditario Ming Kasavà li avrebbe seguiti come commissario del re.
La spedizione ebbe inizio nel 1592 con 240.000 uomini, 20.000 cavalli e 1.500 elefanti, più un numero imprecisato di mercenari europei con le armi da fuoco. I Thai avevano solo 100.000 uomini, sempre al comando di Naré Sùan. Erano dunque meno della metà, ma tuttavia superiori ai contingenti delle altre invasioni. La battaglia ebbe luogo, questa volta, nella piana di Nong Sarài, nella provincia di Suphàn Burì, con alterne vicende e gravi perdite da ambo le parti. Lo stesso re Naré Sùan corse il più grave pericolo di tutte le precedenti battaglie e spericolate imprese. Il suo elefante infatti e quello del fratello Eka Thotsaròt, improvvisamente adombratisi uscirono precipitosamente dallo schieramento thai e s’avvicinarono pericolosamente da soli verso le file dei birmani, proprio sotto gli occhi del principe Ming Kasavà che avrebbe potuto farli circondare e catturare dai suoi uomini, se proprio in quel preciso istante il re Naré Sùan non avesse avuto l’istintiva e fulminea presenza di spirito di sfidare a singolare tenzone il suo rivale birmano, per cui il principe Ming Kasavà, secondo le leggi della cavalleria e dell’onore militare, non poté rifiutare né scagliare i suoi uomini contro il re thai senza coprirsi d’infamia. Accettò quindi il duello e diede ordine ai suoi uomini di fare largo.
Malauguratamente però la predizione degli astrologi ed il suo triste presentimento dovevano trovare ineluttabile conferma e, al secondo colpo di spada sferrato con estrema destrezza e violenza dal re Naré Sùan, il corpo dello sfortunato principe birmano cadde pesantemente dal suo elefante, rotolando a terra, colpito a morte. A tale vista i Birmani si buttarono sui due fratelli decisi ad abbatterli o farli prigionieri, ma i Thai ripresesi dalla momentanea sorpresa ed esitazione, causata dall’improvviso scatto dei due elefanti, si lanciarono precipitosamente nella mischia, sbaragliarono completamente la compagine nemica e la misero in rotta. Ai Birmani non rimase altro che una precipitosa fuga per sganciarsi dai Thai, e mettersi in salvo oltre i confini. Sul luogo del memorabile duello fu cavallerescamente fatto erigere da Naré Sùan un monumento a ricordo dello sfortunato principe birmano.
Finita la battaglia il re Naré Sùan, mentre ebbe parole di elogio per tutti i suoi soldati, si adirò fortemente con i due generali Ciào Phaià Ciàkrì e Phaià Phra Khlang per la loro esitazione che ritenne codardia, e li pose sotto processo per la condanna a morte, con l’accusa di non avere seguito immediatamente, con tutto lo schieramento, i due elefanti fuggitivi. Ma l’abate di un monastero, ritenuto il Patriarca di tutti i bonzi, intervenne in favore dei due comandanti e, dicendo al re che quant’era accaduto era stata né più né meno che disposizione di Dio il quale aveva voluto in tal modo mettere in maggiore risalto il suo valore e la sua gloria, riuscì a far recedere l’adirato re dalla sua decisione e ad accordare il perdono ai due colpevoli.
Naré Sùan però pose a ciascuno dei due generali una condizione o prova affinché si riscattassero dalla loro colpa e dimostrassero il loro coraggio. Al generale Ciào Phaià Ciàkrì diede l’incarico di riconquistare Tenasserim ed al generale Phaià Phra Khlang di riprendere Tavòi (due città sulla costa birmana che appartenevano ai Thai ma erano state soggiogate dai Birmani) e diede a ciascuno di loro un esercito di 50.000 uomini.
Ciào Phaià Ciàkrì puntò decisamente su Tenasserim e prendendola di sorpresa, la conquistò nel giro di quindici giorni. Il generale Phaià Phra Khlang invece trovò maggior resistenza da parte della guarnigione birmana di Tavòi e impiegò venti giorni per prenderla.
I due generali quindi, ignorando ognuno l’esito dell’altro, si misero in mare, con il loro piccolo naviglio, per correre vicendevolmente in aiuto l’uno dell’altro. Ma ecco che sulla loro rotta, poco prima d’incontrarsi, si imbatterono in una flotta birmana inviata a difendere Tenasserim. Ciào Phaià Ciàkrì, incontratala per primo, diede subito battaglia quando sopraggiunse Phaià Phra Khlang a dargli man forte e a ridurre in pezzi l’intera flotta birmana. Dai marinai fatti prigionieri, i due generali thai vennero a sapere che un grosso contingente di truppe era diretto, via terra, verso Tavòi per riconquistarla. Fu subito concertato dai due generali thai un piano per tendere un agguato all’esercito birmano in marcia verso quella città e, lasciate le imbarcazioni al sicuro, presero terra e s’avviarono ad incontrare il nemico. Il piano predisposto riuscì perfettamente e l’esercito birmano, preso di sorpresa in una stretta gola, fu pressoché annientato. Le due città rimasero così definitivamente in mano ai Thai, che munitele di due forti guarnigioni, le conservarono sotto il loro dominio per molti anni.
I due generali, rientrati ad Aiùtthaià, ebbero non solo il perdono del loro re, ma anche una promozione ed il suo elogio che, per quei valorosi guerrieri, valeva più d’ogni altra cosa al mondo.
I Birmani, dopo la totale disfatta subita, non osarono più organizzare altre grosse spedizioni contro la Thailandia, almeno fintantoché visse il re Naré Sùan, il fantomatico ed invincibile Principe Nero.
Tentarono tuttavia ancora qualche piccola azione più che altro di disturbo contro città confinanti, senza però inoltrarsi troppo in territorio thai. Azioni che tuttavia venivano regolarmente rintuzzate dal re Naré Sùan impiegando solo piccoli contingenti di truppe.
D’altronde il re del Lan Na Thai (ossia di Cìeng Mài) che fino allora era stato dalla parte dei Birmani, ora, di fronte alle umilianti sconfitte di questi ed alle strepitose vittorie di Naré Sùan, decise di unirsi ai Thai e inviò una delegazione alla corte di Aiùtthaià per fare atto di sottomissione con doni e tributi di vassallo. Il re Naré Sùan, con quest’ultimo atto di volontaria sottomissione e unione dei Thai di tutta la regione settentrionale e occidentale, si sentì le spalle completamente al sicuro dagli attacchi dei Birmani e prese allora la decisione di sistemare, una volta per sempre, il fronte cambogiano.
I Cambogiani infatti, approfittando vilmente delle sue estreme difficoltà e dell’immane peso della guerra che doveva sostenere contro le invasioni birmane, lo avevano più volte pugnalato alle spalle, attaccando proditoriamente e saccheggiando città thai confinanti, razziando campagne e deportando intere popolazioni per ripopolare i loro territori e facendole lavorare come schiavi. Naré Sùan aveva sì, di tanto in tanto, fra un’invasione e l’altra, fatto qualche irruzione o spedizione punitiva contro i Cambogiani, ma si trattava sempre di azioni veloci e brevi e quindi non decisive, dovendole abbandonare quasi subito per correre ad arginare le incessanti invasioni dei Birmani che si susseguivano una dopo l’altra. Ora però che il fronte birmano era definitivamente e sicuramente sistemato, pensò ch’era giunta l’ora del «redde rationem» anche per i Cambogiani.
Raccolse quindi un poderoso esercito di 100.000 uomini con numerosi elefanti e cavalli, equipaggiato con le più moderne armi tradizionali e da fuoco. Divisolo quindi in quattro raggruppamenti affidati al comando dei suoi migliori generali, invase l’intera Cambogia attaccandola da quattro direzioni diverse, con l’appoggio anche di una considerevole flotta costiera e fluviale, per i tempestivi rifornimenti di viveri, armi e munizioni. Era l’anno 1593. Tutte le città della Cambogia caddero una dopo l’altra sotto l’assalto dei Thai finché, nel giro di pochi mesi, tutte e quattro le armate si riunirono, come convenuto, sotto le mura dell’allora capitale cambogiana Lovèk. Il re Naré Sùan assunse allora il comando dell’intero schieramento e dispose subito l’assedio della città. Invitò quindi il re cambogiano Satthà ad arrendersi e sottomettersi, promettendogli in cambio non solo l’incolumità della vita ma anche la continuità del regno, purché promettesse fedeltà di vassallo alla Thailandia. Ma quegli respinse sdegnosamente l’invito, imprigionando gli ambasciatori che gli avevano recato il suo messaggio.
A Naré Sùan non rimase quindi che prendere la città con la forza. E, dopo alcuni giorni di intensi preparativi, diede l’ordine di attacco simultaneo a tutte e quattro le unità, previo intenso e incessante fuoco di artiglieria per smantellare le mura e aprire vistose brecce per il passaggio degli elefanti prima e dei cavalieri poi, che avrebbero infranto le ultime barricate e resistenze, seguiti immediatamente dalle truppe appiedate per l’occupazione dell’intera città. Il re Satthà fece appena in tempo a fuggire verso il nord dove, poco dopo, morì; mentre il fratello, principe Soriopon, cadde nelle mani dei Thai e fu portato ad Aiùtthaià con altri 90.000 prigionieri cambogiani.
A Lovèk fu posto un generale thai come Governatore di tutta la Cambogia, sostenuto da una forte guarnigione di stanza in parte nella capitale e in parte nelle altre città più importanti, governate anche quelle da funzionari thai. Naré Sùan tornò quindi ad Aiùtthaià con un ingente bottino di armi di ogni specie, di elefanti, cavalli, barche e navi da guerra e soprattutto con l’intero tesoro reale caduto nelle sue mani.
La caduta di Lovèk e dell’intera Cambogia avvenne nel gennaio del 1594. E questa fu l’ultima gloriosa impresa del grande re Naré Sùan, il leggendario Principe Nero, dalle mille strepitose gesta, che morì a soli 50 anni, dopo 15 di regno, nel 1605. Ma da grande guerriero, quale egli era nato e vissuto, doveva anche morire da soldato con le armi in pugno. La morte infatti lo colse mentre era corso in aiuto di alcuni Stati Ciàn nel nord della Birmania, allora sotto il suo dominio, ma minacciati dal re di Ava che voleva riprenderseli. Sulla via di questa spedizione, dopo aver attraversato le città di Cìeng Mài e di Fang ed essere giunto a Mùang Khang, al di là della frontiera, cadde ammalato e di lì a poco morì. Il fratello Eka Thotsaròt, che, fedelissimo, gli era sempre al fianco, ne portò le spoglie mortali ad Aiùtthaià per la solenne cerimonia della cremazione e del rito funebre.
Forse è soverchio ma pur doveroso sottolineare ancora una volta che durante il regno del grande re Naré Sùan, Aiùtthajà e l’intera Thailandia non solo si sono riscattate dal giogo del vassallaggio dei Birmani, ma raggiunsero, per l’ultima volta purtroppo, anche la loro massima estensione di territorio e la più alta vetta della loro potenza e gloria. Dopo Naré Sùan, dovremo infatti assistere al loro lento ma ineluttabile declino, anche se durante il regno di Narài, come vedremo, ebbero un nuovo periodo di apparente ripresa e di diffusione del loro nome e prestigio in tutto il mondo attraverso numerose ambasciate e scambi commerciali con tutti i maggiori paesi dell’Occidente e dello stesso Oriente.

 

CAPITOLO XI
Re Eka Thotsaròt - Re Songthàm - Re Prasàt Thòng



A Naré Sùan successe al trono Eka Thotsaròt (1605-1610) che, pur avendo partecipato a tutte le campagne del fratello e trascorso pressoché l’intera sua vita sui campi di battaglia, era di natura pacifica e appena poté, e cioè subito dopo la morte del fratello, abbandonò ogni impresa militare e si dedicò interamente ad opere di pace.
Le imprese del fratello d’altronde avevano dato tale assetto alle frontiere del Paese ch’egli non ebbe più bisogno di impugnare le armi contro gli acerrimi nemici della Thailandia. E questi non osarono muovere guerra per tutta la durata del suo regno.
Al nuovo re del Siam Eka Thotsaròt va ascritto il merito di avere iniziato quello scambio di ambasciate coi paesi europei che doveva poi culminare sotto il re Narài. La sua prima ambasciata (e prima anche nella storia della Thailandia) fu quella da lui inviata all’Aia nel 1608.
E pare strano che, con i precedenti rapporti che Aiùtthaià aveva avuto con i Portoghesi, la sua prima ambasciata sia stata inviata in Olanda e non in Portogallo. Ma la colpa fu proprio degli stessi Portoghesi. Questi infatti, mentre la loro patria era in guerra con l’Olanda, alla corte di Aiùtthaià non facevano altro che parlare degli Olandesi definendoli pirati del mare, vagabondi senza patria, ma in possesso però di un ordigno straordinario col quale potevano vedere da molto lontano i loro nemici senz’essere visti e quindi battere di sorpresa tutte le flotte, compresa quella Portoghese. Si trattava dei primi telescopi o cannocchiali il cui principio, lo sanno tutti, fu inventato dal nostro Galileo, ma fu poi realizzato e sfruttato su scala industriale e commerciale da altri paesi tra i quali l’Olanda. La solita mala sorte di tante nostre invenzioni e inventori!
Il re Eka Thotsaròt, fortemente incuriosito e invogliato a possedere un tale apparecchio, inviò un’ambasciata al Principe d’Orange, con molti doni, che un rapporto del tempo ci descrive minutamente e che a titolo di curiosità riportiamo per intero: «... due lance di acciaio, due giavellotti di giunco, due archibugi, cannoni e cannoncini per abbattere elefanti pericolosi con pallottole grandi come quelle di un moschettone, due spade con fodero in oro, due ventagli e due scatole, una in avorio che conteneva la lettera del re del Siam al re d’Olanda scritta su di una lamina d’oro lunga un palmo e arrotolata, l’altra in legno pregiato ricoperta di tessuto che conteneva a sua volta due astucci d’oro massiccio magistralmente cesellati, in uno dei quali vi era un anello pure in oro con Otto rubini e un diamante a rosetta di un centimetro di grandezza e nell’altro un anello, sempre in oro, con un solo rubino, ma grande quanto l’unghia di un pollice». E sembra che il Principe d’Orange abbia ricambiato questi doni con uno dei suoi prodigiosi telescopi, tanto desiderato dal re del Siam.
Ma ciò che più conta, da allora in poi, ebbero inizio intensi scambi di merci d’ogni sorta e grande utilità per entrambe le nazioni e la Thailandia diede l’avvio a quegli importanti rapporti politico-commerciali tra tutti i paesi asiatici ed europei. Delle relazioni intercorse tra i paesi asiatici vanno ricordate in modo particolare quelle tra la Thailandia ed il Giappone.
Il Giappone infatti, fanaticamente geloso delle sue tradizioni ancestrali, non aveva aperto i suoi porti alle navi europee e tanto meno la sua sacra corte imperiale di origine divina, ai profani ambasciatori e commercianti occidentali. Però gli facevano gola le armi da fuoco e non potendole avere direttamente dagli Europei, coi quali non voleva intavolare trattative, si servì per tramite della Thailandia. Gli archivi thai e giapponesi abbondano di documenti che testimoniano di queste intense relazioni diplomatiche e commerciali tra i due paesi. Il Giappone sollecitava armi da fuoco, che venivano già costruite in Thailandia sotto la guida dei Portoghesi, legnami pregiati ed altre merci, mentre il Siam chiedeva in cambio, tra l’altro, nientemeno che un corpo di guardia dei suoi famosi cavalieri erranti o «samurai».
Il re Eka Thotsaròt ebbe proprio il privilegio di avere una guardia reale giapponese comandata dal famoso Nakamasa Iamada del quale avremo molto da dire più oltre.
Con questi scambi commerciali il Siam si trovò nella necessità dì battere moneta corrente. E anche questa avvenne per la prima volta in Thailandia sotto il regno di Eka Thotsaròt. Prima di allora infatti gli scambi commerciali avvenivano con beni in natura tra il popolo, sia contadino che artigiano e con lingotti o pezzi d’oro e d’argento tra i nobili e funzionari governativi. I militari venivano solitamente pagati con beni in natura, viveri, vestiti, armi, ecc. frutto, il più delle volte, del bottino di guerra. Si poté così facilitare e incrementare la raccolta delle tasse soprattutto sui mercati e sul lavoro artigianale, mentre il contadino continuava a pagarle solitamente con beni in natura. Inutile dire che con l’introduzione del sistema monetario, che favoriva e facilitava enormemente le transazioni commerciali, fu il commercio ad averne un enorme vantaggio e maggiore sviluppo.
Il regno di Eka Thotsaròt durò purtroppo solo cinque anni e fu amareggiato dalla tragica e sventurata morte di uno dei suoi figli.
Dalla regina (ossia la prima delle tante mogli) aveva avuto due figli, il principe Suthàt e il principe Si Sàovaphàk. Il primogenito fu designato principe ereditario o viceré (Uparàt in Thai). Una volta cresciuto e sentendosi conscio della sua carica, un giorno, ebbe l’ardire di proporre al padre l’allontanamento dalla corte di alcuni nobili. Essendo questa una prerogativa del re, il padre gli chiese se voleva prendergli il trono. Il figlio ne rimase profondamente offeso e la notte seguente, senza che nessuno s’accorgesse, prese del veleno e morì. Altri dicono invece che il giovane principe fosse stato falsamente accusato da un nobile di corte di ordire una congiura contro il re, suo padre, per cui fu condannato a morte per alto tradimento. Noi ci limitiamo a citare tutte e due le versioni.
Qualche tempo dopo anche il re si ammalò e morì nel 1610.
Gli successe al trono quindi il secondogenito, il principe Si Sàovaphàk. Ma purtroppo questi durò in carica ben poco tempo, poiché un suo fratellastro, nato da una seconda moglie del defunto re, il principe Si Sin (Si Silpa), che si era fatto bonzo, abbandonato improvvisamente l’abito monacale, penetrò una notte, con un pugno di seguaci, nel palazzo reale, uccise proditoriamente il giovane re e gli usurpò il trono, proclamandosi re col nome di Songthàm che, per colmo d’ironia, in thai vuol dire «il giusto». E regnò dal 1610 al 1628.
La prima cosa ch’egli dovette affrontare fu la rivolta di una parte del corpo di guardia giapponese. Duecentottanta Giapponesi infatti, dei seicento che lo componevano, indignati dell’operato del re e temendo per la loro stessa incolumità, decisero di abbandonare la corte di Aiùtthaià e andarsene per conto loro, forse al servizio di qualche altro re o principe. Un giorno pertanto, all’insaputa del loro stesso comandante Iamada che dubitavano tenesse dalla loro parte, irruppero negli appartamenti del re, gli fecero sottoscrivere col sangue un giuramento in forza del quale venivano loro concessi particolari privilegi, tra cui la consegna immediata di quattro ufficiali da loro ritenuti pericolosi e di quattro bonzi d’alto bordo in ostaggio, nonché l’autorizzazione e libertà di scegliersi qualsiasi residenza e di esercitare qualsiasi commercio nel regno. Quindi, dopo aver giustiziato sul luogo i quattro ufficiali, abbandonarono il palazzo e si diedero al saccheggio della capitale portando via un ingente bottino di merci pregiate e metalli preziosi. Allontanatisi dalla capitale andarono a stabilirsi a Phét Burì dove, eletto il loro capo col titolo di Principe Sovrano, dichiararono la città e la provincia stato libero e indipendente. I generali e tutti gli altri ufficiali thai frementi di sdegno e d’ira, per la sorte toccata ai loro colleghi, avrebbero voluto buttarsi all’inseguimento dei ribelli, ma il re non osò rompere il patto sigillato col sangue e non reagì. Attese comunque l’occasione opportuna per prendersi la rivincita.
E l’occasione gli fu offerta dal re del Lao che, venuto a conoscenza dei fatti accaduti alla corte di Aiùtthaià, ritenne il comportamento del re thai vile e debole e pensò quindi fosse giunto il momento opportuno di buttarsi alla conquista della Thailandia. Scese quindi col suo esercito e si unì ai ribelli giapponesi nella città di Phét Burì. Era proprio quello che ci voleva per il re Songthàm. Poteva così prendere due piccioni con una fava, come si suol dire, e liberarsi dallo scrupolo del giuramento del sangue. E infatti, raccolto un grosso esercito, prese d’assalto la città, sbaragliò e mise in fuga sia i Lao che i Giapponesi. I primi tornarono nei loro territori e i secondi si rifugiarono in Cambogia.
Iamada, che non aveva partecipato alla rivolta, fu confermato nel comando degli altri Giapponesi rimasti fedeli al re. Questi anzi, mostrandosi saggio e giusto, secondo il detto thai che consiglia di tagliare il dito guasto e non la mano, mentre continuò a perseguitare i ribelli, trattò con equità e benevolenza quelli che gli erano rimasti fedeli aumentando la paga dei gregari e nominando Iamada Phaià Senà Phimùk (Phaià = marchese, Senà militare, Phimùk = capo). Continuò poi regolarmente a inviare navi thai in Giappone e ad accogliere nel suo porto di Aiùtthaià quelle giapponesi, intensificando così i commerci e i buoni rapporti diplomatici tra i due paesi.
Durante il suo regno avvenne anche l’arrivo ad Aiùtthaià della prima nave mercantile britannica, il «Globe», il cui ammiraglio recava al re del Siam una lettera del re Giacomo I d’Inghilterra con la quale chiedeva fosse concesso agli Inglesi di aprire una loro Agenzia Commerciale nella capitale. Ciò che fu concesso, e d’allora in poi la Thailandia iniziò i suoi commerci anche con l’Inghilterra.
Ma sotto il regno di Songthàm ebbe purtroppo inizio anche il declino e sfacelo della grande nazione costruita dal re Naré Sùan. La Birmania infatti si riprese il dominio sugli stati Mon, la Cambogia si dichiarò indipendente e il Lao, come abbiamo già detto, cominciò a minacciare le città del nordest della Thailandia, contendendosi con la Birmania il possesso di Cìeng Mài e di tutto il Lan Na Thai. La Thailandia s’accordò allora con la Birmania cedendole Martabàn in cambio del dominio su Cìeng Mài. I Birmani però non mantennero i patti e nel 1628 tornarono all’attacco e si presero anche Cìeng Mài.
Il re Songthàm intanto giaceva gravemente infermo nel suo letto e si andava lentamente spegnendo. Ma ad amareggiare i suoi ultimi giorni non furono tanto questi tristi avvenimenti esterni, quanto quelli interni, in seno al suo palazzo, nel sacrario della sua famiglia.
Egli aveva due figli ancora in tenera età, il principe Ciài Cetthà e il principe Athìt-iavòng e, sentendosi alla fine dei suoi giorni chiamò al suo capezzale il principe Si Voravàng, suo cugino (il padre di questi infatti era fratello della madre di Songthàm) e affidandogli la reggenza del regno in nome dei figli, gli raccomandò vivamente di aver cura di loro e rendere al primogenito, quando fosse maggiorenne, la legittima successione al trono. Il cugino promise solennemente, davanti ai nobili accorsi attorno al letto del re morente, di eseguire fedelmente le volontà del sovrano. Ma purtroppo codesto cugino era un fior di canaglia che ne aveva già combinate di tutti i colori e quindi le sue promesse non furono altro che autentiche menzogne.
Una breve rassegna dei suoi trascorsi ci darà la misura del suo malanimo. Si narra che era stato imprigionato ben più volte e per reati piuttosto gravi. Fin da giovane era stato fatto capo dei paggi di corte. Ma il più delle volte che doveva trovarsi in servizio lo rinvenivano ubriaco fradicio in qualche angolo del palazzo. Ciò nonostante per intercessione della zia, madre del re, non solo fu sempre perdonato ma anche promosso al grado di capitano. Un giorno che il re non poté intervenire di persona alla cerimonia dell’aratura (1) incaricò un nobile a farne le veci con pieni poteri regali.
1 Tutti gli anni il re thai, seguito dalla corte, dai nobili e funzionari del regno si reca, ancor oggi, in un campo dove impugna un aratro trainato da bufali e traccia un solco per dare inizio ai lavori dei campi. Cerimonia che i thai chiamano Rèk Na Khùan. Sì sa che la ricchezza massima della Thailandia è sempre stata ed è tuttora l’agricoltura, nonostante l’enorme balzo in avanti fatto in quest’ultimo secolo nel commercio e nell’industria. E nella produzione del riso i Thai hanno sempre detenuto il primato, fin dai tempi più antichi, in tutto l’Oriente. Questa cerimonia quindi, le cui origini si perdono nella notte dei tempi, è una delle più solenni e sacre nel costume e nella tradizione thai. (Fig. 31)
Si Voravòng ebbe l’ardire di andare a deridere il sostituto del re insultandolo e turbando la solennità della cerimonia. Il fatto fu subito riferito al re che fece incatenare e imprigionare l’insolente principe. Di nuovo intervenne la Regina Madre, sua zia, e il manigoldo fu quasi subito rimesso in libertà. Questi allora rivolse le sue mire vendicative contro i due figli del re che riteneva responsabili delle punizioni inflittegli, e ordì un complotto per ucciderli. Il complotto fu scoperto ed il colpevole gettato nuovamente in prigione. Allora egli, per riscattare la sua colpa e riavere la libertà, chiese di partecipare volontariamente alla campagna contro la Cambogia, durante la quale seppe effettivamente comportarsi valorosamente per cui fu di nuovo perdonato dal re e riammesso alla corte. Ma di lì a poco egli sedusse la moglie del fratello del re e fu ancora una volta imprigionato. Per tale delitto, le leggi thai del tempo prevedevano la pena capitale. Ma la Regina Madre interpose nuovamente la sua intercessione e fece mutare la pena di morte in quella dell’ergastolo. Senonché dopo tre anni fu amnistiato ed entrò nuovamente nelle grazie del re che gli concesse il titolo di Phaià e lo nominò Sovrintendente Generale di Palazzo. Negli ultimi anni della vita del re era dunque, nonostante il suo passato burrascoso e poco raccomandabile, nella fortunata posizione di un prediletto del sovrano.
Ebbene, per tutta risposta e riconoscenza di tanta magnanimità, egli ordì un complotto, questa volta malauguratamente riuscito, per eliminare i due figli del re e tutti i nobili che gli erano contrari, prima ancora che il misero re chiudesse gli occhi per sempre. E dopo la sua morte represse ferocemente la ribellione promossa da un fratello del defunto sovrano che tentava di prevenire tanti altri delitti ed impedire che quel pezzo di galera salisse sul trono di Aiùtthaià. E nel giro di poco tempo Si Voravòng si sbarazzò di tutti i suoi avversari e salì sul trono col nome di re Prasàt Thòng (che vuol dire re del palazzo d’oro).
Per somma disgrazia di Aiùtthaià e di tutta la Thailandia ebbe anche un lungo regno di ben ventisette anni dal 1629 al 1656.
Degno di nota, anche se costituisce un fatto marginale, ma che tutti gli storici si fanno premura di riportare, è il modo con cui si sbarazzò del principe Si Sin (Si Saipa), fratello del defunto re, il quale si era fatto bonzo e, nel momento in cui avvenivano queste congiure di palazzo, si trovava in una pagoda della capitale. Si Voravòng o re Prasàt Thòng, non potendolo uccidere o farlo uccidere entro le mure della pagoda e nelle vesti di bonzo, lo lusingò ad uscire e ad abbandonare il saio con la promessa di farlo salire sul trono, come legittimo successore del fratello. Ma, appena uscito dal monastero, in abiti secolari, lo fece prendere dalla guardia reale giapponese, comandata da Iamada, e portare a Phét Burì, dove fu sepolto vivo in una fossa profonda e munita solo di uno spioncino per controllarne la presenza; condannato a morire di fame e di stenti.
Ma un certo Ok Lùang Mongkhòn, un autentico gigante dalla forza erculea, molto devoto al principe Si Sin (Si Silpa), appena seppe dell’orribile fine a cui l’avevano condannato, si recò furtivamente nelle vicinanze della fossa e, lavorando di notte per eludere la vigilanza delle guardie, riuscì a scavare una galleria nel terreno fino a raggiungere la fossa del principe e portarlo in salvo. Al suo posto, per meglio mascherare l’evasione, vi pose il cadavere di un prigioniero morto da poco. Quando le guardie, facendo il solito controllo dall’alto della botola di cui era munita la fossa, scorsero il corpo inanimato sul fondo e ritenendolo quello del principe, ne diedero notizia ad Aiùtthaià che ordinò di riempire la fossa e seppellirvi dentro il cadavere.
Ok Lùang Mongkhòn non si accontentò di trarre in salvo il suo principe, ma si diede anche subito da fare a procurargli un esercito per prendere il trono e punire adeguatamente il malvagio usurpatore. La sommossa fu però scoperta e spenta sul nascere. Il principe Si Sin cadde nelle mani dell’usurpatore che lo condannò allora a morte mediante fustigazione con verghe di legno di sandalo, entro una pelle di bue, secondo il costume thai, per le esecuzioni capitali dei colpevoli di sangue reale. Costume di cui abbiamo già parlato in un precedente capitolo allorché il re Mahìn condannò a morte il proprio figlio.
Ok Lùang Mongkòn riuscì invece a fuggire e per non farsi scoprire e catturare, andò a vivere, randagio, di pesca e di caccia nelle foreste ai confini della Birmania. Ma quando seppe che il re Prasàt Thòng aveva preso in ostaggio sua moglie, non poté fare a meno di ritornare ad Aiùtthaià per tentare di liberarla. Fu però scoperto e catturato. Tuttavia, in grazia della sua formidabile forza e del suo coraggio dimostrato in battaglia, gli fu proposto di prendere servizio alla corte del re. Ma egli rifiutò sdegnosamente, asserendo che il suo re era morto e non poteva servire nessun altro. Fu quindi giustiziato.
Anche Iamada, poco dopo, fu allontanato dalla corte, perché sospettato di tenere troppo al defunto re e ai suoi sostenitori, non del tutto eliminati, e inviato nell’estremo sud del regno come governatore della città di Nakhòn Si Thammaràt. Ma appena giunto nella sua nuova sede fu avvelenato. Egli lasciò un figlio chiamato Oin Iamada che fuggì con la madre in Cambogia.
Ma i crimini del re Prasàt Thòng non dovevano finire qui. La sua spregiudicatezza e disprezzo per il defunto cugino lo spinse a prendere come sua quarta moglie la figlia maggiore del medesimo e concedere la seconda come concubina al fratello nominato suo legittimo erede. Giunse a tal punto di spudoratezza di voler prendere come concubina la stessa madre del defunto re (ch’era sua zia), ma questa, ben comprensibilmente, rifiutò con orrore e sdegno. E allora fu trascinata nel fiume, affogata e poi impalata. Prese nel suo harem tutte le altre sorelle e figlie del re Songthàm. E guai a quella che avesse osato piangere la morte della loro sventurata madre. Più d’una infatti subì la pena capitale per non aver potuto reprimere un sentimento così umano e incontenibile. In procinto di partire per la campagna contro Cièng Mài, fece voto di sacrificare al dio della guerra Kuan Ti le prime quattro donne che avrebbe incontrato sulla via. E uscito dal palazzo, prese le prime quattro sventurate che gli capitarono tra i piedi e le fece trucidare sul posto, imbrattando poi col loro sangue le sue navi da guerra allo scopo di propiziarsi la protezione del dio Marte.
Ovunque nel suo regno, come nel suo animo, vi furono rivolte, ribellioni, disordini e guerre. Dovette perciò combattere contro la Birmania, la Cambogia, il Lao e le stesse città thai, come Pattani che si erano ribellate al suo malgoverno. Morì nel 1656.
Il re Prasàt Thòng aveva un fratello, il principe Si Suthàm al quale avrebbe dovuto lasciare la successione, secondo il costume thai di cui abbiamo già parlato in un precedente capitolo, ma non avendo fiducia in lui, preferì eleggere suo legittimo erede al trono il figlio maggiore, principe Ciài.
Ciò non garbò affatto al fratello che, con l’appoggio di un altro figlio del re (e suo nipote quindi), il principe Narài, fece irruzione nel palazzo reale e mise a morte il neo re Ciài, prendendone il posto. Ma il suo regno non doveva durare molto. Un giorno infatti, s’innamorò pazzamente, non corrisposto, di una sorella del principe Narài e tentò di farle violenza. Ma lei fuggì sdegnata nei suoi appartamenti e, con l’aiuto della servitù, riuscì ad evadere dal palazzo, nascosta in una cassa e a rifugiarsi presso il fratello. Questi, venuto a conoscenza dell’accaduto, andò su tutte le furie e, raccolto un esercito, diede l’assalto al palazzo reale. Le guardie però opposero un’accanita resistenza, per cui il re fece in tempo a mettersi in salvo. Ma il principe Narài lo braccò e inseguì finché riuscì a catturarlo e a metterlo a morte.
Salì quindi sul trono e divenne re col suo proprio nome Narài.

 

CAPITOLO XII
Re Narài - Gli Europei alla corte di Aiùtthaià



Il re Narài fu certamente uno dei più prestigiosi sovrani della Thailandia il cui lungo regno (1656-1689) doveva finalmente risollevare le sorti e l’onore non solo di Aiùtthaià ma di tutto il Siam, lasciando una impronta indelebile nella sua storia.
Il suo regno fu caratterizzato, come abbiamo avuto occasione di accennare poc’anzi, da sempre più intensi e frequenti rapporti diplomatico-commerciali con molti paesi d’Oriente e soprattutto d’Occidente.
Aiùtthaià divenne così, pur non godendo della privilegiata posizione di un porto di mare vero e proprio, un centro commerciale, anzi il centro, a detta di molti cronisti del tempo, più importante di tutto l’Estremo Oriente. Essa infatti, pur essendo lontana dal mare, era raggiunta facilmente da ogni sorta di navi di quel tempo provenienti da tutti i paesi del mondo, attraverso il fiume Çiào Phraià sulla cui sponda sinistra sorgeva a meno di 60 chilometri dalla sua foce. Ma poteva essere raggiunta anche via terra e commerciare coi porti di Martabàn, Tavòi e Tenasserim, per lungo tempo sotto il suo dominio, e tenere intensi traffici con l’India da quel versante. Dai suoi famosi magazzini, o «docks» portuali, le merci più svariate venivano poi smistate nell’entroterra del Lao, dello Iùn Nan, del Tibet e della stessa Cina, della Cambogia, del Tonkino.
Altra caratteristica di questo periodo è la ricchissima e vasta raccolta di scritti lasciata da tutti quei visitatori, viaggiatori, ambasciatori, commercianti, politici, esploratori, navigatori, avventurieri e missionari, per cui possiamo conoscere la vita di quella città in ogni suo minimo particolare. Ed è un peccato che la brevità del nostro lavoro non ci permetta di approfittarne per dare un quadro più ampio e realistico del regno di re Narài e della sua grande capitale. Daremo comunque qualche altra notizia suppletiva in un capitolo a parte.
Il primo evento, in ordine cronologico, del regno di Narài fu l’arrivo ad Aiùtthaià dei primi Missionari delle Missioni Estere di Parigi avvenuto nel 1659. Furono poi visitati nel 1662 dal vescovo Pierre Lambert de la Motte diretto al Vietnam e raggiunti l’anno seguente dal loro proprio vescovo monsignor Pallu che fondò la Sede Episcopale o Diocesi di Aiùtthaià.
Si susseguirono poi innumerevoli ambasciate Thai tra il Siam e la Cina, il Giappone, la Persia, ma soprattutto l’Olanda, il Portogallo, la Francia e l’Inghilterra, con relativi scambi da parte dei predetti paesi. Di esse vanno ricordate specialmente la prima che la Thailandia inviò in Francia e in Portogallo, ma giunta sulle coste dell’Africa fece naufragio e non se ne seppe più nulla; e la seconda che arrivò fino al Capo di Buona Speranza e stava per doppiarlo quando una furiosa tempesta sbatté la nave contro l’erta scogliera e l’intero equipaggio fu salvato in extremis, allorché venne tratto in salvo da alcuni Olandesi, che facevano parte di una colonia costiera per il rifornimento delle loro navi in rotta da e per l’Oriente e riportato in Thailandia.
Ma non tutte le ambasciate thai andarono a vuoto o si conclusero così tragicamente. Anzi la maggior parte di esse andò a buon fine. E sono memorabili quelle giunte a Versailles alla corte di Luigi XIV, il Re Sole, che le accolse di persona e ricambiò con altrettante visite dei suoi ambasciatori; e quelle giunte a Londra dove il re Giacomo d’Inghilterra fece non minor accoglienza ai Thai nel suo palazzo di Windsor e strinse con loro ancor più stretti ed amichevoli rapporti politico-commerciali.
Con una delle tante ambasciate approdate ad Aiùtthaià giunsero in Siam anche dodici Gesuiti che il cronista definisce «matematici», il capitano Des Farges che fu inviato dal re Narài a presidiare, coi suoi uomini, i forti di Bangkok e di Martabàn e il capitano Forbin che il re nominò Ammiraglio affidandogli il comando dell’intera flotta thailandese. Come si vede il re Narài non esitò ad assumere personale straniero alla sua corte e affidargli incarichi della massima importanza e fiducia, pur di incrementare i commerci, le industrie, e potenziare la sua flotta e i suoi porti.
Non poche noie ebbe tuttavia il re Narài dalla Compagnia delle Indie Orientali che, gelosa del suo indiscusso predominio sui mari e sui mercati orientali, non vedeva di buon occhio queste relazioni diplomatiche tra il Siam ed i vari paesi occidentali, compresa l’Inghilterra sua madre patria, perché, essendo una ditta privata, non poteva certamente competere col potere sovrano di qualsiasi governo, e si vedeva quindi minata la sua egemonia mercantile che aveva mantenuto fino allora. Fece quindi di tutto per sabotare quelle relazioni e relative ambasciate e non essendovi riuscita con minacce e intimidazioni al governo thai, tentò di ricorrere alla complicità della Madre Patria sollecitandola a muovere guerra alla Thailandia, col pretesto che questa dava la preferenza ai commerci francesi.
Ma il re Giacomo non si prestò al gioco degli interessi di una compagnia privata per rompere gli ottimi rapporti diplomatici già avviati tra i due paesi. La compagnia allora, abbandonata a sé stessa, tentò il tutto e per tutto e un giorno diede l’assalto, con le sue navi da guerra e mercantili al porto di Mergui per toglierlo al Siam. Ma qui, per buona fortuna dei Thai, trovò i Francesi che facevano buona guardia al porto i quali non esitarono un attimo ad aprire il fuoco sulla flotta della Compagnia affondandola quasi interamente, e riducendola al fallimento. Il loro intervento inoltre sollevò il re Narài da ogni responsabilità e complicazione internazionale: giacché la vertenza avrebbe dovuto essere risolta tra l’Inghilterra e la Francia. Ma né l’una né l’altra si mossero, cosicché al re Narài non rimase che confiscare i beni della Compagnia in territorio thai per ripagarsi dei danni subiti ed eliminare, una volta per sempre, i suoi intrighi.
Ma il personaggio che più fece parlare di sé in quel tempo e che salì alle più alte cariche della corte del re Narài, fu il famoso greco Falkon. Costui, originario di Cefalonia, si era imbarcato, fin da ragazzo, su di una nave inglese della Compagnie delle Indie, come inserviente di cabina. In breve tempo però riuscì a mettere insieme un bel gruzzolo ed acquistare una piccola nave con la quale iniziare un commercio in proprio. Ma durante uno dei suoi tanti viaggi, naufragò sulle coste di Malabar (nell’India sud-occidentale) e perdette tutto all’infuori della vita e della cassa di bordo che riuscì a portare in salvo. Fortuna volle che incontrasse, sulla costa del naufragio, uno sconosciuto, nelle sue stesse condizioni di naufrago, senza nave ma con un buon gruzzolo che era riuscito a salvare. Gruzzolo che offerse a Falkon per essere riportato in patria. Falkon mettendo insieme i due capitali, acquistò un’altra nave e si mise in rotta verso il paese di quel naufrago. Egli era nientemeno che un ambasciatore thai di ritorno dalla Persia, la cui nave diretta ad Aiùtthaià era naufragata nello stesso punto di quella di Falkon. I due naufraghi giunsero quindi alla capitale thai e qui l’ambasciatore si fece dovere di presentare Falkon al re, sottolineando il grande aiuto avuto e raccomandandolo alla sua benevolenza e protezione. Il re Narài lo prese in servizio quale assistente ed aiuto del suo Ministro dei commerci interni ed esteri. Falkon, per l’esperienza che aveva acquisita e per la buona volontà che lo animava, non tardò a prendere in pugno tutta la situazione, tanto che il Ministro, già avanzato in età, non esitò a dargli carta bianca su tutte le sue incombenze. Poté così trovarsi spesso a diretto contatto con il re che, avendone osservato e sperimentato l’impegno con cui lavorava e soprattutto l’ingegno con cui risolveva i molteplici problemi che la carica comportava, lo prese tanto in stima e benvolere, che alla morte del Ministro thai, volle affidare a lui quel ministero.
L’assegnazione di questo e di altri incarichi a stranieri non piacque però molto ai nobili thai che cominciarono a sentirsi oltre che gelosi anche offesi di non essere valutati e stimati dal re quanto gli stranieri. E in un modo o nell’altro fecero intendere al re che anche loro ci sapevano fare in quelle cariche quanto e meglio degli stranieri.
E allora il re li prese in parola e li sottopose a un confronto con Falkon per la soluzione di uno dei tanti problemi che si presentavano nell’espletamento delle funzioni di ministro. Si trattava, questa volta, di trovare il peso esatto di un grosso pezzo di artiglieria. I nobili thai, invitati per primi a risolverlo, pensarono immediatamente di costruire una grande bilancia. Ma postovi sopra il pesante cannone, quella andò a pezzi e non si poté venire a capo di nulla. Invitato allora Falkon a risolvere il caso, questi fece deporre il cannone in una barca, quindi segnò sui fianchi esterni della medesima il livello dell’acqua. Poi, scaricato il cannone, fece deporre nella barca tanti mattoni quanti furono necessari a far salire il livello dell’acqua esattamente all’altezza della linea segnata sui fianchi. Pesò quindi i mattoni ad uno ad uno e trovò il peso esatto del cannone. Il solito uovo di Colombo che gli valse sì l’incondizionata stima del re, ma che purtroppo gli inimicò ancor di più i nobili, i quali smaccatamente umiliati ed offesi da un popolano venuto su dalla gavetta e salito all’altezza del loro rango, cominciarono d’allora in poi a perseguitare in tutte le maniere.
Essi sapevano che il re Narài aveva avuto un figlio naturale da una principessa di Cìeng Mài, un certo Lùang Sorasàk. Lo andarono a trovare e lo istigarono ad accusare Falkon presso il re di aver fatto abbandonare il saio e la religione buddista ad alcuni bonzi per prenderli al suo servizio e farli cristiani. Ciò costituiva una grave offesa alla religione di Stato e quindi alla stessa Thailandia e i nobili si ripromettevano di minare con ciò la posizione del loro rivale e farlo cadere in disgrazia del re. Ma il re fece le orecchie da mercante e non tenne in alcun conto quelle dicerie. Allora Lùang Sorasàk, fortemente adirato, decise di risolvere da sé la questione e punire personalmente l’invidiato e calunniato Falkon. E mentre questi si trovava nella sala delle consultazioni con alcuni nobili, Lùang Sorasàk entrò infuriato e si diresse verso di lui assalendolo con pugni e calci, tanto da rompergli un paio di denti; quindi andò a rifugiarsi presso la nutrice del re, principessa Dusit, che era molto stimata e benvoluta da Narài per averlo nutrito ed allevato nella sua tenera età.
Falkon, con il volto ancora sanguinante per le percosse ricevute, si presentò al re facendo le sue rimostranze. Il re ordinò di ricercare immediatamente il colpevole, ma purtroppo senza alcun esito; e allora, nel tentativo di rendere soddisfazione all’offeso e sanare un po’ alla meglio la delicata situazione (giacché amava anche molto quel suo figlio naturale, come diremo più oltre), offerse a Falkon un grande spettacolo teatrale. Ma questi rifiutò e insistette per avere giustizia e la dovuta punizione dell’insolente giovanotto. A questo punto intervenne la principessa Dusit che intercedendo per l’uno e supplicando l’altro riuscì a ricomporre la vertenza, ma non certo a placare gli animi dei due avversari. Si narra infatti che, alla morte del re Narài, Falkon cadde nelle mani del feroce Lùang Sorasàk che gli mozzò la testa con la sua propria spada.
Una delle tante decisioni prese dal re Narài fu anche quella di trasferire la corte di Aiùtthaià a Lop Burì, perché ritenuta in posizione più salubre e sicura. Dico la corte, perché Aiùtthaià continuò ad essere ininterrottamente la capitale del Siam e Lop Burì divenne solo una residenza reale. E l’idea fu suggerita al re Narài forse dalle ambasciate che ritornavano da Versailles e da Windsor e gli parlavano con ammirazione della consuetudine dei re occidentali di avere, oltre al palazzo reale, anche una sede estiva o di campagna in qualche amena posizione fuori della capitale.
Il regno di Narài non fu sempre pacifico e tutto dedito ai traffici e alle relazioni diplomatiche. Il re fu spesso obbligato a impugnare le armi specialmente contro i più acerrimi nemici della Thailandia, i Birmani e i Cambogiani. Abbiamo già visto come Cìeng Mài fosse continuamente contesa dai Thai e dai Birmani. Questa, a sua volta, teneva ora per l’una ora per l’altra parte a seconda che spirava il vento e cioè della convenienza. Si alleava insomma con chi le dava maggiore sicurezza e protezione. Durante il regno di re Narài, gli Iunnanesi (abitanti dello Iun Nan) avevano invaso la Birmania e stavano per prenderne l’allora capitale Ava. Cìeng Mài, vedendosi quindi minacciata da questa invasione cinese e senza l’aiuto della Birmania che doveva badare a sé, inviò un’ambasciata ad Aiùtthaià per chiedere la protezione del re della Thailandia. Narài accolse volentieri la richiesta e inviò un esercito in suo soccorso. Ma lungo la via, il capo dell’ambasciata, certo Sèn Surìn, scomparve improvvisamente e misteriosamente. Ciò creò dei sospetti nei comandanti thai che intravidero subito qualche losco raggiro da parte di Cìeng Mài. Decisi comunque di prenderla per amore o per forza, proseguirono ugualmente. Nel frattempo gli Iunnanesi non riuscirono a conquistare la capitale birmana e, a corto di viveri, dovettero battere in ritirata, senza recare alcun danno a Cìeng Mài.
Per Cìeng Mài vedersi scomparire il pericolo degli Iunnanesi e passare nuovamente dalla parte birmana abbandonando i Thai, fu un tutt’uno e la cosa più naturale del mondo. Essa fece quindi richiamare e rientrare, in tutta fretta, il suo ambasciatore inviato ad Aiùtthaià; e ciò spiega la sua improvvisa scomparsa. Quando le truppe dei Thai giunsero sotto le sue mura, il principe governatore, in attesa dell’intervento dei Birmani che aveva sollecitato, cercò di guadagnare tempo coi comandanti thai intrattenendoli con mille scuse e chiacchiere, dicendosi oltre modo spiacente del contegno scorretto del suo ambasciatore e promettendo che sarebbe stato punito a dovere. Ed ecco che nel frattempo la Birmania attacca il Siam a sud-est in direzione di Kan Burì. L’esercito thai, su ordine del re, deve necessariamente invertire la marcia e correre, a grandi giornate, ad arginare il nuovo fronte.
La causa, a dire il vero, di questo attacco birmano a sud-est della Thailandia era stata un’altra. Durante l’assedio di Ava da parte degli Iunnanesi, il principe Màng Nantamìt, zio del re birmano e governatore di Martabàn, aveva mandato 3000 dei suoi soldati di razza Mon a difendere la capitale. Ma già sappiamo che i Mon mal tolleravano di essere stati sottomessi dai Birmani e tanto meno intendevano combattere per loro e perciò fuggirono. Màng Nantamìt li fece ricercare, deciso di punirli esemplarmente. Ma i loro comandanti tesero un agguato al governatore e fattolo prigioniero fuggirono nuovamente con tutti i soldati e le loro famiglie (un totale di 10.000 persone), verso la Thailandia per chiedere protezione al re di Aiùtthaià. Il re Narài li accolse benevolmente e li inviò a stabilirsi nelle città di Sam Kok, Kuciàm e Vat Thong Phu.
Màng Nantamìt, che avevano portato con loro prigioniero e come ostaggio, si ammalò e morì durante il viaggio.
Il re della Birmania naturalmente inviò un altro esercito all’inseguimento dei fuggitivi per riportarli in patria. Ma quando i Birmani giunsero a Kan Burì, il governatore thai di questa città aveva già chiesto l’intervento del re Narài che, come abbiamo detto, aveva richiamato l’esercito da Cìeng Mài e, rinforzatolo con un’altro contingente di stanza ad Aiùtthaià, lo aveva subito inviato a respingere i Birmani.
E i Thai non solo batterono i Birmani e li misero in fuga, ma li inseguirono, attraverso il Passo delle Tre Pagode, fin nel loro territorio. Conquistarono parecchie loro città, e posero l’assedio alla loro stessa capitale Ava. I Mon, che non aspettavano di meglio per vendicarsi contro i loro dominatori, diedero man forte ai Thai. E i Birmani erano ormai tanto terrorizzati che non osavano più uscire a dar battaglia in campo aperto e rimasero rinchiusi nelle loro città ancora libere. I loro viveri cominciavano a scarseggiare e sarebbero stati costretti ad arrendersi entro breve tempo se anche i Thai non avessero risentito della stessa mancanza di rifornimenti resi troppo lenti e scarsi dall’enorme distanza, dalle difficoltà del terreno e dagli assalti continui dei nemici che affamati si buttavano disperatamente sui convogli, anche a costo di essere massacrati, pur di arraffare qualcosa da mangiare.
Phaià Kòsa Thibodì, comandante delle truppe thai, decise allora di togliere l’assedio alla capitale e ripiegare verso la Thailandia. Ma per non correre il rischio di essere inseguito dai Birmani fece una finta ritirata. Lasciato il primo accampamento sotto le mura di Ava si ritirò in un secondo, opportunamente preparato e celato in mezzo alla foresta. Quando i Birmani videro il campo dei Thai vuoto e abbandonato si precipitarono fuori dalle mura nella speranza di trovare qualche cosa da mangiare, ma mentre andavano e venivano e correvano in disordine, i Thai, ritornati sui loro passi, li assalirono massacrandone una gran parte. Ancora più terrorizzati i Birmani non osarono più muoversi per un bel pezzo, cosicché i Thai poterono riprendere la via del ritorno in patria senz’essere molestati o inseguiti da loro.
Ora bisognava punire il principe governatore di Cìeng Mài per il suo tradimento o, per lo meno, ambiguo comportamento. Il re Narài inviò dunque un altro esercito comandato dal generale Kòsa Pan, fratello di Kòsa Thibodì che comandò la spedizione contro la Birmania.
Kòsa Pan rimase celebre nella storia militare thai, oltre che per questa spedizione contro Cìeng Mài, anche per il seguente fatto. Volendo rendersi conto dell’efficienza e disciplina dei suoi uomini, prima di partire per la campagna contro Cìeng Mài, li sottopose ad una prova. Ordinò loro di piantare l’accampamento notte tempo, con l’obbligo però di infiggere nel terreno i pali con la testa all’ingiù anziché con la punta. Al mattino andò ad ispezionare il campo e, per ogni palo che trovò piantato in modo diverso dall’ordine impartito, fece tagliare la testa al colpevole, per disobbedienza agli ordini ricevuti.
Con un esercito così preparato e tenuto saldamente in pugno, non durò fatica a conquistare, in breve tempo, tutte le città del Lan Na Thai di cui Cìeng Mài era la capitale. E, dopo aver posto l’assedio a questa e ultimato tutti i preparativi per l’ultimo assalto, invitò il re Narài a ricevere l’onore della vittoria finale.
Cìeng Mài oppose una strenua resistenza facendo uso di armi d’ogni specie, buttando dalle mura perfino metalli fusi e incandescenti, ben più micidiali dell’olio bollente. Arma mai usata fino allora. Ma il re Narài aveva equipaggiato i suoi uomini e animali con corazze e gualdrappe di spesso cuoio di bufalo che resistevano anche a tali armi. E finalmente la città cadde nelle mani dei Thai.
Fu in quest’occasione che il re Narài incontrò in quella città una bella principessa dalla quale ebbe un figlio, di cui abbiamo parlato a proposito di Falkon. Ma, a questo punto, gli storici ci danno maggiori dettagli a riguardo di quel figlio naturale del re che anche noi vogliamo portare a conoscenza del lettore, perché dalla trama di questa avventura amorosa di Narài nasceranno altre complicazioni e vicende che concluderanno tragicamente il suo regno e la sua vita.
Per timore di complicazioni alla corte, il re Narài non volle riconoscere la principessa come regina o concubina né il frutto della sua relazione come figlio proprio e mise ogni cosa a tacere, pregando il suo amico d’infanzia Phaià Phét Ràcià di prendersi la principessa in moglie e la paternità del figlio. Costui era il comandante delle truppe del corpo degli elefanti e, nato da famiglia nobile, era stato allevato dalla stessa nutrice del re. Quando la principessa di Cìeng Mài mise alla luce il bambino, egli lo ritenne per proprio figlio e lo chiamò Dua.
Raggiunta l’età conveniente fu preso a corte come paggio e naturalmente divenne uno dei prediletti del re Narài, col quale aveva tanta rassomiglianza, che un giorno, avendolo il re condotto davanti ad un grande specchio per raffrontare la loro somiglianza, Dua non tardò a capire il motivo della predilezione del re e la realtà delle cose. D’allora in poi, si sentì più orgoglioso e fiero di prima. Una volta osò perfino indossare i panni del re, che la servitù aveva stesi ad asciugare al sole, per vedere come gli stavano e quanto più rassomigliasse al suo vero padre. I paggi suoi compagni, che erano completamente all’oscuro del retroscena, nel vederlo così conciato, corsero spaventati a dirlo al re. Un gesto del genere infatti era inammissibile, perché gli abiti come la persona del re erano sacri e quindi intoccabili. Ma il re li tranquillizzò dicendo che già conosceva le stranezze di quel paggio e che non bisognava badarci. Il ragazzo divenne così sempre più audace e libero di fare quello che gli pareva e piaceva, senza che nessuno osasse più riferirlo al re.
Dua aveva un carattere assai coraggioso e anche impetuoso. E un giorno che un elefante era stato legato perché in calore e quindi pericoloso, egli andò a slegarlo e a condurlo al fiume a prendere il bagno, come se fosse un cagnolino. Gli inservienti, terrorizzati, corsero dal re a dirgli che Dua era in pericolo, date le condizioni particolari dell’animale. Ma ecco ricomparire, sano e salvo nonché tutto sorridente, Dua col suo elefante al guinzaglio. Il re, sorpreso e compiaciuto, gli impose allora il titolo e il nome di Lùang Sorasàk.
Il re Narài non aveva eredi legittimi al trono secondo il costume thai. Questi infatti potevano essere solo i figli e i fratelli maschi del re. Narài invece aveva solo una figlia e una sorella, più un fratellastro che era pure escluso dal diritto di successione. Tra i suoi paggi, oltre che Dua o Lùang Sorasàk, aveva però un altro ragazzo che prediligeva particolarmente, chiamato Mom Pi-ià. Correva voce che Mon Pi-ià fosse stato convertito al cristianesimo da Falkon il quale, nell’intento di dare al Siam un re cristiano, si diede da fare perché il re riconoscesse Mom Pi-ià ufficialmente suo legittimo erede, con un particolare decreto reale. Ma nulla si sa di certo. Fatto sì è invece che il re Narài, quando si ammalò gravemente e si rese conto che i suoi giorni erano contati, chiamò al suo capezzale Phét Ràcià per affidargli il governo dello Stato. Ciò offrì il destro all’intraprendente e audace Lùang Sorasàk di ordire un complotto per impossessarsi del trono, incoraggiando il padre adottivo Phét Ràcià a sbarazzarsi di tutti i probabili candidati alla successione. Tra questi vi era il giovane Mom Pi-ià che trascorreva i giorni e le notti accanto al letto del re, dormendo nella sua stessa camera, e assistendolo in ogni sua necessità. Poteva quindi più d’ogni altro essere designato dal re come suo successore.
Lùang Sorasàk raccolse allora un pugno d’uomini e penetrò col padre Phét Ràcià, furtivamente di notte, nel palazzo reale e, chiamato fuori dalla stanza del re Mom Pi-ià, col pretesto di consegnargli una medicina, lo trucidò sul colpo. Ma cadendo, mortalmente ferito, Mom Pi-ià emise un grido di dolore, invocando aiuto. Il re allora chiese chi aveva osato fare del male al suo prediletto Mom Pi-ià. In quello stesso istante Lùang Sorasàk e Phét Ràcià entrarono nella camera del re per dirgli che nessuno gli aveva fatto del male perché essi erano giunti in tempo a difenderlo. Ma il re capì subito tutto e, raccogliendo le ultime forze che ancora gli rimanevano, si alzò dal letto, afferrò una spada e barcollando si diresse verso i due ignobili e ingrati traditori, deciso ad ucciderli con le sue proprie mani. Ma, per la debolezza estrema in cui era ridotto, cadde prima ancora di raggiungerli, per non rialzarsi più.
Lùang Sorasàk offrì allora il trono al padre adottivo Phét Ràcià che divenne re nel 1688.

 

CAPITOLO XIII
Re Phét Ràcià- Re Tigre - Re Thai Sà



Il re Phét Ràcià (1688-1703) era nato nel villaggio di Phlu Lùang, nei pressi di Suphàn Burì. La sua dinastia prese quindi il nome di Phlu Lùang. La sua prima preoccupazione, onde evitare noie o congiure di palazzo, fu quella di unire la sua dinastia con quella del defunto re. Sposò così, contemporaneamente, subito dopo la sua elezione, la sorella e la figlia del re Narài. Mentre suo figlio Lùang Sorasàk, da lui eletto principe ereditario o viceré (Uparàt) si diede subito da fare per eliminare prima Falkon, nel modo in cui abbiamo già detto, e poi il fratellastro del re Narài, il principe Aphài-iathòt, che si trovava ad Aiùtthaià, facendolo trucidare dai suoi sostenitori residenti nella capitale. (Ricordiamo al lettore che il re Narài aveva portato la sua residenza a Lop Burì e tutti gli avvenimenti testé narrati erano accaduti in quella città).
Rimaneva ancora un altro ostacolo da eliminare, il principe del Palazzo Posteriore. (1)
1Alla corte thailandese era costume che il re eleggesse, oltre che il principe ereditario o viceré, anche un terzo sostituto che subentrasse in carica nel caso che venissero a mancare contemporaneamente i primi due. La monarchia thai insomma, di regola, era costituita, non da un monarca assoluto, ma da una specie di triurnvirato, anche se solo nominale ed apparente e non di fatto. E ognuno di questi tre reggenti aveva una sua propria residenza: il re abitava il Palazzo Centrale o Reale (Vang Lùang), il principe ereditario o viceré il Palazzo Anteriore (Vang Nà), e il terzo sostituto il Palazzo Posteriore (Vang Làng).
Costui infatti, pur non essendo della famiglia del re Narài, poteva sempre avanzare dei diritti al trono, se non al momento, certamente dopo la morte di Phét Ràcià. Era dunque tutto interesse di Lùang Sorasàk eliminarlo, per avere via libera al trono, senza ulteriori complicazioni alla morte del padre.
E per sbarazzarsene ricorse ad un vile quanto mai puerile pretesto che però, dati i tempi, funzionò ugualmente ed ebbe l’effetto desiderato. Fece nascondere furtivamente nel palazzo del principe un prezioso vaso d’oro massiccio, di proprietà del re Phét Ràcià; quindi sguinzagliò i suoi sgherri a cercarlo e, trovatolo, fece condannare l’innocente principe alla pena capitale, per grave offesa alla maestà del re. E giacché un nobile osò opporsi all’iniqua condanna, gli fece fare la stessa fine.
Il re Phét Ràcià intanto, forse per allontanarsi dai luoghi di tanti delitti, decideva di trasferire nuovamente la residenza reale da Lop Burì ad Aiùtthaià.
L’ignobile usurpazione del trono e tutti i delitti che l’accompagnarono tuttavia non poterono rimanere a lungo nascosti e suscitarono ben presto in tutto il regno sdegno e ribellione contro l’usurpatore.
La prima rivolta scoppiò a Nakhòn Naiòk, per opera di un certo Thammathìen che si faceva passare per il principe Aphài-iathòt redivivo, scampato miracolosamente alla morte a cui l’aveva condannato Sorasàk per mano dei suoi sgherri. Costui, con un gruppo dei suoi seguaci, osò marciare sulla capitale; ma giunto nei pressi del palazzo di Sorasàk, il suo elefante fu colpito dal tiro centrato di alcune guardie ed egli cadde con la sua cavalcatura. Fu subito circondato dai nemici e messo a morte, mentre i suoi sostenitori fuggivano in gran disordine.
La seconda rivolta ben più grave e di proporzioni più vaste, avvenne a Khon Burì e a Khoràt (Nakhòn Ratciasìma) promossa dai governatori delle due città. Phét Ràcià inviò allora un esercito comandato da Siharàt Deciò a reprimerla. Ma questi, giunto sotto le mura di Khoràt, per quanti sforzi facesse, non riuscì a prendere la città. Chiese allora rinforzi al re, il quale però, per tutta risposta, lo fece rientrare alla capitale e subito dopo decapitare per incapacità professionale.
Fu inviato un secondo esercito che, avendo trovato la stessa accanita resistenza da parte dei difensori di Khoràt, ricorse all’uso di un’arma assolutamente nuova e sconosciuta fino allora. Furono attaccate ad opportuna distanza, delle stoppe a mo’ di torce imbevute di sostanze combustibili a un gran numero di aquiloni o cervi volanti (proprio come quelli che usano i ragazzi nei loro giochi); quindi, accese dette torce, con le dovute precauzioni, i soldati innalzarono e guidarono, approfittando del vento favorevole, gli aquiloni sulla città, dove cadendo in ogni suo angolo appiccarono il fuoco ovunque, trasformandola in una fornace ardente. (2)
2 Da allora in poi, anche se pare strano, il gioco degli aquiloni in Thailandia divenne uno sport nazionale praticato non solo dai piccoli, ma anche dai grandi. E tutti gli anni si fanno delle gare, nientemeno che nella piazza o parco reale di Bangkok, per stabilire chi riesce ad abbattere il maggior numero di aquiloni degli avversari. Ciò si ottiene con colpi opportunamente assestati al filo a cui è legato l’aquilone, a seconda delle correnti d’aria che trova, a mano a mano che si alza e rimane in quota. Per questo gioco, gli aquiloni thai sono fatti di carta oleata resistente e con la punta aguzza in modo che, colpendo l’aquilone avversario, ne aprano una breccia e lo facciano precipitare.
Gli uomini allora, che erano sugli spalti della città, abbandonarono in gran parte i loro posti per correre a spegnere i focolai d’incendio e a mettere in salvo le famiglie e i loro averi. La difesa della città fu in tal modo assai indebolita e le truppe del re poterono facilmente avere la meglio sui ribelli.
Il governatore Iommaràt, con la famiglia ed alcuni suoi uomini, poté tuttavia fuggire e stava per rifugiarsi dal suo collega a Khon Burì, quando fu raggiunto dall’esercito del re, corso al suo inseguimento, catturato e messo a morte.
Phaià Ram Déçiò, invece, governatore di Khon Burì, da valoroso guerriero, fece degna accoglienza all’esercito del re tenendolo fuori delle mura per ben tre anni. Ma alla fine cominciò a risentire della mancanza di viveri. Scrisse allora al suo amico Ràcià Bang San, che comandava la flotta navale del re, chiedendo di aiutarlo a fuggire via mare. Ràcià Bang San era un vecchio amico di lunga data di Phaià Ram Déçiò, perché aveva combattuto con lui per molti anni sotto il re Narài, e fu ben lieto di aiutarlo a fuggire e metterlo in salvo. Il segreto fu però svelato e ci rimise la testa.
La città di Khon Burì, priva del suo capo e stremata dal lungo assedio, cedette le armi e aperse le porte alle truppe del re che entrarono finalmente ad occuparla.
Ma placata questa, Khoràt (Nakhòn Ratciasìma) si rimise in fermento. Questa volta per istigazione di un mago, certo Bun Khùang che, facendo credere alla gente di avere dei poteri magici, riuscì a sollevarla nuovamente contro il re. Lo stesso governatore per superstizioso timore delle pretese facoltà del mago, non osò opporvisi. Inviò tuttavia un informatore ad Aiùtthaià affinché mettesse al corrente il re della nuova situazione venutasi a creare nella città. Quindi, di comune accordo con il re, finse di marciare a fianco del mago contro la capitale. Ma giunto nei suoi pressi, il governatore e i suoi uomini si sganciarono dalla massa dei ribelli del mago che, assalita improvvisamente dall’esercito del re, opportunamente celato nei dintorni, fu completamente sterminata.
Il re Phét Ràcià ebbe non poche noie anche dai nemici esterni. Lùang Phrabàng (Lao) attaccò la città di Vientiàne che allora era tributaria della Thailandia. Dovette quindi intervenire con un esercito in sua difesa. Il re di Vientiàne, in segno di gratitudine, donò una sua figlia al re Phét Ràcià che la diede in sposa al figlio Lùang Sorasàk.
Ciò che più turbò il suo regno tuttavia fu la presenza ed il timore delle truppe francesi nei forti di Bangkok e di Mergui, di cui abbiamo già parlato, che, essendo state accolte e trattate bene dal re Narài, potevano in qualche modo avere in odio l’usurpatore del regno e parteggiare per la dinastia del defunto re. Non dobbiamo inoltre dimenticare che Phét Ràcià faceva parte di quei nobili tanto umiliati ed offesi dalla preferenza accordata dal re Narài agli stranieri e quindi deciso ora a riprendersi la rivincita. E come si era sbarazzato di Falkon si sarebbe liberato ben volentieri anche di Forbin e di Des Farges, i comandanti in capo rispettivamente della flotta navale e dei forti portuali più importanti del Siam. Ma questi erano ossi ben più duri anche per i suoi denti e per la sua tattica politica non ancora sufficientemente addestrata a tali accorte manovre. Ecco quindi nascere una serie di inaspettate complicazioni dalle sue imprudenti intemperanze. Appena salito al trono infatti aveva invitato Des Farges a lasciare il forte di Bangkok e a trasferirsi con tutte le sue truppe a Lop Burì prima e poi ad Aiùtthaià, dove aveva la sua residenza. Ma si figuri il lettore se, con quel po’ po’ di massacri ch’erano avvenuti da quelle parti, un soldato francese, rotto a tutti gli inganni, si sarebbe lasciato intrappolare in quel modo! Des Farges quindi non si mosse dal suo posto e rimase in attesa di migliori eventi.
Phét Ràcià era comunque deciso a spuntarla a tutti i costi. Inviò allora il suo esercito ad assediare il forte di Bangkok, imprigionando tutti i Francesi, compresi i missionari, di Aiùtthaià e di altre città. Ma questi non mollarono; anzi minacciarono il re di far intervenire la loro madre patria, la Francia. Di fronte a tale prospettiva l’intemperante re fu portato alla ragione e, cogliendo l’occasione della sua incoronazione per mascherare lo smacco subito e salvare la faccia come dicono i Thai, concesse, secondo la consuetudine, l’amnistia a tutti i prigionieri. Tolse quindi l’assedio al forte di Bangkok e venne a patti con Des Farges. Questi e le sue truppe, non essendo più necessari al governo thai, dovevano lasciare la Thailandia e ritornare in patria o in qualche colonia francese. A queste condizioni, Des Farges accettò e, presi gli opportuni accordi col suo governo, si preparò a partire.
Il re Phét Ràcià tuttavia, per precauzione, dispose che i Francesi fossero trasportati a Pondicherry (colonia francese sulla costa sud orientale dell’India) con tre navi di proprietà e con equipaggi siamesi; inoltre tenne in ostaggio alcuni Francesi, fino al loro ritorno. Des Farges, una volta giunto a destinazione, non lasciò partire subito le navi thai, ma le trattenne per alcuni mesi. Ciò provocò le ire del re Phét Ràcià che imprigionò nuovamente tutti i Francesi (missionari, commercianti, funzionari d’ambasciata) che erano rimasti in Siam. Ma ecco che, l’anno dopo 1689, Des Farges in persona si recò nell’isola di Phùket a consegnare le tre navi nelle mani del governatore thai. La controversia ebbe allora definitivamente termine; i prigionieri francesi furono rimessi in libertà e ai missionari fu nuovamente concesso di continuare la loro opera di evangelizzazione.
L’incidente, come s’è visto, è stato causato da un personale rancore del re Phét Ràcià contro gli stranieri e pare non abbia avuto vaste ripercussioni, come avrebbe potuto, e si sia concluso felicemente nel breve tempo di pochi mesi, prima ancora che fosse portato a conoscenza del governo centrale francese di Parigi. D’altronde non furono solo i Francesi a subire tali momentanee persecuzioni e minacce da parte del re Pbét Ràcià, ma anche gli Inglesi, soprattutto quelli che appartenevano alla Compagnia delle Indie, di cui abbiamo già parlato nel regno di re Narài.
Nessuna molestia invece fu recata agli Olandesi e ai Portoghesi che continuarono a lavorare liberamente nei loro traffici e impieghi governativi, con tutta la stima e l’appoggio del re Phét Ràcià.
Alcuni storici dicono quindi che il re Phét Ràcià abbia agito così per geniale intuito politico, scoraggiando la troppo invadente intraprendenza della Francia e dell’Inghilterra che minacciavano ormai di smembrare il Siam in due loro colonie. Mettendo loro contro l’Olanda e il Portogallo, il re Phét Ràcià intendeva porre in pratica il famoso detto che «tra i due litiganti il terzo gode», anche se la partita, in questo caso, era tra cinque contendenti. Quello che è certo è che egli riuscì a mantenere intatto il suo territorio nazionale, mentre altri paesi limitrofi già cominciavano a cedere possedimenti e colonie agli Europei nell’ambito dei loro confini.
Il re Phét Ràcià ebbe un periodo fortunato da parte della Cambogia. Contrariamente infatti a quanto era sempre accaduto prima, che la Cambogia approfittava dei momenti difficili della Thailandia per saltarle addosso, questa volta, non solo se ne stette quieta, ma addirittura inviò al re thai il più bel dono che si potesse mai aspettare. Un elefante bianco! Abbiamo già detto in quale stima fosse tenuto quel raro animale dai Thai e dai Cambogiani, nonché da altri popoli orientali, e quali significati avesse di portafortuna e di sudditanza. Ma a questi pregi i Cambogiani aggiungevano un terzo attributo: quello della sacralità. Esso infatti era simbolo anche di una delle reincarnazioni del dio Visnù della mitologia indiana così viva tra i discendenti dei Khamén. Il suo valore venale poi era valutato in tanto oro quanto pesava. Il re Phét Ràcià poteva dunque, a buon diritto, essere soddisfatto e felice di tanto dono! Ma neppure a lui il magico talismano doveva portare quella fortuna e felicità che tutti fanaticamente gli attribuivano, in quel tempo.
Dopo tante lotte e contrasti infatti, dovette chiudere i suoi ultimi giorni amareggiato dalla più grave sventura che possa capitare a un padre. L’uccisione di uno dei suoi due figliuoli. E per mano, nientemeno, che del figlio adottivo Lùang Sorasàk. Ed ecco come andarono i fatti.
Dalle due mogli, la sorella e la figlia del re Narài, aveva avuto due figli maschi, il principe Phrà Khùan dalla prima e il principe Trat Noi dalla seconda. Il primogenito, a soli tredici anni, era già molto conosciuto e amato dal popolo. Ciò naturalmente suscitò la gelosia del feroce e ormai depravato Lùang Sorasàk che sì vedeva così sbarrare la via al trono. Decise quindi di eliminarlo e senza frapporre indugio lo invitò, un giorno, nel suo palazzo e lo trucidò. La regina Iòta Thip, sua madre, si precipitò allora dal re a piangerne con lui la morte. Questi profondamente addolorato e scosso, prese immediatamente la risoluzione, non potendolo punire diversamente, di diseredare Lùang Sorasàk e mettere al suo posto il nipote Phi Ciài Surìn. Di lì a poco morì nell’anno 1703.
Il principe Phi Ciài Surìn non ebbe però il coraggio di salire sul trono e lo cedette a Lùang Sorasàk che divenne re col nome di Sùa, ossia Tigre (1703-1709). E il nome gli stava invero bene, ma nel senso più deteriore.
Il suo regno, per fortuna, fu breve, pacifico e senza gravi pericoli esterni per la sicurezza dello Stato. Le sue dissolutezze tuttavia passarono ogni limite della dignità umana. Fu il tipico principe corrotto del nostro medioevo e primo rinascimento da «cena delle beffe», quale un Valentino Borgia, un Bernabò Visconti o un Ezzelino da Romano, e non è il caso che ci dilunghiamo sulle sue prodezze. Citeremo solo qualche fatto meno scabroso, ma pur sempre brutale e sorprendente, per dare la dimensione del suo carattere crudele e folle.
Aveva due figli ed elesse il primogenito quale principe ereditario o viceré con residenza nel palazzo anteriore e il secondo come terzo sostituto nel palazzo posteriore, secondo il costume thai che abbiamo poc’anzi spiegato.
Un giorno durante una partita di caccia, di cui era appassionato, si trovò a dover attraversare una palude e per timore che il suo elefante sprofondasse, comandò ai suoi due figli, che l’accompagnavano, di fare una specie di massicciata con pali e stoppie in modo da poterla attraversare senza correre alcun rischio. I due giovani principi, con l’aiuto degli uomini del seguito, provvidero subito a fare quanto il padre aveva loro comandato. Ma quando il re si accinse ad attraversare la palude inoltrandosi su quel predisposto passaggio, questo cedette sotto il peso enorme del suo elefante e corse il pericolo di sprofondare col pachiderma. Riuscì tuttavia a passare incolume dall’altra parte. Ciò nonostante fu preso da tale impeto di furore che, afferrata una lancia, stava per colpire il figlio maggiore, quando il secondo si interpose e sviò il colpo del padre, salvando la vita al fratello. Ancora più adirato allora il re si scagliò su tutti e due i principi, che per buona fortuna, riuscirono a fuggire e mettersi in salvo. Deciso ad ucciderli tutti e due il re Tigre, perché convinto che gli avessero teso una trappola per sopprimerlo e togliergli il trono, sguinzagliò loro dietro i suoi uomini con l’ordine di catturarli e riportarglieli indietro, pena la morte. Avutili nelle mani, il crudele re, lì fece mettere in prigione e condannare alla fustigazione due volte al giorno. Le loro atroci sofferenze però, se non commossero il cuore del padre, riuscirono a muovere a pietà quello dei carcerieri che corsero ad avvisare la Regina Madre Dusit perché venisse in aiuto dei suoi nipoti. E questa riuscì a salvar loro la vita.
Il re Tigre infatti aveva molto rispetto e riconoscenza per la Regina Madre, perché l’aveva salvato, a sua volta, dalle ire del re Narài, quando egli osò oltraggiare e percuotere il Ministro Falkon. E’ da ricordare che la principessa Dusit fu la prima moglie del re Phét Ràcià (il padre adottivo e predecessore del re Tigre), per cui divenne Regina Madre per titolo e non già per parentela. Non avendo figli ebbe una particolare predilezione per l’allora Lùang Sorasàk (attuale re Tigre) che amò come un figlio, anche per far piacere al suo consorte, il re Phét Ràcià. Era comunque matrigna e non madre del re Tigre.
Essa intervenne dunque in favore dei due piccoli e sventurati nipoti e tanto fece che riuscì a liberarli dal carcere e portarli lontano dalle ire dello snaturato padre e tenerli a lungo nella sua residenza privata di Vat Dusit. I due figli del re Tigre dunque ebbero salva la vita solo per puro caso.
Si narra ancora di un altro suo efferato delitto. Aveva, da poco, preso in moglie la principessa Rattanà, figlia del nobile Bamro Puthòn elevato alle più alte cariche del governo, quando la novella sposa ebbe l’ingenua quanto infelice idea di ricorrere ad una fattucchiera per assicurarsi il perenne amore del re, suo sposo. Erano tempi quelli in cui si credeva fanaticamente negl’incantesimi e nella magia. L’avesse mai fatto! Il re Tigre, appena lo seppe, condannò alla pena capitale, con altrettanta fanatica e cieca ferocia, sia la figlia che il padre.
Ma il suo animo, squassato da tutti i venti delle passioni ed emozioni, passava facilmente da un estremo all’altro. E agli atti di feroce crudeltà alternava slanci di sorprendente generosità. Narrano infatti gli storici che un giorno, navigando lungo uno stretto e tortuoso canale con la sua barca reale, a un certo punto il timoniere, un certo Norasìng, perdette il controllo del natante che andò a conficcarsi e ad arenarsi sulla sponda. Ciò costituiva, secondo le severe leggi di corte, un autentico delitto che comportava la pena capitale. Tutti quanti si aspettavano che lo sfortunato timoniere fosse immediatamente giustiziato sul posto ed egli stesso, conscio di tale destino, era balzato a terra e, inginocchiatosi, teneva la testa reclinata in avanti, pronto ad essere decapitato. Il re Tigre invece, con tutta calma, lo invitò a risalire sulla barca e a riprendere il suo posto, assicurandolo del suo perdono. Il timoniere non volle credere alle sue orecchie e rimase in ginocchio sulla sponda, ripetendo che aveva infranto la legge e meritava quella condanna. Il re allora si mise a ridere e per soddisfare lo scrupolo del suo inserviente, fece fare, con terra argillosa della sponda, una statua che rassomigliasse a Norasìng. La fece quindi decapitare in sua vece e invitò nuovamente il timoniere a risalire sulla barca, dicendo che il colpevole era già stato giustiziato. Ma Norasìng non volle intendere ragioni e insistette per essere decapitato come voleva la legge. Al re non rimase allora che accondiscendere alla sua ferma volontà e scrupolo nell’osservanza della legge. Volle però che sul posto fosse eretto un tempietto per dare pace all’anima del suo fedele servo e per ricordare a tutti i posteri il coraggioso gesto di Norasìng.
Tra le sue tante stravaganze, si ricorda anche la sua passione per il pugilato. Tanto che spesso si allontanava dal palazzo, da solo e travestito, per andare a sostenere dei combattimenti nei vicini villaggi, dove sapeva che venivano organizzati degli incontri. E una volta che riuscì a battere il suo avversario al secondo round, non esitò ad intascare il ticale (3) e mezzo che gli diedero in premio.
3 Ticale o bat è l’unità monetaria della Thailandia, come la nostra lira, il franco francese, la sterlina, il dollaro, ecc., il cui valore oscilla oggigiorno dalle 30 alle 40 lire. Ma allora aveva un valore maggiore.
Il re Tigre morì a soli quarantacinque anni, minato dai vizi e dall’alcool, nel 1709.
Gli successe al trono il figlio maggiore col nome di Thai Sà. (4)
4 Thai sà in thai vuol dire “in fondo al laghetto”. E il re assunse quel nome perché il suo palazzo si trovava in fondo al laghetto del parco reale.
Al contrario del padre, Thai Sà ebbe dalla natura un’indole molto buona e pia. Sotto il suo regno quindi il Buddismo ebbe un grande impulso e fu portato alla più stretta osservanza. Il re stesso dedicava gran parte del suo tempo, anziché alle cure dello Stato, alle letture, alle meditazioni e alle discussioni religiose con bonzi e studiosi di Buddismo.
Fondò parecchie pagode e curò la traslazione di una gigantesca statua del Budda Dormiente, che si trovava davanti al tempio di Vat Pamòk, dalla riva del fiume Çiào Praià nell’entroterra. L’acqua infatti, specialmente durante le piene, andava sgretolando con la terra della sponda anche le fondamenta dell’enorme statua che era ormai in pericolo imminente di cadere nel fiume.
Il re consultò i suoi ministri e i bonzi della pagoda e, dopo aver scartato varie proposte come quella di demolire la statua per ricostruirla sul nuovo posto, accolse il progetto del nobile Phaià Songkhràm che proponeva di spostare l’intero blocco, basamento e statua, mediante rulli di legno inseriti sotto la sua base. Il progetto riuscì e la statua fu trasferita più in dentro, vicino alle mura della pagoda e lontana dal fiume, dove si trova ancora oggi.
Il re Thai Sà dovette comunque occuparsi anche di faccende dello Stato e a lui va ascritto il merito di aver incrementato la flotta mercantile e intensificati i commerci particolarmente con l’India alla quale vendette anche numerosi elefanti imbarcati nel porto di Mergùi.
Ma egli ebbe da fare soprattutto con la Cambogia, in seno alla quale era scoppiata una rivoluzione civile per la successione al trono. Il legittimo erede Thommo Reachea (Thammaràcià) (5) era stato privato del trono dal genero principe Ang Èm (Kèo Fa) ed aveva richiesto l’intervento del Siam, del quale era tributario.
5 I primi nomi sono quelli registrati nelle Cronache Cambogiane, mentre i secondi, chiusi nelle parentesi, sono quelli riportati nella storia thai.
Il re Thai Sà inviò allora due eserciti, uno via mare al comando di Kòsa Thibodì e uno via terra al comando di Phaià Çiàkrì. Ma nel frattempo anche il genero usurpatore, principe Kèo Fa, a sua volta, aveva chiesto l’aiuto dei Vietnamiti, promettendo di pagare a loro i tributi di vassallaggio, se l’avessero liberato dal dominio dei Thai. I Vietnamiti accorsero subito con una grossa flotta che sbaragliò completamente quella dell’ammiraglio Kòsa Thibodì, facendo un ingente bottino di navi, armi e munizioni. L’esercito di terra invece, comandato dal generale Çiàkrì, sconfisse quello cambogiano nei pressi della capitale e pose l’assedio alla città.
Allora il principe Kèo Fa cambiò improvvisamente tattica e faccia. Per salvare il trono, si sottomise ai Thai inviando i dovuti tributi di vassallo ad Aiùtthaià e voltò le spalle ai Vietnamiti.
Il re Thai Sà si ritenne altrettanto soddisfatto e fece quindi rientrare il suo esercito, confermando in carica come re della Cambogia il principe Kèo Fa e abbandonando Thammaràcià al suo destino. Punì poi severamente l’ammiraglio Kòsa Thibodì per essersi lasciato battere dalla flotta vietnamita e lo obbligò a pagargli, di propria tasca, le perdite subite in navi, armi e munizioni.
Thai Sà, appena salito al trono, aveva designato principe ereditario o viceré il fratello minore Ban Thun Noi, seguendo la prassi in uso da tempo presso i Thai. Ma verso la fine dei suoi giorni egli volle cambiare tale disposizione ed eleggere suo successore il figlio primogenito Narén. Alla sua morte quindi la nazione cadde in una lotta sanguinosa per la successione. Infatti per quanto il principe Narén, che era bonzo e non intendeva lasciare il monastero, avesse rinunciato al trono in favore dello zio, altri due suoi fratelli, i principi Aphài e Bòramet, non vollero cedere affatto e insistettero nel proclamare il fratello Narén re del Siam, occupando per lui il palazzo reale.
Ma anche Io zio Ban Thun Noi non volle rinunciare a quello che riteneva un suo legittimo diritto, per consuetudine e per prima disposizione del defunto re e fratello. Dal suo palazzo anteriore, sua abituale sede di viceré, attaccò i due nipoti ribelli asserragliatisi nel palazzo centrale, con un gran numero di guardie e sostenitori. La lotta durò parecchi giorni, con alterne vicende e numerose vittime, ma alla fine prevalse il partito del fratello del re che mise in rotta gli avversari e prese possesso del palazzo reale.
I due principi riuscirono a fuggire e rimanere nascosti per parecchio tempo nella foresta. Ma un giorno, il loro servo addetto al vettovagliamento, fu pedinato e catturato. Sottoposto a tortura, svelò il nascondiglio dove si celavano i due principi che furono subito presi e messi a morte.
Ban Thun Noi, fratello del defunto re, salì dunque sul trono e prese il nome di Boròmakòt.

 

CAPITOLO XIV
Re Boròmakòt - Re Uthumphon- Re Ekkathàt
Nuove invasioni birmane - Distruzione di Aiùtthaià


Anche Boròmakòt, come il fratello, fu di natura mite e buona. Il suo regno ebbe un’impronta di pace e serenità. Egli ispirava benevolenza e fiducia in tutti i cittadini sia thai che stranieri. E da tutti era amato e benvoluto.
Seguendo la sua dottrina e il suo esempio, l’intera Thailandia divenne un centro di moralità dove non si faceva altro che parlare di leggi, di giustizia, di doveri, di diritti, di generosità e benevolenza. Ma, strano a dirsi, questo risveglio di nobili sentimenti e di amore per la pace e la giustizia piombò fatalmente tutta la nazione in una specie di torpore e alienazione da qualsiasi sforzo di prudenziale difesa contro eventuali nemici. I Thai insomma si erano convinti, col loro re, di poter godere finalmente la pace e i frutti di tante lotte, guerre e conquiste, senza più preoccupazioni di sorta. E ciò fu fatale all’intera Nazione che, dopo l’impennata impressale dal re Narài riportandola ad alte quote e risollevandone egregiamente le sorti, si rimise sulla china discendente in fondo alla quale doveva trovare il suo sfacelo.
A questo torpore va aggiunto anche un certo disfattismo da cui si lasciò prendere il re Boròmakòt, come un tempo il re Mahìn, di triste memoria. Per ragione di Stato infatti e cieco fanatismo o zelo nell’applicare le leggi egli non esitò a condannare a morte tre giovani principi, probabili rivali nella successione al trono, e due dei suoi migliori uomini del regno: il Primo Ministro Phaià Çiàkrì e il Ministro Phaià Phra Khlang, sospettati di aver sostenuto il partito dei due figli del defunto re suo fratello. E per Io stesso motivo si privò, giustiziandoli, dei più esperti e valorosi generali e ufficiali, indebolendo disastrosamente i quadri dell’esercito e della marina.
Osò perfino sopprimere brutalmente il suo stesso figlio primogenito (per aver corteggiato due sue concubine), il principe Sena Phithàk, un giovane di carattere forte e di grand’ingegno (autore del famoso poemetto il «canto della barca») che poteva egregiamente sostenerlo nel governo della nazione e nell’eventuale lotta contro i suoi nemici esterni. Ed invece anche in questo trascurò le più elementari norme di prudenza e di cognizione politica.
Infatti, quando in Birmania un certo Alòng Phaià, capo di un villaggio, mise a soqquadro l’intera nazione per unirla nuovamente, tutta sotto il suo comando, come fece a suo tempo il re Tabéng Ciavéti e prima ancora Anùrutthà, anziché intervenire a impedirglielo, come chiaramente gli insegnava la storia del passato, lasciò fare tranquillamente. Così la Birmania divisa in vari staterelli, alcuni dei quali erano vassalli del Siam, divenne nuovamente una potente e formidabile Nazione, pronta a rinnovare le sue gigantesche invasioni e devastazioni su tutto il territorio thai.
Il re Boròmakòt ebbe comunque la fortuna di chiudere gli occhi e sparire dalla scena politica prima che tali sciagure cadessero sulla sua patria.
Il suo regno è rimasto celebre tuttavia nella storia thai e soprattutto nella storia del Buddismo per l’invio a Ceylon (Silang) nel 1753 di una missione di bonzi thai, col compito di purificare la dottrina buddista in quell’isola. Se si pensa che Ceylon (Silang) è sempre stata ed è tuttora il centro sacro tradizionale del Buddismo, come La Mecca per l’Islamismo e Roma per il Cristianesimo, si può facilmente comprendere l’importanza che ebbe tale missione. A capo della missione era stato posto il reverendo Uparì, Patriarca del Siam e la sua dottrina insegnata a Ceylon (Silang) prese il nome di «Saiàm Vòng» ossia «Setta Siamese».
Il re Boròmakòt morì nel 1758, dopo venticinque anni di regno relativamente pacifico, almeno per quanto riguarda i nemici esterni; regno che lasciò in eredità ai suoi due figli Ekkathàt e Uthumphon i quali dovevano sventuratamente vederne la tragica fine.
Abbiamo già detto che il re Boròmakòt aveva fatto giustiziare il suo primogenito, principe Sena Phithàk, e rimanevano quindi eredi legittimi i due figli cadetti, principi Ekkathàt e Uthumphon, rispettivamente secondo e terzogenito. Indubbiamente il terzogenito sarebbe stato il più adatto alla successione e soprattutto alla salvezza del Paese, anche perché il secondo era malfermo in salute e di dubbio equilibrio mentale.
Il padre infatti aveva disposto che Ekkathàt si ritirasse in una pagoda come bonzo, dove con la quiete e la vita morigerata del convento avrebbe tratto giovamento alle sue precarie condizioni di salute fisica e mentale, e che Uthumphon gli succedesse sul trono.
Ma, appena morto il padre, Ekkathàt non volle più saperne di vita monastica e si precipitò a pretendere il trono, come legittimo erede. Uthumphon, trovandosi dalla parte del torto, e non volendo fomentare una inevitabile guerra civile, rassegnò le dimissioni, dopo tre mesi di regno e cedette il trono al fratello Ekkathàt, ritirandosi, a sua volta, in un convento di bonzi.
«Privo di intelligenza, debole di spirito, terrorizzato dal pensiero del peccato, trascurato nei suoi doveri di re, esitante sia nel bene che nel male», ecco come ci descrive il re Ekkathàt (1758-1760), lo storico Wood. E quale suo primo atto regale, com’è nella consuetudine dei deboli, mandò al patibolo tre nobili, e in esilio a Ceylon (Silang) lo zio principe Thép Phiphìt, per essersi opposti alla sua nomina di re al posto del fratello Uthumphon.
Con le nuove vittime la Thailandia si trovò completamente sprovvista di uomini capaci di sostenerla e difenderla da eventuali attacchi di nemici esterni. E di ciò ben s’accorse la Birmania che già stava sul chi va là, pronta a balzare sull’inerme e debole Siam, come una tigre del Bengala in agguato.
E nel 1759, con lo stile dei predecessori, il suo nuovo re Alòng Phaià lanciò i suoi eserciti giù per le valli della Thailandia alla conquista della tanto allettante Penisola d’Oro. Le sue truppe non incontrando praticamente alcuna resistenza, stavano già per giungere nelle vicinanze di Aiùtthaià, quando tutta la corte, i ministri, i nobili, gli ufficiali, nonché il popolo thai chiesero ad una voce la destituzione del re inetto e il ritorno sul trono del fratello Uthumphon. Ekkathàt dovette quindi abdicare in favore del fratello e ritornare, per aver salva la vita, a fare il bonzo in una pagoda della capitale.
Il re Uthumphon (1760-1762) si mise con slancio all’opera e nel giro di pochi giorni riuscì ad organizzare una difesa tale della capitale da costringere i Birmani a levare l’assedio e a ritirarsi. Il loro stesso re infatti era stato colpito alla testa dalla scheggia di una palla di cannone e morì durante il viaggio. Bisogna dire, per onore del vero, che in questa faccenda c’è stata molta fortuna dalla parte dei Thai e molta fatalità dalla parte dei Birmani. Infatti se il re Alòng Phaià non fosse stato ferito, le cose sarebbero andate ben diversamente; ma senza il loro capo i Birmani non osarono continuare l’assedio e fecero un frettoloso ritorno in patria nel tentativo di salvare la vita al loro re.
Ed ecco che, passato il pericolo e tornata la quiete, il re Ekkathàt (1762-1767) pretese di nuovo il trono. Uthumpon, giustamente sdegnato, tornò in monastero per non uscirne più, deciso di abbandonare il fratello e la stessa patria al loro destino. Infatti, quando Aiùtthaià fu di nuovo assediata dai Birmani, rimase sordo a qualsiasi appello e non volle più saperne di ritornare sul trono. Fu poi fatto prigioniero e deportato in Birmania dove continuò a vivere da bonzo in una pagoda di Pegù fino alla fine dei suoi giorni. Durante quel suo ritiro in esilio scrisse il famoso trattato politico «Khun Lùang Ha Vat» ossia «Il re si fa monaco» (letteralmente «Il re cerca la pagoda»).
Ad Aiùtthaià intanto le cose tornavano come prima. Il re Ekkathàt illudendosi che i Birmani, con la morte del loro re, non sarebbero più ritornati, riprese la sua vita di gaudente e debosciato, trascurando ancora di più i suoi doveri di re che un minimo di buon senso gli imponeva e che la recente esperienza gli suggeriva per la salvezza del regno e della sua stessa vita. Ma la debolezza del suo animo era tale che non gliene importava nulla neppure della sua incolumità, pur di gozzovigliare e godere spensieratamente i suoi giorni fino all’ultima stilla. Siamo di nuovo davanti ad un altro caso del re Mahìn redivivo e molti Thai, che ne conoscevano la storia, avranno certamente pensato, secondo la loro credenza della metempsicosi, ch’egli fosse né più né meno che una sua reincarnazione.
Anche in Birmania tuttavia, per buona sorte dei Thai, le cose non andavano meglio. Morto infatti il re Alòng Phaià, che l’aveva riunita e resa forte portandola fin sotto le mura di Aiùtthaià, era successo al trono il figlio Nùang Dao Çi che non seppe prendere prontamente in pugno le redini del governo, per cui molti staterelli si ribellarono all’autorità centrale e si resero indipendenti. Ciò indebolì la compagine della nazione e rese precaria la sua sicurezza interna, per cui si dovette sospendere ogni progetto di spedizioni all’estero per tenere le truppe impegnate nelle lotte intestine. Ma dopo due soli anni di regno, Nùang Dao Çi morì e il regno passò nelle mani di suo fratello Sin Bin Cin, che, di carattere più energico e deciso, sistemò in breve tempo ogni cosa all’interno, e, presa in pugno saldamente la nazione, iniziò grandi preparativi per fare quella che dovrà essere l’ultima e fatale spedizione contro il Siam e la sua splendida capitale Aiùtthaià.
Era l’anno 1764 e due potenti armate birmane, una dal nord, comandata dal generale Nemio Thihàbodì e l’altra dal sud, comandata dal generale Mang Mahà Narathà, varcarono contemporaneamente i confini della Thailandia. La prima proveniente da Kèng Tung puntò su Cìeng Mài, quindi su Lan Ciàng (Lao) e poi su Aiùtthaià. La seconda proveniente da Tavòi, Mergùi e Tenasserim puntò su Phét Burì e Kan Burì, poi su Rat Burì e Thon Burì, per unirsi infine con la prima sotto le mura della capitale. (Tav. VI)
Il re Ekkathàt o meglio i suoi pochi generali ancora rimasti e capaci di fare qualcosa tentarono di arginare l’avanzata travolgente del nemico inviando truppe a Kan Burì, a Rat Burì e a Phét Burì, ma furono tosto travolte, sterminate e messe in fuga. Fu quindi necessario restringere il fronte, appostando vari distaccamenti nelle città più vicine alla capitale, onde rallentare almeno la marcia dei Birmani e prendere il tempo necessario per fare gli approvvigionamenti e a preparare la difesa di Aiùtthaià, in previsione dell’inevitabile e imminente assedio.
Ma a questo punto cominciarono a manifestarsi le pazzie del re Ekkathàt. Si narra infatti che l’allora governatore di Tak o Phaià Tak, di ritorno nella capitale, dopo una sua eroica impresa a Phét Burì nella quale era riuscito con soli 500 uomini a inchiodare i Birmani per parecchi mesi su quel fronte, prese il comando di vari reparti e oppose un’accanita resistenza agli attacchi birmani contro la capitale, infliggendo loro gravi perdite. Era l’unico uomo, e i futuri avvenimenti lo dimostreranno inequivocabilmente, che avrebbe potuto salvare non solo Aiùtthaià dalla distruzione ma l’intera Thailandia dalla totale rovina e schiavitù. Appena il re ebbe sentore delle sue eroiche gesta, anziché premiare il valoroso soldato, si mostrò offeso e adombrato dalle strepitose imprese e ne decretò la destituzione dall’incarico minacciandolo anche di sanzioni più gravi. Phaià Tak, avvisato da amici fidati che frequentavano la corte che il re era intenzionato ad eliminarlo, si allontanò coi suoi 500 eroi da Aiùtthaià e vagando per varie città del Siam orientale, per non cadere in mano dei Birmani, si stabilì infine a Raiòng di dove partirà per la sua leggendaria impresa della totale liberazione della sua patria. Ma per ora dobbiamo lasciarlo nell’ombra.
Fatto si è che le cose andavano precipitando di giorno in giorno. «I miserabili abitanti di Aiùtthaià, scrive Phra Sàrasàt, morivano a migliaia di fame, di stenti, di malattie. Era insorta un’epidemia e le strade erano state trasformate in altrettanti crematori. A colmare la misura di tante sventure era scoppiato anche un incendio di vaste proporzioni che distrusse 10.000 case e buttò sul lastrico più di 100.000 cittadini, senza tetto, privi di ogni bene, affamati e disperati. Le vittime che cadevano giornalmente erano tante che non era possibile seppellirle o bruciarle tutte. Moltissimi cadaveri quindi venivano buttati o cadevano nel fiume e nei canali, dove andavano alla deriva spesso in pasto ai cani e ai gatti che appostati numerosi lungo le sponde aspettavano le pietose prede».
Non fu l’unico caso tuttavia della pazzia del re Ekkathàt. Qualunque generale o nobile che prendesse l’iniziativa di difendere coraggiosamente la capitale, infliggendo gravi perdite al nemico, era destinato a fare la stessa fine. Il folle Ekkathàt si vedeva adombrato nelle sue prerogative di monarca assoluto. Era lui che doveva comandare e dare gli ordini e non i generali o i nobili. E guai a chi osava sparare i cannoni, posti sui bastioni della città, senza sua previa autorizzazione, perché, tra l’altro, il loro frastuono disturbava i suoi sonni e i suoi passatempi!
Di fronte a simili aberranti manifestazioni molti storici pensarono che nell’interno della corte, tra i cortigiani e specialmente tra le cortigiane, vi fossero degli agenti segreti che lavoravano in favore dei Birmani, com’era accaduto in occasione della prima caduta di Aiùtthaià. E qualche traditore lo troveremo anche in questa occasione.
Ma altri insistono invece sulla pazzia del re e mentre lo storico Turpin dice che: «... i Thai in quel tempo furono presi da codardia», Wood asserisce categoricamente: «Nessuno, che conosca realmente i Siamesi, può credere che essi siano codardi. Fu il malgoverno, la discordia e il letargo negli alti posti di comando, ciò che fece del Siam una facile preda dei Birmani». Che è quanto dire l’inettitudine del re pazzo.
Sappiamo per nostra stessa recente esperienza e per quanto è successo fino a poco tempo fa nella martoriata Indocina o Vietnam e Cambogia quali tremende sciagure apportino le guerre a tutti indistintamente ricchi e poveri, umili e altolocati, popolani e re. Nessuna penna al mondo è capace di renderne convenientemente l’aspetto esteriore e tanto meno il contenuto interiore di sofferenza perché i casi e i sentimenti ora patetici ed ora ripugnanti, ora commoventi ed ora odiosi, ora tragici ed ora consolanti a seconda del mutar degli stati d’animo di centinaia e migliaia di uomini, sono infiniti e nessun libro al mondo potrebbe contenerli tutti. Ci sentiamo quindi disarmati di fronte alla montagna di documenti che ci descrivono la tragica passione e distruzione di quella meravigliosa capitale della Thailandia. Non ci rimane che cogliere qua e là qualche brano dei tanti autori, nel tentativo di dare una pur vaga idea di quei terribili giorni vissuti dai Thai.
«A mano a mano che i Birmani si avvicinavano ad Aiùtthaià bruciavano i villaggi, massacravano gli uomini che opponevano resistenza, deportavano in massa quelli che si arrendevano con le loro donne e bambini, da usare come schiavi nei loro accampamenti».
«L’armata birmana proveniente dal nord aveva conquistato la città di Savànkhalòk e di Sukhòthai, allorché il principe Cit, governatore di Phitsanulòk venne in loro aiuto e cacciò via gli invasori. Ma di lì a poco i Birmani tornarono alla carica e conquistarono non solo Savànkhalòk e Sukhòthai, ma anche Phitsanulòk, dove fecero prigioniero il principe Cìt che affogarono nel fiume appendendogli una pietra al collo».
«I Birmani, giunti alle porte di Aiùtthaià, incendiarono la Colonia o Residenza Olandese, che si trovava fuori delle mura, con tutti i suoi magazzini e abitazioni. Saccheggiarono e distrussero, allo stesso modo, il quartiere galleggiante cinese posto lungo il fiume e i canali, incendiando barche, natanti, casupole e facendo un massacro di tutti coloro che opposero resistenza. Innumerevoli corpi fluttuarono per giorni lungo il fiume, le cui acque apparivano arrossate di sangue per un buon tratto».
«L’armata dei Birmani proveniente da sud si accampò a Kukut, nei pressi della capitale, mentre la loro flotta, salendo il fiume Çiào Phraià, buttò le ancore a Bang Sai, poco lontano dalle mura di Aiùtthaià. Quindi entrambe queste armate abbatterono tutte le pagode, che erano fuori della città, per ricavarne il materiale necessario a fare le loro fortificazioni e postazioni di artiglieria».
Il fatto però che più commosse allora e continua a commuovere gli animi dei Thai ancor oggi è quello dell’eroica resistenza opposta ai Birmani dagli abi